Il 19 luglio 2025 Naceur Messaoudi, bracciante di 57 anni, è morto mentre raccoglieva cocomeri nelle campagne di Montalto di Castro, in provincia di Viterbo. Pochi giorni prima un altro bracciante era morto in un agrumeto del Cosentino, un terzo in una serra del Casertano. Il 25 luglio, in Sardegna, l’operaio antincendio Gianfranco Incollu ha perso la vita mentre lavorava tra le fiamme a Jerzu, con temperature che hanno toccato i 48 gradi. Sono solo alcuni dei casi che le cronache e i sindacati hanno raccolto durante l’estate. Quasi sempre la causa ufficiale resta un generico malore, perché il caldo compare raramente sul certificato di morte.

Ecco il problema: la mortalità e gli infortuni da calore sul lavoro sono in larga parte sommersi. Il caldo moltiplica il disagio portandolo a volte alle estreme conseguenze. Aggrava malattie esistenti, ma provoca anche colpi di calore e disidratazione. Soprattutto fa crescere la probabilità di incidenti, perché riduce attenzione, lucidità e coordinazione. La conseguenza è che molti infortuni da caldo finiscono registrati in altre caselle. A questa invisibilità statistica se ne aggiunge una sociale: una quota importante dei lavoratori più esposti, in agricoltura come in edilizia, è composta da migranti, stagionali e persone impiegate in nero o tramite caporalato, cioè proprio chi ha meno voce per pretendere acqua, ombra e pause, e meno possibilità di fermarsi quando il corpo dà i primi segnali.

Perché il corpo cede

Al calore dell’ambiente, fatto di temperatura, umidità, vento e radiazione solare, si somma il calore prodotto dai muscoli durante lo sforzo. Quando le due fonti superano la capacità del corpo di disperdere calore, la temperatura interna sale e la termoregolazione entra in crisi: arrivano crampi, esaurimento, fino al colpo di calore, che è un’emergenza medica. Nelle esposizioni ripetute, anno dopo anno, la letteratura segnala anche danni renali, eventi cardiovascolari ed effetti sulla fertilità.

Per misurare questo rischio non basta il termometro. Serve un indice che tenga conto di tutte le componenti, e quello più usato è il WBGT, la temperatura di bulbo umido. È lo stesso parametro che la guida dell’OMS Europa sui piani caldo-salute, di cui ci siamo già occupati, raccomanda per il mondo del lavoro, insieme a un altro fattore spesso trascurato: l’acclimatazione. Il corpo si adatta gradualmente al caldo, e i giorni più rischiosi sono spesso i primi di un’ondata, o l’inizio della stagione, quando i lavoratori non sono ancora abituati. Vale anche per gli ambienti chiusi: cucine, magazzini, fonderie, stirerie e capannoni della logistica possono diventare trappole di calore tanto quanto un cantiere sotto il sole.

I numeri italiani

Quando si prova a quantificare il fenomeno, le cifre sono notevoli. Le ricerche condotte nell’ambito dei progetti finanziati dall’INAIL stimano in Italia oltre 4.000 infortuni sul lavoro l’anno attribuibili al caldo: circa 4.270 di media all’anno nel periodo 2014-2019, per un totale di oltre 25.000 casi e un costo per la collettività intorno ai 50 milioni di euro l’anno, probabilmente superati nel 2024. Sono numeri che pesano due volte, in vite e in denaro, e che riguardano soprattutto chi lavora all’aperto o in ambienti chiusi non climatizzati: edilizia, agricoltura, cave, logistica, manifattura pesante, servizi di emergenza.

Secondo le agenzie europee per la sicurezza, circa un terzo dei lavoratori del continente è ormai esposto a rischi legati ai cambiamenti climatici, con il caldo in cima alla lista. E l’impatto non si misura solo in infortuni: il calore riduce la produttività perché rallenta i ritmi, impone pause e cala il rendimento. Le stime europee parlano di una perdita di ore di lavoro che già oggi vale oltre l’1% dell’offerta complessiva, con i valori più alti proprio nel Sud, Italia compresa, dove si concentrano agricoltura e cantieri. Il caldo, in altre parole, è anche un problema economico, non solo sanitario.

Lo conferma il centro studi di Allianz, che nel rapporto Too hot to grow del maggio 2026 ha provato a mettere in conto il calore. Oltre la soglia critica dei 30 °C, stima, la produttività del lavoro cala di circa il 3% per ogni grado in più, perché crolla la resa per ora lavorata, mentre i consumi di energia salgono dell’1,2% per grado: i costi aumentano proprio quando il rendimento diminuisce. Nelle annate più calde le ondate sono già costate tra lo 0,3% e lo 0,5% del PIL europeo, oltre l’1% nei casi peggiori, e in uno scenario in cui i prossimi anni ricalcano i più caldi mai registrati le perdite cumulate al 2030 potrebbero arrivare al 5-7% del PIL nelle economie più esposte: per l’Italia, seconda in Europa, circa 147 miliardi di dollari, dietro la sola Francia. A pesare è anche un ritardo strutturale: in Europa la diffusione dei condizionatori è ferma in media al 19%, contro circa il 90% degli Stati Uniti.

A calare lo sguardo sul caso italiano è un recente rapporto sul rischio climatico in Italia firmato da Matteo Calcaterra e colleghi. A partire dal terzo giorno consecutivo di ondata di calore – dice lo studio – ogni giornata in più con temperature pari o superiori a 30 °C si associa a un calo di 0,56 punti percentuali dei tassi di occupazione provinciali, e nei giorni di caldo estremo il rischio di infortunio nell’edilizia aumenta di oltre il 20%. Ma il dato forse più importante è un altro. Il calore, scrive il rapporto, non si limita a ridurre la produttività: ridisegna il mercato del lavoro, spingendo verso l’inattività proprio i lavoratori più fragili, quelli con contratti flessibili e salari più bassi, e amplia le disuguaglianze già esistenti. Persino le tecnologie di adattamento, dalla climatizzazione alla robotica indossabile, rischiano di amplificare le disuguaglianze, perché chi può permettersele è anche chi è meno esposto. Il tutto, nota lo studio, in un Paese dove le politiche di adattamento coprono appena il 10% delle Regioni e il 2% delle città.

Che il bilancio penda ormai dalla parte del caldo lo conferma, allargando lo sguardo dal lavoro alle città, una ricerca pubblicata su Nature Medicine nel 2025: analizzando 854 aree urbane europee, lo studio mostra che, senza un forte adattamento al caldo, l’aumento delle morti per le alte temperature supera in tutti gli scenari la diminuzione di quelle per il freddo. Nello scenario di bassa mitigazione e scarso adattamento, il bilancio netto delle morti legate al clima cresce di quasi il 50% entro fine secolo, e nemmeno dimezzare il rischio con l’adattamento basta a invertire la tendenza. A pagare il prezzo più alto sono proprio cittadini e lavoratori del Mediterraneo, Italia compresa.

C’è poi un fronte meno noto di quello dei campi e dei cantieri, ma altrettanto critico: il lavoro al chiuso. Cucine di ristoranti, lavanderie, stirerie, fonderie, vetrerie e i grandi capannoni della logistica e dell’e-commerce, spesso privi di climatizzazione adeguata, possono superare di parecchio le temperature esterne. Qui il rischio è doppiamente insidioso, perché meno visibile e perché non rientra nelle ordinanze che fermano il lavoro all’aperto. Un magazziniere che movimenta pacchi a 38 gradi sotto un tetto di lamiera non compare in nessuna mappa del caldo urbano, eppure è tra i più esposti.

Prevenire si può: il caso worklimate

La parte più incoraggiante della storia italiana è che esiste uno strumento che funziona, ed è italiano. La piattaforma Worklimate, sviluppata dall’INAIL con l’Istituto per la BioEconomia del CNR, fornisce ogni giorno mappe previsionali del rischio da caldo per i lavoratori, distinguendo per intensità dell’attività fisica e per esposizione al sole. Sono queste mappe che molte Regioni usano per decidere quando fermare il lavoro all’aperto.

E quando lo si fa, si vedono i risultati. Uno studio Cnr-Inail, pubblicato sul Journal of Exposure Science and Environmental Epidemiology e coordinato da Marco Morabito del CNR, ha dimostrato per la prima volta in Europa l’efficacia di un approccio previsionale: nelle Regioni che hanno adottato ordinanze basate sul rischio, gli infortuni si riducono tra il 20 e il 40%. Nell’estate 2024, la più calda mai registrata, il tasso di infortuni nell’edilizia è risultato del 21,9% più basso nelle Regioni con ordinanze rispetto a quelle senza, di circa il 25% in agricoltura, e nelle giornate classificate ad alto rischio dalla piattaforma il calo nell’edilizia ha superato il 40%. La prevenzione, insomma, non è un costo a fondo perduto: salva vite e si traduce in numeri.

Sia la guida dell’OMS sia le linee guida dell’INAIL convergono su un nucleo di misure: una valutazione del rischio caldo fatta prima della stagione e aggiornata quando cambiano mansioni, organici o livelli di allerta; la riorganizzazione di turni e orari per spostare le attività più pesanti fuori dalle ore centrali; pause regolari all’ombra conteggiate dentro l’orario di lavoro; acqua e punti di idratazione sempre disponibili; periodi di acclimatazione per chi inizia o rientra; abbigliamento e dispositivi di protezione che riducano, e non aumentino, lo stress termico.

A queste si aggiungono accorgimenti semplici ma efficaci, come il “sistema del compagno”, in cui i lavoratori si controllano a vicenda per cogliere i primi segni di malore in un collega, e la formazione, perché spesso chi è più a rischio è anche chi sottovaluta il pericolo. È un punto su cui la guida dell’OMS insiste molto: il caldo va comunicato come un rischio serio, non come un fastidio stagionale, e le informazioni devono raggiungere anche chi lavora ai margini, nei cantieri informali e nei campi, dove l’italiano non è la lingua di tutti.

Il mosaico delle ordinanze regionali

Il problema è che gran parte di questa prevenzione resta affidata alla buona volontà dei territori. Le ordinanze regionali che vietano il lavoro all’aperto nelle ore centrali, in genere dalle 12:30 alle 16, nei giorni di rischio “alto” segnalato da Worklimate, sono cresciute in fretta: erano 18 le Regioni che le avevano adottate nel 2025, per oltre 2,3 milioni di addetti coinvolti, e già 16 nel 2026 prima ancora dell’inizio dell’estate. L’Emilia-Romagna, per esempio, ha fermato nelle ore più calde chi opera nei cantieri edili, in agricoltura, nel florovivaismo e nei piazzali della logistica.

Resta però una tutela a macchia di leopardo. Un bracciante è protetto oppure no a seconda della Regione in cui raccoglie i pomodori, e le ordinanze, per loro natura, sono provvedimenti temporanei, stagionali, soggetti a sensibilità politiche diverse e a tempi di emanazione che non sempre stanno al passo con le ondate. Lo stesso lavoro, lo stesso rischio, due livelli di protezione: è il limite strutturale di un sistema che affida alla geografia ciò che dovrebbe essere un diritto uniforme.

Il protocollo nazionale e cosa manca ancora

A livello nazionale qualcosa si è mosso. Il 2 luglio 2025, sotto la spinta di un’ondata di calore da record e di alcune morti in cantiere, Ministero del Lavoro, imprese e sindacati hanno firmato il Protocollo caldo: una cassa integrazione “climatica” che, per i periodi di sospensione legati al caldo, non intacca il tetto delle 52 settimane, l’obbligo di monitoraggio del WBGT e la riorganizzazione di turni e orari. Per la prima volta la copertura è stata estesa anche ai lavoratori agricoli stagionali. Nel 2026 il governo è tornato sul tema con un decreto sulla cassa integrazione per il caldo.

I buchi, però, sono evidenti. Il protocollo esclude i rider non dipendenti, i precari e gli autonomi, cioè proprio una parte di quel lavoro frammentato e poco contrattualizzato che durante le ondate è tra i più esposti. Glovo ha risposto a modo suo, proponendo ai suoi rider un “bonus caldo” crescente con i gradi, dal 2% sopra i 32 °C fino all’8% oltre i 40 °C: una mancia che monetizza il rischio invece di ridurlo. I sindacati di base hanno inoltre denunciato che la soglia per accedere agli ammortizzatori, spesso fissata intorno ai 35 gradi misurati all’ombra, è troppo alta, perché per chi fa lavori pesanti sotto il sole il pericolo comincia molto prima.

Il Testo Unico sulla salute e sicurezza sul lavoro del 2008 obbliga i datori di lavoro a valutare tutti i rischi presenti in azienda, microclima e calore compresi, e ad adottare le misure necessarie. Il punto, denunciano sindacati ed esperti, è che questa norma generale viene applicata poco e male quando si parla di caldo: nei documenti di valutazione dei rischi il rischio termico è spesso assente o trattato in modo formale, e i controlli sono pochi.

Il nodo, alla fine, è che manca una legge nazionale che fissi obblighi uniformi e una soglia vincolante di temperatura oltre la quale certe attività vanno sospese. È la richiesta che arriva con forza dal sindacato dell’edilizia: la Fillea CGIL chiede da tempo «una legge, non interventi tardivi», capace di trasformare le ordinanze stagionali e i protocolli volontari in diritti esigibili tutto l’anno e su tutto il territorio. Sullo sfondo si muove anche l’Europa, dove è in discussione l’ipotesi di una direttiva sui rischi professionali da calore, e dove agenzie come EU-OSHA e l’Organizzazione internazionale del lavoro spingono perché lo stress termico entri stabilmente nelle norme di sicurezza.

La stessa ricetta arriva dall’analisi economica. Per proteggere davvero i lavoratori, scrive Allianz, servono quattro pilastri: soglie di temperatura vincolanti, lo stop automatico del lavoro quando vengono superate, il risarcimento delle ore perse e coperture che arrivino fino ai lavoratori a termine, stagionali e delle piattaforme. Nessuna grande economia europea, avverte il rapporto, li ha tutti e quattro, e la lacuna si concentra proprio sull’ultimo, cioè sui lavoratori più esposti, lasciati ai margini di un sistema pensato per i contratti standard.