In un classico della storia sociologica della scienza, Steven Shapin, il più autorevole studioso dei profili sociali degli scienziati in età moderna, identificava in Craig Venter, insieme a C.E. Kenneth Moses, fondatore dell’Eastman Kodak Research Laboratory, l’esempio più riconoscibile di scienziato che aveva portato i valori accademici nel mondo industriale della big science. Shapin non condivideva i giudizi prevalenti che lo dipingevano come un avido e aggressivo capitalista o, come sosteneva il più acerrimo dei suoi tanti nemici, il premio Nobel John Sulston, una minaccia per la «scienza genomica come bene comune».
Craig Venter è morto il 29 aprile 2026, a settantanove anni. La notizia ha raggiunto un universo scientifico culturalmente impoverito dalla fallacia astorica: Sydney Brenner ripeteva già vent’anni fa che le ultime generazioni di biologi molecolari non sono interessate a ciò che è accaduto di rilevante dal punto di vista scientifico prima degli ultimi sei mesi. Eppure, non ci sarebbe la genomica, così come la si pratica oggi, senza ciò che ha fatto lui, sia discutibile sia geniale.
Ateo, materialista e liberale. Duecentocinquanta anni fa si sarebbe riconosciuto nelle filosofie dell’illuminismo radicale. Precisamente l’opposto di Francis Collins, responsabile del Progetto genoma e quindi suo competitor nella corsa al sequenziamento, evangelico con afflati fondamentalisti e ispirato dall’ideale del bene comune in modo paternalista. Chi lo ha frequentato senza interessi personali, per esempio il giornalista James Shreeve, riferisce che Venter aveva un forte senso di sé e usava l’ego come strumento. Lo riconosceva lui stesso con soddisfazione: diceva spesso di avere un forte senso di sé, indispensabile per fare le cose. E di credere in sé stesso, nel suo gruppo, nelle sue idee e nel «fare la storia». Nel mondo scientifico si dice spesso, ipocritamente, che la modestia sia la moneta corrente della reputazione. Venter spendeva moneta diversa. Era anche spaccone. Si narra che, dopo aver lanciato la sfida, sicuro di vincere, disse a Francis Collins che, se avesse voluto evitare brutte figure, avrebbe fatto meglio a dedicarsi al genoma del topo. Qualche volta si è paragonato a Darwin. La sua immodestia era proverbiale e ne era compiaciuto. Trattava anche male le persone.
Gli episodi di una dura competizione
Quando nel 2001 Shreeve chiese l’accesso illimitato agli archivi di Celera per scrivere The Genome War, ottenne l’autorizzazione da parte di Venter. Francis Collins, a capo del consorzio pubblico Human Genome Project, invece rifiutò di lasciargli consultare gli archivi del NIH. Venter sapeva che Shreeve avrebbe documentato errori strategici, tensioni interne, sconfitte politiche mascherate da compromessi. Però scelse la trasparenza. Solo i documenti sul fronte privato di quella sfida furono consultabili e Shreeve dovette concentrare lo studio su Venter e la sua azienda Celera. Un fatto che costituiva allo stesso tempo la forza e la debolezza del libro.
Venter sapeva di aver vinto, scientificamente e tecnologicamente, la competizione con Collins e Sulston: lo shotgun sequencing (la tecnica di sequenziamento che prevede la frammentazione casuale dell’intero genoma) aveva funzionato quando tutti, i revisori del NIH, i colleghi accademici, l’establishment del Progetto Genoma, scommettevano sull’abbaglio. Aveva sequenziato il genoma umano in meno di tre anni contro i quindici previsti dal consorzio pubblico. Soprattutto sapeva di essere stato fermato non dalla scienza ma dalla politica.
Il pareggio del giugno 2000 (Bill Clinton e Tony Blair sorridenti alla Casa Bianca, Collins e Venter fianco a fianco) celebrava una sconfitta politica mascherata da una cerimonia diplomatica. L’amministrazione statunitense aveva premuto affinché Celera non «privatizzasse il genoma umano». Accuse lanciate da Collins e Sulston, ma strumentalmente false. Venter accettò il compromesso ma non dimenticò. Concedere l’accesso agli archivi era anche consegnare alla storia la propria versione dei fatti, non come arringa, ma come documentazione. Shreeve riporta che funzionari governativi orchestrarono fughe di notizie per demonizzare Venter nei momenti cruciali della gara.
L’architetto della ricerca
Venter non era uno scienziato in senso accademico, cioè un ricercatore che costruisce la propria reputazione sulla profondità della specializzazione. Era un architetto della ricerca: vedeva i problemi prima che diventassero evidenti e costruiva strutture umane, tecnologiche e finanziarie per affrontarli. Il caso degli EST – gli Expressed Sequence Tags sviluppati al NIH nei primi anni novanta di cui parla Cook-Deegan in un libro molto documentato – è rivelatore. La tecnica per identificare rapidamente i geni espressi era genuinamente innovativa, ma Venter non la sviluppò da solo: riconobbe il potenziale, lo sistematizzò, lo promosse e lo usò per spostare la metodologia dalla lentezza del gene per gene alla velocità del sequenziamento massivo. Quando il NIH, in particolare Bernadine Healy, decise di brevettare le sequenze EST, Venter non si oppose. Mentre James Watson abbandonò il progetto. Era in discussione la difficoltà di separare l’uso degli strumenti disponibili dalla responsabilità per le conseguenze.
La visione che Venter aveva dei brevetti era più intelligente di quanto si crede: la proprietà intellettuale era il meccanismo per attrarre capitale privato da reinvestire nella ricerca, accelerando la genomica al di là dei ritmi istituzionali. La controversia EST anticipava il modello Celera. Non è un caso che il Patent and Trademark Office, nel 2001, abbia stabilito che i brevetti su sequenze genomiche richiedessero la dichiarazione di un’utilità specifica e attuale. Risposta diretta a una pressione che la vicenda EST aveva reso impossibile ignorare. In quel frangente Venter teneva una posizione tipicamente contraddittoria: presentava domande di brevetti su geni e, al contempo, affermava che nessuno avrebbe brevettato il genoma umano. Ma quella soluzione convergeva verso la sua visione.
La filosofia con cui nel 1992 costruì il TIGR, un istituto di ricerca no-profit, e Celera nel 1998 era, quindi, quella di identificare la sfida e reclutare i migliori. Hamilton Smith, premio Nobel, fu convinto a unirsi al TIGR. Venter riconobbe la portata dell’idea di sequenziare Haemophilus influenzae, che a Johns Hopkins non interessava. Il sequenziamento fu completato in quattro mesi, contro i quasi dieci anni richiesti dal metodo tradizionale su E. coli. La prova generale fu il genoma di Drosophila melanogaster, animale modello dei genetisti da sempre e quindi anche iconico, pubblicato nel marzo del 2000 dopo nove mesi di lavoro: 13.601 geni identificati, di cui solo 2.500 noti. Non è secondario che Venter avesse allestito presso Celera ciò che veniva indicato come il centro di calcolo più potente al di fuori del Pentagono: un’infrastruttura necessaria, non accessoria, del metodo shotgun su scala genomica.
La velocità era il suo mantra
L’irruzione di Celera costrinse il consorzio pubblico ad accelerare: l’annuncio del 2000 arrivò tre anni prima del previsto. Venter era libertario nei mezzi e liberale nei fini. Non credeva ideologicamente nel mercato: riteneva che la velocità, generata dalla competizione, fosse una variabile morale. Ogni anno di ritardo nella comprensione del genoma, commentava, era un anno in più di malattie non curate e di vite non salvate.
La fine di Celera fu amara: licenziato nel 2002 per un conflitto irriconciliabile con Tony White, presidente della holding Applera, che voleva trasformare Celera in una company farmaceutica per giustificare una capitalizzazione borsistica arrivata a 14 miliardi. Il modello di business originale, basato sull’accesso al database genomico come servizio proprietario, generava ricavi reali, ma insufficienti per Wall Street. Venter non era disposto a trasformare Celera in altro. Non era un businessman e non aveva interesse a costruire un’azienda sostenibile, poiché ciò avrebbe richiesto concessioni in conflitto con la ricerca. Rimaneva un ricercatore, pur sempre a caccia costante di risorse private. Quando i due ruoli, di imprenditore e di scienziato, entrarono in un conflitto insanabile, fu rimosso dal secondo senza poter difendere il primo.
La tensione tra i due ruoli si riverbererà nel lavoro successivo. La Global Ocean Sampling Expedition, una circumnavigazione del globo a bordo del proprio yacht per sequenziare i microbi marini, non costituiva un’attività commerciale. Lo scopo era creare una biblioteca della diversità genetica degli oceani con implicazioni dirette sui cambiamenti climatici. Mentre il progetto dell’organismo minimo e della creazione di nuove cellule non mirava al profitto, ma alle ambiziose motivazioni di originare microrganismi capaci di produrre carburante, catturare CO2 e sintetizzare farmaci. Ambizioni quasi messianiche, finanziate con risorse private, sempre per muoversi più rapidamente delle istituzioni verso obiettivi che le istituzioni non riuscivano nemmeno a formulare.
Dopo Celera, distribuì le risorse personali per fondare il JCVI nel 2006 con 100 milioni propri, Synthetic Genomics nel 2005, Human Longevity Inc nel 2013 e, nell’ultimo anno di vita, probabilmente con in mente la propria condizione di malattia, una company dedicata alla diagnostica genomica: Diploid Genomics. Chi ha fatto i conti stima che abbia movimentato oltre un miliardo di dollari, escludendo la capitalizzazione di Celera, che da sola al suo picco raggiunse 14 miliardi.
Scienza e ricchezza
Venter non si faceva mancare una vita glamour: aerei privati che pilotava personalmente, yacht da milioni di dollari, auto d’epoca e barche storiche restaurate, abitazioni di lusso extra in California e nel Maine. Decantava il volo come «libertà assoluta». Ma l’ostentazione della ricchezza non era separata dalla scienza. Lo yacht Sorcerer II (un milione di dollari d’acquisto e trecentomila di manutenzione annua) divenne uno strumento scientifico di prima grandezza: in 32.000 miglia raccolse la vasta maggioranza dei geni presenti nelle banche dati pubbliche. Quasi non distinguesse tra stile di vita e obiettivi di ricerca, come se per lui fossero la stessa cosa in registri diversi.
Era anche un genio della comunicazione. Fondando Celera nel maggio 1998, creò da zero una nuova categoria di investimento: la genomica commerciale. Chi lo ha studiato sostiene che calibrava la comunicazione pubblica in funzione della percezione degli investitori: alle critiche per la contaminazione tra scienza e finanza rispondeva di non essere lui a inseguire i soldi, ma i soldi che ricorrevano ai progetti innovativi e remunerativi da lui pensati. Se fosse stato mosso solo dall’interesse personale, si sarebbe assicurato di poter vendere le proprie azioni prima del crollo di Celera. In quanto dirigente esecutivo, non poté beneficiare personalmente dell’impennata borsistica che aveva contribuito a generare.
Non meno strategico fu il modo in cui pubblicò il proprio genoma. Il suo DNA era già presente, frammentato, tra i cinque assemblati per il primo sequenziamento, e nel 2007 il genoma diploide completo di Venter fu il primo genoma di un singolo individuo a essere pubblicato. Prima di quello di Watson. Spiegò che la decisione andava letta come una risposta alla paranoia che circondava il sequenziamento individuale: voleva dimostrare che non c’era nulla da temere, donando il proprio come prova. Nella sua autobiografia intercala la narrazione biografica con sidebar relative alle proprie sequenze, annotazioni sulla salute, sulle capacità fisiche, sulle predisposizioni comportamentali, ecc. Usare sé stesso come dato scientifico e l’autobiografia come caso di studio era un gesto tipicamente venteriano, che irritò molto i benpensanti.
Né riduzionista, né determinista
La “creazione” dell’organismo sintetico fu ancora gestita con abilità sul piano comunicativo. Il titolo dell’articolo che riportava il risultato parlava di “cellula sintetica”. In realtà, si trattava del trasferimento di un cromosoma sintetico in una cellula preesistente, non creata dal nulla. Venter non disse mai pubblicamente di aver sintetizzato la vita dal nulla, ma di aver “acceso” una “nuova” cellula come si accende un computer. Sapeva che avrebbe suscitato scandalo e si confrontò con chi si era spaventato. Collaborò con la Commissione presidenziale di bioetica, appositamente convocata da Barack Obama, pur convinto che le preoccupazioni fossero eccessive e che la regolamentazione rischiasse di bloccare ricerche di enorme utilità. Aveva già istituito al JCVI un gruppo interno di riflessione etica prima dell’annuncio del 2010: non ignorava le implicazioni etiche, ma le gestiva come variabili da incorporare nel processo, non come freni da subire.
La scienza, per lui, era l’unico strumento legittimo di comprensione della realtà, senza confini metafisici oltre i quali cominciasse qualcos’altro. Sosteneva di non essere né riduzionista né determinista, come si può leggere nell’ultimo paragrafo dell’articolo storico su Science, scritto da lui, che riportava le sequenze del genoma umano di Celera. Ma il genoma non è qualcosa di sacro: contiene informazioni da leggere, manipolare e ottimizzare. Non è l’instanziazione materiale di un’intuizione animista. La vita non era per Venter un mistero da venerare, ma un intricato insieme di problemi da risolvere.







