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Quando si parla della guerra in Ucraina, si tende spesso a pensare alle sue conseguenze come a un fenomeno globale: aumento dei prezzi energetici, inflazione, instabilità finanziaria e tensioni geopolitiche diffuse in tutta Europa. Ma questi effetti hanno colpito davvero tutti allo stesso modo?

Secondo un recente studio pubblicato su Networks and Spatial Economics, la risposta è no. La distanza geografica dal conflitto ha avuto un ruolo centrale nel determinare l’intensità dell’impatto economico sui diversi Paesi europei. 

L’idea alla base della ricerca è semplice ma potente: proprio come nella fisica la forza gravitazionale diminuisce con la distanza, anche gli effetti economici di una guerra tendono a ridursi man mano che ci si allontana dal suo epicentro.

Dalla gravità ai mercati

Il modello utilizzato nello studio si ispira alla teoria gravitazionale applicata all’economia internazionale. Da decenni gli economisti utilizzano il cosiddetto «modello gravitazionale» per spiegare i flussi commerciali: economie grandi e vicine tendono a commerciare di più, mentre la distanza aumenta i costi e riduce gli scambi. 

Lo studio sviluppa ulteriormente questo approccio introducendo il conflitto come una sorta di «massa negativa» capace di destabilizzare il mercato europeo. 

Secondo questa prospettiva, la guerra non agisce soltanto attraverso i combattimenti diretti, ma altera anche reti commerciali, prezzi energetici, fiducia degli investitori e aspettative economiche. E questi effetti tendono a propagarsi con maggiore intensità nei Paesi più vicini al conflitto.

L’Europa vista come un campo gravitazionale

Per verificare questa ipotesi, i ricercatori hanno analizzato i dati economici di 42 Paesi europei tra il 2018 e il 2022, confrontando crescita del prodotto interno lordo, inflazione e distanza geografica dall’Ucraina. 

I risultati mostrano una relazione sorprendentemente chiara. Nel 2022, i Paesi più vicini all’Ucraina hanno registrato un rallentamento economico significativamente più forte rispetto a quelli più lontani. Al contrario, stati situati nell’Europa occidentale o periferica hanno subito effetti mediamente più contenuti. Secondo lo studio, ogni aumento della distanza geografica dal conflitto è associato, in media, a una minore perdita di crescita economica. 

In altre parole, la guerra ha generato una sorta di «campo destabilizzante» che si attenua progressivamente con la distanza.

Perché la vicinanza conta

La spiegazione non riguarda soltanto la geografia fisica. I Paesi dell’Europa orientale risultano spesso più integrati nelle reti energetiche, commerciali e logistiche collegate all’area del conflitto. Inoltre, la vicinanza aumenta l’incertezza politica, il rischio percepito dagli investitori e la vulnerabilità ai flussi migratori e ai problemi infrastrutturali. 

Anche i mercati finanziari tendono a reagire in modo diverso a seconda della posizione geografica. Secondo lo studio, la guerra ha colpito soprattutto le aree economicamente più esposte ai rapporti commerciali e strategici con Russia e Ucraina, generando effetti più intensi sui prezzi energetici, sui costi industriali e sull’inflazione. 

L’inflazione aumenta vicino ai conflitti

Uno degli aspetti più interessanti della ricerca riguarda proprio l’inflazione. I dati mostrano che i Paesi più vicini alla guerra hanno registrato aumenti dei prezzi mediamente più elevati rispetto ai Paesi più lontani. 

La spiegazione principale riguarda il peso dell’energia. L’interruzione delle relazioni economiche con la Russia, le tensioni sulle forniture di gas e petrolio e l’aumento dei costi logistici hanno colpito in modo particolarmente intenso l’Europa centro-orientale.

La guerra ha quindi funzionato come uno shock economico asimmetrico: pur coinvolgendo tutto il continente, ha avuto conseguenze differenti a seconda della posizione geografica e del livello di esposizione economica dei singoli Paesi.

Non è soltanto un effetto della pandemia

Per capire se questa relazione fosse davvero legata alla guerra e non semplicemente alle conseguenze della pandemia, i ricercatori hanno confrontato anche gli anni precedenti al conflitto. 
Tra il 2018 e il 2020, infatti, la distanza geografica dall’Ucraina non mostrava alcuna relazione significativa con la crescita economica dei Paesi europei. 

È solo nel 2022, dopo l’invasione russa, che emerge chiaramente una correlazione tra prossimità geografica e peggioramento economico. Secondo gli autori, questo rafforza l’idea che il conflitto abbia agito come un nuovo fattore strutturale capace di modificare temporaneamente il «campo economico» europeo.

Il ruolo della NATO

Lo studio evidenzia inoltre un altro elemento interessante: i Paesi appartenenti alla NATO sembrano aver mostrato una maggiore capacità di resistenza economica rispetto ai Paesi non membri. 

Secondo i ricercatori, questo potrebbe dipendere dalla maggiore stabilità geopolitica percepita dagli investitori e dalla capacità di coordinamento politico e strategico garantita dall’alleanza.
Al contrario, la semplice appartenenza all’Unione europea non sembra aver prodotto effetti statisticamente significativi nel mitigare l’impatto economico del conflitto. 

Le guerre moderne non restano mai locali

Uno degli aspetti più interessanti della ricerca è il tentativo di leggere le guerre contemporanee non solo come eventi militari, ma come fenomeni capaci di alterare interi sistemi economici regionali. In un’economia altamente integrata, infatti, i conflitti producono effetti che si propagano ben oltre i confini geografici del campo di battaglia.
Energia, commercio, trasporti, investimenti e finanza diventano tutti canali attraverso cui la guerra si diffonde economicamente.

La distanza continua quindi a contare molto più di quanto spesso si immagini nell’epoca della globalizzazione.

Una nuova economia della geopolitica

Lo studio si inserisce in un filone crescente di ricerche che cercano di integrare economia internazionale, geografia economica e studi sui conflitti.

L’idea centrale è che la posizione geografica continui a influenzare profondamente la vulnerabilità economica degli Stati, soprattutto in contesti di forte instabilità geopolitica.
La guerra in Ucraina rappresenta, da questo punto di vista, un caso emblematico: un conflitto regionale capace di produrre effetti sistemici sull’intero mercato europeo.
Insomma, anche nell’economia globale, la geografia non è affatto scomparsa.
 

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