Il 28 gennaio scorso ha preso il via il primo di una serie di processi contro i colossi dei social network, accusati di aver progettato piattaforme finalizzate a creare dipendenza, specie nei più giovani. L’impostazione del processo richiama quello contro le industrie del tabacco, avvenuto negli anni 90, sia nelle strategie dell’accusa che nell’oggetto imputato: i social sono come le sigarette? Le aziende sapevano dei danni delle loro piattaforme sulla salute mentale?
Se l’accusa dovesse avere successo, i social network potrebbero essere in futuro riprogettati, in accordo con nuove regole che ne vincolino design e funzionalità.
Un processo ai social senza precedenti
Un processo «senza precedenti». Così Matthew Bergman, fondatore del Social Media Victims Law Center e avvocato dei querelanti, ha definito in conferenza stampa l’azione legale, iniziata a Los Angeles a fine gennaio, contro i colossi dei social media: TikTok, Snapchat, Meta, YouTube.
L’accusa, che coinvolge all’incirca 1.600 querelanti, 350 famiglie e 250 distretti scolastici, sostiene che le piattaforme siano state progettate con l’intenzione di creare dipendenza nei più giovani, causando danni alla loro salute mentale. Non solo si afferma che algoritmi, notifiche, design e user experience siano elementi pensati per tenere gli utenti “incollati allo schermo”, ma anche che le aziende stesse sarebbero ben consapevoli di questi effetti.
TikTok e Snapchat hanno già patteggiato un accordo extragiudiziale con l’accusa, mentre Meta e YouTube si sono presentate al banco degli imputati, decise a difendersi. La richiesta è di un ingente risarcimento economico, oltre che di una modifica strutturale del modo in cui queste piattaforme sono progettate. A seguito di questo processo, non si escludono ripercussioni giuridiche anche sulla regolamentazione del loro utilizzo (di cui, peraltro, si è già occupata l’Australia e si sta occupando la Francia).
Questo primo processo apre la strada a una serie di procedimenti bellwether, ossia casi rappresentativi scelti che nel diritto americano vengono utilizzati all’interno di un contenzioso seriale (una serie di cause simili tra loro intentate contro lo stesso soggetto o per lo stesso tipo di danno), per capire come potrebbero reagire le giurie in situazioni analoghe e fornire alle parti un’indicazione sull’andamento generale della causa. KGM, la ragazza diciannovenne che viene identificata con queste iniziali nei documenti giudiziari, è solo la prima delle numerose adolescenti che denunciano ansia, depressione e problemi legati all’immagine del proprio corpo, indotti dall’uso dei social. L’esito è ancora incerto, ma se l’accusa dovesse vincere ci troveremmo davanti a qualcosa di storico: il riconoscimento giudiziario della natura potenzialmente dannosa dei social network e della loro passibilità a essere regolamentati, ridisegnati, limitati. Un primo – o forse un secondo – serio attacco alla loro libertà, dopo che lo scandalo Cambridge Analytica aveva innescato, in tutto il mondo, l’esigenza di una regolamentazione più stringente in materia di protezione dei dati. Quella stessa libertà di manovrare dati, disegnare algoritmi e gestire piattaforme che ha condotto queste realtà in cima alla piramide dell’economia mondiale.
Social network come le sigarette?
C’è un parallelo storico che si accosta a questo processo, a partire dalle strategie dell’accusa, ma estendibile all’oggetto stesso della vicenda: quello con le sigarette. Gli avvocati dei querelanti utilizzeranno, in sede processuale, una strategia simile a quella impiegata negli anni ‘90 contro le industrie del tabacco, che pur conoscendo i danni dei loro prodotti li negavano pubblicamente da decenni.
Julia Duncan, avvocata dell’American Association for Justice, ha dichiarato che alcuni documenti desecretati confermerebbero la consapevolezza, da parte dei dipendenti delle aziende, della natura “addictive” dei prodotti che stavano sviluppando. Secondo gli atti depositati in tribunale, questa dipendenza deriverebbe da funzionalità come lo scroll infinito, l’autoplay dei video e la progettazione degli algoritmi di raccomandazione. Ad esempio, ha riferito Duncan, in un documento interno ora desecretato si riporta una chat tra due dipendenti di Instagram, in cui uno definisce l’app una «droga», mentre un altro scrive: «Lol, siamo praticamente spacciatori».
Questa ammissione di consapevolezza è anche suffragata da un recente report dell’Anses (France’s National Agency for Food, Environmental and Occupational Health and Safety), che dopo 5 anni di indagine ha pubblicato un corposo report in cui si sottolinea come il design e la strutturazione algoritmica di queste piattaforme favoriscano la dipendenza.
«I social come le sigarette? Ci sono certamente delle similitudini», commenta Paolo Siani, medico e direttore del Dipartimento malattie rare e telemedicina dell’Azienda ospedaliera Santobono-Pausilipon di Napoli. «Da ormai vent’anni i social network sono entrati in modo permanente nella nostra vita quotidiana, ma solo negli ultimi tempi ci siamo resi conto della loro potenziale dannosità». Secondo Siani, i social rappresentano un pericolo a maggior ragione per adolescenti, il cui cervello è ancora in formazione e che, per crescere e svilupparsi da un punto di vista emotivo, relazionale e intellettuale, avrebbero maggiore bisogno di rapportarsi con i pari e con i propri genitori. «Come ho scritto su Scienza in rete, trent’anni fa un adolescente trascorreva in media tra le 10.000 e le 20.000 ore con adulti e coetanei. Oggi questa media si è ridotta a un intervallo compreso tra le 1.500 e le 5.000 ore. Ora, con ChatGPT e gli altri LLM, c’è un escamotage in più per rifuggire la socialità, lo stare insieme, il confronto».
Alla ricerca del legame causale tra social e malessere
Se la percezione che i social network abbiano avuto un impatto sulla salute mentale è diffusa, più difficile è stabilire una causalità diretta (o addirittura bidirezionale) fra uso dei social ed effetti diretti sulla salute mentale. E ciò avviene per la difficoltà, ben nota nelle scienze sociali, di isolare due variabili e osservarne la reciproca influenza in modo diretto.
Tuttavia, la letteratura scientifica riporta numerose correlazioni significative, conferendo solidità empirica a quest’impressione diffusa: una meta-analisi del 2024 ha rilevato una correlazione positiva tra ansia sociale e uso problematico dei social media, suggerendo che chi ha livelli più elevati di ansia sociale tende a sviluppare comportamenti compulsivi e dipendenza da piattaforme digitali. In questo senso, i social agirebbero come “vie di fuga” e insieme “amplificatori” di queste fragilità: alcune analisi longitudinali hanno evidenziato come adolescenti e giovani adulti che passano più tempo sulle piattaforme social riferiscano livelli più alti di solitudine, rispetto a quelli che svolgono qualsiasi altra attività online.
In accordo con la principale tesi dell’accusa, inoltre, uno studio su 10.904 adolescenti britannici ha trovato che l’uso eccessivo dei social network è correlato a bassa autostima e scarsa accettazione di sé, con un aumento dei sintomi depressivi, specie fra le ragazze: assumendo un utilizzo medio dalle 1 alle 3 ore al giorno, fra le ragazze che usano i social dalle 3 alle 5 ore si riscontra un incremento del 26% dei sintomi depressivi, mentre per quelle che li usano per oltre 5 ore l’aumento arriva al 50%. Fra i ragazzi, gli incrementi sono leggermente più bassi: 21% in più per chi li usa dalle 3 alle 5 ore, e 35% per chi li usa oltre le 5 ore.
Il fenomeno è tutt’altro che isolato: una meta-analisi condotta su 32 Paesi stima che circa un giovane su quattro presenti forme di dipendenza moderata da social media (25%), con una significativa variabilità culturale fino al 31% nei paesi collettivisti (come Cina e Giappone), rispetto al 14% di quelli individualisti (come USA ed Europa occidentale).
Tuttavia, secondo Siani, la soluzione non è vietare i social. «Con gli adolescenti funziona di più un discorso di “accordo” che di “divieto”. È come con le sigarette: si è visto che il semplice “Non fumare” funziona solo fino a un certo punto. Piuttosto, due azioni si impongono: da un lato dobbiamo passare più tempo con loro, creare e favorire spazi di incontro, confronto e aggregazione; stare più tempo con loro come genitori, ascoltarli e farci ascoltare. Dall’altro, è necessario ripensare il design dei social network, privandoli di quelle funzionalità – come lo scrolling infinito – che creano dipendenza. Vanno date regole stringenti a chi progetta queste tecnologie».
Libertà e responsabilità
Il cardine della difesa di Meta e YouTube punta sull’idea che il modo in cui si utilizzano i social dipende dalle persone. Il parallelo con le sigarette, infatti, regge fino a un certo punto: i social “in sé e per sé”, non sono qualcosa di intrinsecamente negativo – come lo sono invece le sigarette per la salute – e anzi, sono stati in diverse occasioni utilizzati come punto di partenza per creare luoghi di aggregazione offline, luoghi essi stessi di aggregazione, opportunità professionali, mezzi di divulgazione…
Quello che si andrà a inscenare in questa serie di processi sarà, sul piano giuridico, ciò che sul piano filosofico è sempre stata la dicotomia fra libertà, responsabilità e autodeterminazione della persona e il condizionamento esterno che le strutture della società esercitano su di essa. Se, nel caso degli adolescenti, il discorso pende più facilmente a favore dell’accusa, perché un cervello in formazione non ha ancora raggiunto la piena maturità, quando si parla di adulti la bilancia delle responsabilità si sposta di più sul singolo: come per le sigarette – specie da quando siamo consapevoli dei danni che provocano – quanto è ampio il nostro margine di responsabilità rispetto ai danni che arrechiamo alla nostra salute? Una risposta definitiva, quantitativa, misurabile, certamente non c’è.
Quello che non manca, tuttavia, è uno spazio per rifletterci.







