«Oggi prendiamo misure chiare e decisive per affrontare la crisi della salute mentale del nostro Paese, affrontando il sovrautilizzo di farmaci psichiatrici, specialmente tra i bambini. Sosterremo l’autonomia dei pazienti, richiederemo il consenso informato e la condivisione delle decisioni». Con queste parole, Robert F. Kennedy Jr., responsabile della salute negli Stati Uniti, ha annunciato misure per contrastare le prescrizioni psichiatriche inappropriate e promuovere la deprescrizione: il processo pianificato e supervisionato da un professionista per ridurre o interrompere farmaci che non apportano più benefici e possono causare danni.

La risposta della psichiatria

L’American Psychiatric Association ha replicato che il problema non è l’eccesso di cure, ma la loro scarsa disponibilità. La deprescrizione, da sola, non basta. Le decisioni terapeutiche devono seguire le prove di efficacia e i bisogni dei cittadini, senza ridurre la crisi della salute mentale al solo eccesso ai trattamenti, rischiando di stigmatizzare chi usa i farmaci.

Dietro la contrapposizione tra queste posizioni resta una domanda più sobria: che cosa sappiamo dell’esperienza di chi smette gli antidepressivi, e quanto il sistema sanitario riesce oggi ad accompagnare questo percorso? In gioco non c’è soltanto l’efficacia clinica, ma anche un diritto: quello a un consenso realmente informato e all’accompagnamento lungo tutte le fasi della cura, compresa, quando indicata, la sua conclusione.

Un consumo in crescita

Il consumo di antidepressivi è cresciuto del 40% negli ultimi dieci anni nei Paesi ad alto reddito, ma l’aumento è documentato da almeno trent’anni, riguarda molte fasce di popolazione e coinvolge anche l’Italia.  A guidarlo è soprattutto l’uso a lungo termine, che espone quote sempre maggiori di popolazione ai rischi associati all’uso inappropriato. Per questo, oggi tale consumo viene considerato da alcuni un problema di salute pubblica, come ribadito da Angelo Barbato durante la Seconda conferenza nazionale per la salute mentale promossa dal Ministero della Salute nel 2021. 

Alcuni ritengono che i danni associati al sovrautilizzo possano essere complessivamente maggiori di quelli derivanti dal mancato trattamento delle forme più gravi di depressione. Alcuni studi epidemiologici suggeriscono, inoltre, che i pazienti che assumono antidepressivi in modo inappropriato possano essere più numerosi di quelli con depressione severa che, pur potendone beneficiare, non li ricevono. Le persone questo lo sanno già, lo sentono, lo vivono. Non a caso, il rapporto OSMED prodotto da AIFA sottolinea la scarsa aderenza al trattamento: molte persone sospendono il farmaco per conto proprio.

Eppure, ricerca, pratica clinica e politiche sanitarie si sono concentrate molto più sull’avvio del trattamento, che deve essere accessibile, che sulla sua conclusione. I problemi associati all’ uso prolungato e alla sua sospensione hanno sistematicamente ricevuto meno attenzione.
Il risultato è un sistema pensato più per prescrivere che per accompagnare. Milioni di persone hanno iniziato un trattamento senza ricevere informazioni adeguate sulla durata, i rischi dell’uso prolungato, le possibili difficoltà della sospensione o sulla possibilità di essere sostenute qualora decidessero, eventualmente con il curante, di interromperlo.

Un problema strutturale, non individuale

Nel 2023, un gruppo di politici, esperti e rappresentanti dei pazienti sulle pagine del British Medical Journal chiedeva al governo britannico di invertire il trend delle prescrizioni di antidepressivi. Organizzazioni come l’International Institute for Psychiatric Drug Withdrawal (IIPDW) lavorano da anni per colmare il vuoto di supporto per chi desidera interrompere gli psicofarmaci. Questa sottovalutazione non è un’eccezione nella storia della medicina. Il Cumberledge Report britannico, pubblicato nel 2020, ha documentato come per decenni il sistema sanitario abbia sistematicamente ignorato o minimizzato le segnalazioni dei pazienti sui danni associati ad alcuni trattamenti sanitari, invisibilizzandone voci ed esperienze.

La “sindrome da sospensione” degli antidepressivi segue in parte lo stesso copione. Per anni, i sintomi fisici e psicologici riferiti da chi interrompeva il trattamento sono stati interpretati come una ricaduta della depressione (relapse) con conseguente reintroduzione del farmaco, la cosiddetta “cascata prescrittiva”, piuttosto che come un effetto dell’interruzione. Sebbene i sintomi da sospensione siano descritti in letteratura fin dagli anni Novanta, il loro riconoscimento è arrivato solo molto più tardi, con la dichiarazione ufficiale del Royal College of Psychiatrists britannico del 2019. Un ulteriore cambiamento arriva nel 2024 con le Maudsley Deprescribing Guidelines, uno dei primi tentativi sistematici di fornire ai clinici conoscenze basate sulle dimostrazioni di efficacia per accompagnare in modo sicuro la sospensione di antidepressivi, benzodiazepine e altri psicofarmaci. Le Maudsley Guidelines hanno un valore che va oltre l’aspetto tecnico: riconoscono che la deprescrizione non è un evento marginale ma parte integrante della pratica clinica e dell’offerta dei servizi e ignorarla comporta costi umani, sociali ed economici reali. Spostano l’attenzione da una domanda tradizionale: come iniziare una terapia, a una meno esplorata ma urgente: come accompagnarne in sicurezza la conclusione, quando necessario.

Le voci dei pazienti

È proprio a questa domanda che prova a rispondere una revisione sistematica pubblicata nel 2026 sul Journal of Public Health, che ha esaminato dodici studi qualitativi e cross-sezionali sull’esperienza di persone che hanno sospeso o provato a sospendere antidepressivi, con o senza il supporto di deprescrizione professionale. La revisione identifica quattro temi ricorrenti.

Il primo riguarda il rapporto con il farmaco e con la prescrizione iniziale: ambivalenza, dubbi sull’efficacia e, soprattutto, una persistente mancanza di informazioni sui possibili sintomi da sospensione, sulla durata prevista della terapia e sulle modalità per interromperla in sicurezza. Non episodi isolati, ma un problema che attraversa contesti sanitari molto diversi tra loro. Il secondo tema riguarda le sfide, ma anche le possibilità di recupero. La sospensione viene raccontata come un processo difficile, spesso accompagnato da sintomi intensi, paura della ricaduta e conseguenze sulla vita relazionale e lavorativa. Quando però il percorso riesce, molte persone riferiscono maggiore autonomia, migliore qualità della vita e il recupero di aspetti importanti della propria identità. Il terzo tema riguarda il funzionamento dei servizi sanitari. Professionisti e sistemi di cura vengono descritti come impreparati a riconoscere i sintomi da sospensione, poco disponibili a discuterne e privi degli strumenti, tecnici e relazionali, necessari per accompagnare il percorso. La ricorrenza di queste esperienze in paesi diversi suggerisce non la somma di casi individuali, ma una criticità strutturale.

Infine, emerge il ruolo decisivo del contesto sociale. Famiglia, amici e ambiente di lavoro possono facilitare oppure ostacolare il percorso, ma la fonte di sostegno più citata resta la comunità dei pari: gruppi online, forum e reti informali di persone con la stessa esperienza. Quando il supporto più affidabile viene cercato fuori dai servizi sanitari, è inevitabile chiedersi cosa manchi all’interno di quei servizi e perché.

Verso nuove politiche

La revisione indica anche alcune possibili direzioni per le politiche sanitarie: formazione specifica dei professionisti, servizi dedicati al supporto alla sospensione, integrazione del peer support nei percorsi clinici, campagne di salute pubblica sull’uso consapevole degli psicofarmaci e sistemi di monitoraggio che raccolgano dati non solo sulle prescrizioni, ma anche sulle deprescrizioni e sui loro esiti.

Le comunità dei pari

In attesa che queste raccomandazioni trovino traduzione nelle politiche pubbliche, le comunità di pari stanno cercando di colmare il vuoto, producendo conoscenze pratiche a partire dall’esperienza vissuta. L’Icarus Project e il Freedom Center, per esempio, hanno sviluppato una guida per chi utilizza psicofarmaci, scritta da persone con esperienza diretta per altre persone con esperienza diretta; disponibile anche in italiano, adotta il paradigma della riduzione del danno e offre informazioni sia a chi desidera proseguire la terapia sia a chi intende ridurla o interromperla.

Anche in Italia qualcosa si muove: la pubblicazione Deprescrizione degli psicofarmaci, curata dalla rete italiana dell’IIPDW, propone tre documenti distinti rivolti alle persone con esperienza diretta, ai medici e agli psicologi. Chi ha vissuto sulla propria pelle cosa significa ridurre gradualmente un antidepressivo, affrontare i sintomi della sospensione o negoziare con un medico restio, possiede conoscenze ed esperienze che nessun manuale clinico può trasmettere completamente. Sistematizzata e resa accessibile, quella conoscenza diventa una risorsa di salute pubblica: non alternativa alla medicina, ma complementare laddove i sistemi sanitari non riescono ancora ad arrivare.

Il dibattito scientifico

Questa prospettiva aiuta anche a leggere in modo diverso il dibattito sul sovrautilizzo. Su questo terreno il dibattito scientifico rimane aperto e le evidenze sono controverse: Hengartner sostiene che le evidenze siano prodotte e interpretate enfatizzando i benefici in termini di efficacia e minimizzando i rischi, e la psichiatra britannica Joanna Moncrieff arriva a una conclusione simile, definendo la diffusione degli antidepressivi una delle operazioni di marketing di maggior successo nella storia della medicina.

Il punto, tuttavia, non è stabilire se gli antidepressivi siano efficaci oppure no e quanto. Gli studi mostrano una differenza statisticamente significativa rispetto al placebo. La dimensione di quell’effetto, tradotta nei benefici percepiti dalle persone, è spesso modesta e, secondo alcuni criteri standardizzati, inferiore alle soglie di rilevanza clinica. Sul versante opposto, gli effetti indesiderati comprendono eventi rari ma gravi, come aritmie cardiache o danni epatici, insieme a effetti più comuni e persistenti, come disfunzioni sessuali e disturbi del sonno. È proprio questo equilibrio tra benefici e rischi, tuttora oggetto di discussione scientifica, a rendere ancora più importante che ogni persona possa ricevere informazioni complete e un accompagnamento adeguato lungo tutto il percorso terapeutico.

L’obiettivo, dunque, non è demonizzare gli antidepressivi, che per molte persone rappresentano un sostegno reale, né promuoverne indiscriminatamente la sospensione, ma costruire un sistema capace di accompagnare anche chi, insieme al proprio curante, decide di interromperli quando l’uso non è più necessario o i rischi superano i benefici. Significa riconoscere deprescrizione e scalaggio come una possibilità legittime della cura, non come una deviazione dal protocollo.

Kennedy fa rumore. L’American Psychiatric Association risponde. Ma la domanda che resta è un’altra: quando inizieremo a costruire servizi e società capaci di accompagnare chi smette gli antidepressivi? Una buona politica del farmaco non si misura soltanto dalla capacità di prescrivere il trattamento giusto ma anche da quella di accompagnarne in sicurezza la cessazione: se iniziare una terapia richiede consenso informato e decisione condivisa, interromperla costituisce parte dello stesso diritto alla cura.