Luglio 2026 è stato il mese più caldo mai registrato per gli oceani del pianeta (dato Copernicus ). Sulle coste europee, e in particolare nel Mediterraneo occidentale, le temperature superficiali del mare hanno toccato record assoluti: fino a 6°C sopra la norma a giugno, con una boa al largo di Maiorca che ai primi di agosto ha misurato 33°C. Il Mediterraneo, a luglio, ha registrato una temperatura media di 27°C, la più alta mai osservata per questo mese.

Il 19 agosto World Weather Attribution (WWA), il consorzio internazionale che applica metodi di attribuzione rapida agli eventi estremi, ha pubblicato lo studio più circostanziato finora realizzato sulle ondate di calore marine europee, quantificando il ruolo del cambiamento climatico di origine umana in questi eventi.

Lo studio di attribuzione

Il gruppo, che riunisce ricercatori di Svizzera, Svezia, Stati Uniti, Irlanda e Regno Unito, ha analizzato quattro regioni marine: il Mar Celtico, il Golfo di Biscaglia e la Penisola Iberica (BIP), il Mediterraneo occidentale e il Mediterraneo orientale. Il metodo è quello dell’attribuzione probabilistica: si confrontano le osservazioni con simulazioni di modelli climatici, per stimare quanto il riscaldamento antropico abbia reso più probabile e più intenso l’evento osservato.

Nelle due regioni mediterranee l’aumento di temperatura attribuibile al cambiamento climatico è di circa 2°C, un valore superiore al riscaldamento medio globale (1,4°C sopra i livelli preindustriali). Le osservazioni indicano un incremento di 3,1°C nel Mediterraneo occidentale e di 2,6°C in quello orientale per l’evento annuale più caldo di 14 giorni consecutivi, contro 1,5°C nel Golfo di Biscaglia e 1,2°C nel Mar Celtico.

Il tasso di riscaldamento è massimo in estate, ma anche i mesi di spalla, in particolare la primavera, mostrano un’anomalia superiore alla media globale. Senza il contributo umano, i picchi di temperatura registrati quest’anno nel Mediterraneo orientale, occidentale e nel Golfo di Biscaglia sarebbero stati “virtualmente impossibili”. Nel Mar Celtico, la regione meno colpita in termini relativi, si sarebbe trattato comunque di un evento atteso una volta al secolo.

Lo studio quantifica anche l’estensione delle ondate di calore marine vere e proprie (definite come superamento del 90° percentile della climatologia 1982-2011 per almeno cinque giorni consecutivi).

Nel Mediterraneo occidentale l’area interessata è passata dal 40% (in un ipotetico clima 1,4°C più freddo) all’80% di oggi; in quello orientale dal 9% al 70%. Con un ulteriore riscaldamento di 1,4°C, il livello atteso a fine secolo negli scenari correnti, gli autori stimano che eventi come quello del 2026 diventerebbero da 1,3 a 1,9°C più caldi di quanto osservato quest’anno.

Precedenti: la serie di eventi dal 2003 a oggi

L’ondata del 2026 si inserisce in una serie osservata dalla ricerca marina da oltre vent’anni, che ha un primo evento di riferimento nell’estate 2003. Gli studi di allora (Marullo e Guarracino, Olita e colleghi) documentarono un’anomalia superficiale di 2-3°C protratta per oltre un mese, con mortalità di massa di invertebrati bentonici e perdita di praterie di posidonia lungo le coste nordoccidentali, come mostrato dai lavori di Joaquim Garrabou e colleghi su Global Change Biology. Da allora si sono susseguiti gli eventi del 2012, 2015 e 2018, fino al 2022, che secondo l’analisi di Garrabou e un team internazionale (pubblicata su Copernicus/State of the Planet) ha stabilito il record di “attività” delle ondate di calore marine nel bacino, superando il 2003 per persistenza pur non raggiungendone i picchi massimi di intensità giornaliera. Un lavoro pubblicato su Environmental Research Letters ha documentato come l’ondata del 2022 si sia prolungata fino al 2023, per un fenomeno di persistenza sotto la superficie dovuto al rimescolamento verticale indotto dal vento, che ha spinto le anomalie termiche in profondità nel bacino centrale.

I meccanismi fisici del riscaldamento mediterraneo

Le ondate di calore marine nel bacino sono tipicamente innescate da condizioni di cielo sereno, venti deboli e aria umida, che intrappolano calore in superficie riducendo la dispersione per evaporazione. Un articolo del 2026 su Geophysical Research Letters, firmato da Chaim Garfinkel e colleghi, ha individuato la causa atmosferica ricorrente: la presenza di creste subtropicali persistenti, che sopprimono il vento e alterano i flussi di calore latente, un pattern osservato negli anni 2003, 2018 e 2022.

Un altro filone di ricerca ha mostrato come le ondate di calore marine costiere possano amplificare fino a 3,5 volte l’esposizione delle regioni terrestri limitrofe a condizioni di caldo umido, trasformando episodi brevi di calura in terra in fasi prolungate di stress da calore, con temperature di bulbo bagnato superiori ai 25,5°C. In uno studio pubblicato su Scientific Reports (Nature) nel dicembre 2025 al forzante dei gas serra è attribuito il 95% del rischio dell’evento compound (ondata di calore marina e terrestre) osservato nel 2022. Gli autori osservano che nel mondo controfattuale, senza aumento del forzante gas serra, il modello CESM1-LE stima una probabilità dell’evento inferiore al 5%.

La spiegazione di fondo, richiamata da tempo nella letteratura (vedi Pastor, Valiente e Khodayar sui 38 anni di serie storiche), è che il Mediterraneo è un bacino semichiuso, poco profondo rispetto agli oceani aperti, con circolazione lenta e tempi di ricambio delle acque lunghi: caratteristiche che lo rendono un hotspot climatico, capace di rispondere più rapidamente alle variazioni dei flussi di calore atmosferici rispetto a bacini oceanici più grandi. A questo si aggiunge un’asimmetria interna al bacino: nel Mediterraneo occidentale le ondate di calore marine tendono a essere più intense e frequenti, guidate da forti anomalie positive di flusso di calore (più radiazione solare, meno dispersione per calore latente); in quello orientale sono in genere più lunghe, e più legate a una riduzione della radiazione infrarossa uscente. Lo studio WWA cattura questa differenza distinguendo le due sotto-regioni con trend e valori di attribuzione diversi.

La caravella portoghese sulle coste atlantiche europee

Tra gli effetti osservati quest’estate c’è la comparsa massiccia, lungo le coste atlantiche europee, della caravella portoghese (Physalia physalis), un sifonoforo, cioè una colonia di individui specializzati che funziona come un unico organismo, spesso confuso con una medusa. Le sue punture sono dolorose e restano attive anche nei tentacoli separati dal corpo o negli esemplari spiaggiati morti. Sulle spiagge di San Sebastián, nei Paesi Baschi, un solo giorno di inizio agosto ha fatto registrare oltre 120 punture, con la chiusura delle tre spiagge principali della città; nel mese di luglio, nella sola regione basca, gli infortuni hanno superato quota 800. Sulla costa atlantica francese, dalla Gironda ai Paesi Baschi, le autorità hanno contato oltre 1.100 punture, con decine di spiagge chiuse temporaneamente. Segnalazioni sono arrivate anche dalle Asturie e dal Portogallo, dove l’Istituto per il mare e l’atmosfera (IPMA) ha rilevato avvistamenti crescenti su spiagge come Costa da Caparica e Carcavelos, rafforzando Gelavista, la piattaforma pubblica di monitoraggio delle specie gelatinose.

Secondo Elvire Antajan, ricercatrice di zooplancton dell’istituto oceanografico francese, lungo la costa atlantica francese gli avvistamenti di caravella sono passati da un evento ogni sette-otto anni a un appuntamento ormai annuale. Gli esperti indicano una soglia critica intorno ai 24°C di temperatura superficiale, unita a venti favorevoli al trasporto verso costa, come condizione che rende possibili gli arrivi di massa. Gli stessi ricercatori citati nelle inchieste giornalistiche segnalano però che le cause di una singola fioritura restano complesse, e che la temperatura è solo uno dei fattori, insieme a correnti, venti e disponibilità di cibo. Non risulta, inoltre, una popolazione mediterranea permanente della specie: gli esemplari osservati nel Mediterraneo centrale tra febbraio e marzo 2026 sono legati a un afflusso episodico di acqua atlantica attraverso lo stretto di Gibilterra.

Le fioriture di organismi gelatinosi nel Mediterraneo

L’episodio della caravella si inserisce in un fenomeno più ampio e documentato dalla letteratura scientifica: l’espansione delle fioriture di organismi gelatinosi nei mari europei. Un lavoro su Biology Letters, basato su oltre cinquant’anni di dati, ha mostrato come inverni più caldi favoriscano l’ingresso attraverso lo stretto di Gibilterra della medusa Pelagia noctiluca, che raggiunge densità elevate lungo le coste spagnole quando le condizioni termiche sono favorevoli. Il fenomeno complessivo è stato descritto come “tropicalizzazione”: il riscaldamento del bacino favorisce l’ingresso e l’affermazione di specie gelatinose di origine tropicale, alcune aliene, in un contesto già indebolito da urbanizzazione costiera, eccesso di nutrienti e pesca eccessiva, che riduce le popolazioni di predatori naturali delle meduse come tonni e tartarughe marine. Riscaldamento, pesca e antropizzazione costiera agiscono insieme piuttosto che come cause isolate. La letteratura sulle specie aliene termofile documenta anche il caso di Cassiopea andromeda, medusa di origine indo-pacifica ormai insediata in diverse aree del Mediterraneo, per la quale un lavoro recente ha stimato una nicchia termica ottimale intorno ai 35,7°C e ha proiettato, negli scenari RCP 4.5 e 8.5 al 2050, un’espansione dell’habitat idoneo verso ovest e verso nord nel bacino.

Il quadro è coerente con quanto osservato dallo studio WWA sul fronte ittico: uno spostamento generale della fauna marina verso i poli, con specie temperate sostituite da quelle di origine più calda, e una ricomposizione delle comunità costiere con effetti ecologici, sanitari e turistici.

Altri impatti ecologici e sociali delle ondate di calore marine

Le ondate di calore marine causano mortalità di massa di specie strutturanti degli ecosistemi bentonici, coralli, spugne, gorgonie, macroalghe, come sintetizzato dai lavori di Garrabou e colleghi, incluso uno studio pubblicato su Scientific Reports (Nature) su una delle mortalità più gravi mai osservate tra i coralli gorgonacei del bacino. La perdita di queste specie si ripercuote lungo la catena trofica, fino a invertebrati, pesci, uccelli marini e mammiferi.

Lo studio WWA segnala altri effetti osservati quest’estate: nel Regno Unito i pescatori segnalano un aumento anomalo di polpi nelle proprie acque dallo scorso aprile; si osserva uno spostamento verso nord delle specie marine in cerca di acque più fresche, con implicazioni per la pesca costiera e l’acquacoltura; sono stati osservati delfini nutrirsi di meduse per la scarsità delle prede abituali come lo sgombro.

Il Centro europeo per la prevenzione e il controllo delle malattie (ECDC) ha segnalato un rischio crescente di malattie trasmesse dall’acqua, come la vibriosi, nei periodi di caldo prolungato.

Le temperature superficiali del mare più elevate aumentano inoltre l’umidità atmosferica sulle coste, con implicazioni per l’intensità delle piogge. Le alluvioni di Valencia del 2024 sono citate dagli autori WWA come caso in cui le alte temperature del Mediterraneo hanno contribuito a un evento estremo sulla terraferma.

Proiezioni e misure di adattamento

Le proiezioni per un clima più caldo di ulteriori 1,4°C indicano temperature superiori alla soglia di tolleranza di molte specie marine oggi presenti nei nostri mari, con limiti stringenti alla capacità di adattamento. Le misure di adattamento (riduzione di altre pressioni sugli ecosistemi, protezione degli habitat, gestione della pesca e dell’acquacoltura, potenziamento dei sistemi di allerta precoce) possono aumentare la resilienza, ma non possono compensare da sole gli effetti del riscaldamento oceanico in corso.

Gli autori dello studio WWA indicano nella riduzione delle emissioni da combustibili fossili la condizione necessaria per limitare gli impatti su ecosistemi, pesca, produzione alimentare e turismo lungo le coste europee.

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