«Uomo-madre», così si definisce Egon Botteghi, attivista, referente per la genitorialità delle persone transgender della Rete Genitori Rainbow, nel libro Storie di genitori trans*, (Villaggio Maori Edizioni, 2024), in cui racconta del suo percorso di vita, del figlio e della figlia nati prima della sua affermazione di genere, con cui ha mantenuto un rapporto materno. Quello di uomo-madre è un concetto destabilizzante per una società che è ancora fortemente binaria: la maternità nella nostra cultura è associata alla femminilità, dunque una persona che partorisce è madre e una madre è donna. È stata a lungo impensabile l’idea di un uomo con fattezze maschili, che all’anagrafe risulta di genere maschile e che in passato ha partorito o addirittura che adesso, con queste sue fattezze maschili, sta portando avanti una gravidanza. 

«La legge numero 164 del 1982 venne inizialmente interpretata come se la condizione necessaria per ottenere la rettifica dei documenti di una persona transgender fosse un intervento chirurgico demolitivo, per adeguare il suo corpo al genere di elezione», spiega Botteghi. «Alla base di questa interpretazione c’era la volontà di classificare il corpo e l’identità delle persone come maschili o come femminili. Ma c’era anche, io ritengo, la volontà di sterilizzare le persone trans, di cancellare la loro capacità procreativa, per il timore che riproducendosi possano perpetuare l’anomalia della loro esistenza, trasmettere alla prole un inesistente “gene trans”. È una considerazione eugenetica che qualcuno esprime apertamente e tanti probabilmente non esprimono ma condividono. Cancellando la capacità riproduttiva delle persone transgender con la chirurgia si aboliva anche l’idea che potessero avere un desiderio di genitorialità e di conseguenza loro stesse erano portate a considerare la paternità o la maternità non compatibili con la propria identità».

Nonostante la legge 164 sia tuttora in vigore, l’interpretazione riguardo l’obbligo di sottoporsi a un intervento chirurgico è venuta meno in virtù della sentenza della Corte Costituzionale numero 221 del 2015. Oggi quindi nel nostro Paese è possibile che una persona risulti all’anagrafe appartenente al genere maschile ma sia dotata di un apparato riproduttivo femminile, potenzialmente in grado di concepire e portare avanti una gravidanza. «Un tempo un uomo transgender poteva essere genitore solo se aveva messo al mondo figli o figlie prima della transizione, come nel mio caso. Oggi l’uomo gestante o l’uomo che partorisce non sono più concetti inconcepibili», osserva Botteghi, «sono progetti di vita realizzabili e in alcuni casi sono già realtà».

Preservare la fertilità

«In seguito alla sentenza del 2015, non è obbligatorio neppure intraprendere un trattamento ormonale di affermazione di genere per ottenere la rettifica dei documenti, ma è prassi consolidata che la persona richiedente abbia conseguito dei mutamenti dei caratteri sessuali secondari, che si ottengono appunto con la terapia ormonale», spiega Roberta Parigiani, avvocata e portavoce del Movimento Identità Trans. «Sono rari i casi in cui un giudice ha dato il consenso alla rettifica anche senza il ricorso alla terapia ormonale».

Nella prospettiva di una gravidanza è d’obbligo chiedersi, allora: che impatto può avere la somministrazione di testosterone sull’apparato riproduttivo femminile e sulla sua funzionalità? «Il testosterone può causare infertilità temporanea sopprimendo l’attività ovulatoria, ma le evidenze disponibili indicano che non determina un danno irreversibile alla qualità degli ovociti», risponde Antonio Laganà, professore associato di Ginecologia dell’Università di Palermo. «Quelli recuperati dopo terapia ormonale mostrano competenza simile a quelli di soggetti non esposti e la riserva ovarica sembra relativamente preservata nella maggior parte dei casi. Non ci sono prove solide di insufficienza ovarica precoce indotta da testosterone. Tuttavia, i dati a lungo termine restano limitati. L’opzione più prudente è crioconservare una riserva di ovociti prima del trattamento ormonale. L’utilizzo di ovociti che non sono stati esposti al testosterone per una eventuale successiva gravidanza elimina ogni dubbio su effetti diretti del farmaco. È l’opzione con il profilo di sicurezza biologica più elevato».

Ben prima che in Italia fosse consentito alle persone transgender di ottenere la rettifica dei documenti senza rinunciare all’apparato riproduttivo, le linee guida internazionali raccomandavano di offrire un counseling specifico sul tema della fertilità a chi si apprestava a intraprendere un percorso di affermazione di genere. Con la sentenza del 2015, il counseling è diventato una prassi anche nel nostro Paese e di solito si prospetta la possibilità di crioconservare i gameti per uso futuro.

«In questo caso, però, i costi del prelievo e della preservazione degli ovociti non sono rimborsati dal servizio sanitario pubblico, ma sono a carico dell’utente, al contrario di quello che è previsto per le pazienti oncologiche o per quelle affette da altre patologie come l’endometriosi, che si accingono a intraprendere terapie potenzialmente lesive per la loro fertilità. Per loro i costi sono rimborsati», dice Maria Cristina Meriggiola, professoressa associata di Ginecologia e Ostetricia dell’Università di Bologna.

PMA o gravidanza spontanea

La spesa per la conservazione è un ostacolo discriminatorio che fa il paio con quello che incontra un uomo transgender nel momento in cui vuole utilizzare i propri ovociti preservati per cercare una gravidanza con l’aiuto della procreazione medicalmente assistita. «In Italia la legge consente l’accesso alla PMA alle coppie di sesso diverso, coniugate o conviventi. Teoricamente quindi una coppia formata da un uomo transgender e da una donna potrebbe usufruirne», spiega l’avvocata Parigiani. «Tuttavia di fatto nel nostro Paese in queste situazioni c’è una barriera che costringe le coppie a rivolgersi a strutture che operano all’estero».

D’altra parte, come abbiamo visto, l’assunzione di testosterone nella maggior parte dei casi non compromette la funzionalità delle ovaie e la riserva di ovociti. «Se il trattamento ormonale non è durato molto a lungo, i suoi effetti sull’apparato riproduttivo sono reversibili e di solito alla sua sospensione il ciclo ovulatorio riprende, consentendo la ricerca di una gravidanza spontanea. Tanti percorrono questa strada per realizzare i loro progetti riproduttivi», osserva la ginecologa Meriggiola. «Attenzione, non si può escludere l’eventualità di una gravidanza spontanea a seguito di un rapporto non protetto anche durante l’assunzione del testosterone, che riduce l’attività ovarica ma non la sopprime del tutto. Si sono verificati dei casi simili anche in Italia. È importante essere consapevoli di questo rischio e adottare un mezzo contraccettivo sicuro».

Se la terapia ormonale non si è protratta a lungo e viene interrotta prima di cercare una gravidanza, il rischio di complicazioni ostetriche durante l’attesa è sovrapponibile a quello delle gravidanze nelle donne cisgender. «La sospensione del testosterone prima del concepimento è cruciale perché l’ormone è teratogeno: può causare virilizzazione dei genitali esterni dei feti con cromosomi XX e anomalie dello sviluppo», spiega il ginecologo Laganà. «È associato anche a rischio aumentato di aborto».

Questione di codice fiscale

«È consigliabile per le persone transgender che progettano una maternità rivolgersi a una struttura che abbia esperienza specifica, dove operi un’equipe multidisciplinare con competenze di ginecologia e di endocrinologia e, soprattutto, dove l’ambiente sia inclusivo e rispettoso e il personale preparato a gestire le complessità amministrative che possono emergere in questi casi», osserva Meriggiola.

L’accesso a tutte le prestazioni erogate dai Servizi Sanitari Regionali è legato al codice fiscale, che è rigorosamente binario: prevede solo utenti di genere maschile o femminile. «Per un utente che ha codice fiscale maschile è estremamente complicato, per esempio, sottoporsi ai test di screening per il tumore del collo dell’utero, pur avendo l’utero», spiega l’avvocata. «Oggi alcune aziende sanitarie locali, formate grazie all’impegno dell’attivismo, sanno come gestire questi meccanismi burocratici e sono pronte a offrire un’assistenza flessibile anche alle gravidanze transgender. Purtroppo sono distribuite a macchia di leopardo in un contesto generale di impreparazione».

Già nel 2023 il gruppo di lavoro sulle disuguaglianze di salute legate al genere dell’Istituto Superiore di Sanità aveva dedicato all’argomento un documento di indirizzo, mettendo l’accento sulle ricadute negative per la salute fisica e psicologica che questi ostacoli organizzativi comportano.

Madre o padre

Rigorosamente binario è anche il certificato di nascita italiano. «Non prevede la possibilità di identificare come padre la persona che ha dato alla luce il bambino o la bambina, ragione per cui un uomo transgender che partorisce nel nostro Paese viene iscritto nel certificato come madre, nonostante dai suoi documenti risulti di genere maschile, così come non è possibile al momento registrare una persona all’anagrafe con un terzo genere diverso da maschile o femminile. La Corte Costituzionale nel 2024 ha chiarito che dell’argomento è necessario che si occupi il Parlamento», spiega Parigiani.

La scelta di una persona transgender se farsi chiamare mamma o papà, o in qualche altro modo ancora, è strettamente personale ed è legata al vissuto di chi porta la gravidanza e partorisce. «Io sono la madre dei miei figli e tale sono rimasto anche dopo la mia affermazione di genere. Sono un uomo-madre», dice Egon Botteghi. «C’è chi preferisce essere chiamato padre. Per chi decide di intraprendere una gravidanza dopo avere iniziato il trattamento ormonale, interrompere l’assunzione del testosterone e osservare i cambiamenti del proprio corpo può essere fonte di disagio o sofferenza, ma non sempre è così. La gravidanza per un uomo transgender non è necessariamente un ritorno al femminile. C’è chi la vive come l’esperienza di mettere al mondo un figlio o una figlia nel modo in cui il suo corpo gli consente di fare: semplicemente una persona che diventa genitore».