Pubblicato il 26/06/2026Tempo di lettura: 8 mins
Il nodo è venuto al pettine: più di un milione di cittadini dell’UE ha chiesto alla Commissione Europea di vietare in tutti gli Stati membri le cosiddette terapie riparative dell’omosessualità e delle identità transgender, interventi medici e psicologici che la comunità scientifica internazionale da tempo ha giudicato inutili e nocivi, ma che vengono ancora praticati e tollerati in alcuni Paesi. Al momento, però, non esistono le condizioni politiche per raggiungere l’unanimità del Consiglio dell’Unione Europea, che occorre per approvare una decisione in tal senso. La Commissione Europea ha stabilito quindi di adottare entro il 2027 una raccomandazione che non obbligherà ma inviterà gli Stati membri a vietare le terapie riparative.
Una vittoria a metà per la scienza e per i diritti
Nel 2024 l’associazione francese Act (Against Conversion Therapy) ha lanciato una Iniziativa dei Cittadini Europei, uno strumento che consente ai cittadini di chiedere alla Commissione Europea di proporre atti legislativi, a condizione di raccogliere almeno un milione di firme da almeno sette Stati membri. L’Iniziativa, dal titolo Ban on conversion practices in the European Union chiede che in tutti i Paesi dell’UE siano vietati gli interventi mirati a modificare, reprimere o sopprimere l’orientamento sessuale, l’identità di genere o l’espressione di genere delle persone LGBTQI+. Il 16 maggio 2025 è stato raggiunto l’obiettivo del milione di firme, validate e consegnate alla Commissione Europea il successivo 17 novembre.
Il 29 aprile del 2026 il Parlamento Europeo ha pubblicato il Rapporto sulla situazione dei diritti fondamentali nell’UE nel biennio 2024-2025 che, al paragrafo 57, condanna le pratiche di conversione «in quanto violazioni dei diritti fondamentali, e sollecita la Commissione ad affrontarle mediante azioni concrete; esorta inoltre, a questo riguardo, la Commissione a presentare una proposta di atto giuridico che istituisca un divieto dell’UE delle pratiche di conversione in tutti gli Stati membri in risposta all’Iniziativa dei Cittadini Europei Ban on conversion practices in the European Union».
La parola è passata così alla Commissione Europea. Presentare una proposta legislativa vincolante come richiesto dai cittadini avrebbe voluto dire l’approvazione unanime dei membri del Consiglio dell’Unione Europea, che riunisce i ministri competenti in materia di tutti gli Stati membri, un obiettivo difficilmente realizzabile nell’attuale panorama politico, così la Commissione ha ripiegato su una raccomandazione non vincolante, che non richiede l’approvazione del Consiglio. La sua adozione è prevista per il 2027. Una vittoria a metà per la scienza e per i diritti.
Quale sia l’opinione dei rappresentanti dei partiti di destra sulle terapie di conversione è evidente dagli interventi dei commissari che hanno preso la parola il 25 marzo scorso durante la discussione dell’Iniziativa dei Cittadini: la spagnola Margarita De La Pisa Carriòn, di Vox, l’italiano Paolo Inselvini, di Fratelli d’Italia, il romeno Cristian Terhes, del Partito Nazionale Conservatore e altri dello stesso orientamento politico si sono succeduti al podio invocando il diritto delle famiglie di educare i figli secondo i propri principi. Vietare le pratiche di riparazione dell’omosessualità e dell’identità transgender equivale, secondo le loro dichiarazioni, ad abbandonare gli adolescenti confusi nelle mani della “lobby LGBT” determinata a traviarli. È la stessa narrazione dei movimenti anti-scelta che in Italia hanno sostenuto la recente approvazione della legge Valditara sull’obbligo di consenso informato scritto da parte dei genitori per la partecipazione degli studenti ad attività scolastiche dedicate ai temi della sessualità. Con una derapata semantica a 180° la “libertà educativa” delle famiglie viene così contrapposta all’evidenza scientifica ed è sancito il diritto inalienabile dei genitori di lasciare i figli nell’ignoranza e tentare di forzare il loro orientamento sessuale e la loro identità ed espressione di genere. Purtroppo anche di recente fatti di cronaca drammatici, come l’omicidio e il femminicidio di Camaiore, dove un uomo ha ucciso il figlio gay e la moglie, testimoniano quanto è lunga la strada verso l’accettazione degli orientamenti di genere.
Illegittime, inefficaci, dannose
Le cosiddette terapie riparative o pratiche di conversione hanno origine tra la fine del XIX e la prima metà del XX secolo, quando l’omosessualità che fino ad allora era considerata una devianza morale venne riclassificata come malattia mentale. «Per decenni sono state formulate teorie scientificamente non dimostrate ma basate su pregiudizi e preconcetti, o derivanti dall’esperienza clinica con pazienti omosessuali condizionati dall’ostilità sociale interiorizzata, la cosiddetta omofobia interiorizzata», osserva Vittorio Lingiardi, professore ordinario di Psicologia dinamica della Sapienza Università di Roma. «Nonostante già Freud affermasse che “l’impresa di trasformare un omosessuale pienamente sviluppato in un eterosessuale non offre prospettive di successo migliori dell’impresa opposta”, nel secolo scorso non sono mancati i tentativi di “curare” l’omosessualità, ormai banditi dalla comunità scientifica internazionale perché inefficaci e dannosi, se non altro perché non si può curare qualcosa che patologia non è».
L’omosessualità è stata derubricata dai manuali psichiatrici a partire dal 1973. In seguito, anche l’identità transgender è stata depatologizzata: dall’American Psychiatric Association nel 2013 e dall’OMS nel 2018.
C’è chi obietta che un adulto, nell’esercizio della sua libertà personale, abbia il diritto di chiedere un intervento di conversione a un professionista della salute mentale, se vive con sofferenza il proprio orientamento sessuale, la propria identità o espressione di genere perché non sono conformi agli standard del suo ambiente sociale o delle sue convinzioni morali. «Nel rispetto delle norme deontologiche e delle evidenze scientifiche disponibili, un professionista non può offrire trattamenti volti a modificare caratteristiche o condizioni che non siano riconosciute come patologiche, anche quando tali interventi siano richiesti dalla persona stessa. Tali pratiche non hanno dimostrato efficacia terapeutica e possono esporre l’individuo a rischi significativi per la salute psicologica», risponde Roberto Baiocco, ordinario di Psicologia dello sviluppo della Sapienza Università di Roma e direttore del Servizio “6 come sei”, centro clinico e di ricerca su orientamenti sessuali e identità di genere. «Quello che la psicologia può fare è accompagnare una persona che vive una situazione di sofferenza nell’indagare la propria identità di genere e il proprio orientamento sessuale. È un percorso spesso lungo e impegnativo, volto ad aiutare la persona a riconoscere e affermare se stessa. Affermare vuol dire anche, eventualmente e non necessariamente, modificare il proprio aspetto fisico per adeguarlo alla rappresentazione di sé, non diversamente da quanto fa, per esempio, una donna cisgender quando ricorre alla chirurgia estetica per adeguare l’aspetto del seno all’immagine in cui si riconosce».
Accompagnare verso la conoscenza di sé è anche la missione dei genitori che crescono un figlio o una figlia. La loro libertà educativa, rivendicata da alcuni, non può essere interpretata come diritto di plasmare l’identità di figli e figlie secondo le proprie preferenze e convinzioni. «Pensiamo a un adolescente maschio che ha cominciato a frequentare una ragazza e lo annuncia ai genitori», dice Baiocco. «Questi saranno contenti per lui, si complimenteranno. Difficilmente gli diranno che forse è confuso, che forse il suo orientamento eterosessuale è una fase dello sviluppo e che dovrebbe provare a frequentare anche dei ragazzi per averne la certezza. Perché allora, a parti invertite, i genitori di un ragazzo che li informa di provare attrazione per un altro ragazzo dovrebbero cercare di dissuaderlo, se non per un loro pregiudizio su quale sia un orientamento sessuale “preferibile” e quale invece non lo sia?»
La situazione in Europa e in Italia
Nonostante la condanna della comunità scientifica internazionale, ancora oggi c’è chi mette in atto questi interventi, combinando psicoterapia, pressione sociale e talvolta riti religiosi. Secondo i dati pubblicati nel 2024 dalla European Union Agency for Fundamental Rights il 24% delle persone LGBT residenti nell’UE ha subito almeno un tentativo di modificare, reprimere o sopprimere il proprio orientamento sessuale o identità di genere. Il 76% di loro non aveva dato il proprio consenso, il 13% lo aveva dato a causa di pressioni o minacce. In Italia, il 18% delle persone LGBT è stato sottoposto a tentativi di conversione, percentuale che sale al 37% tra le donne transgender e al 48% tra gli uomini transgender. Il 69% di loro non aveva dato il proprio consenso, il 15% lo aveva dato a causa di pressioni o minacce.
Negli ultimi anni, diversi Stati membri dell’Unione Europea hanno bandito questi interventi, che siano attuati da professionisti della salute mentale o da consulenti senza qualifica professionale. Sono Malta, Germania, Francia, Grecia, Spagna, Belgio, Cipro e Portogallo. Malta, Germania e Grecia vietano la pratica delle terapie riparative solo nei confronti di minorenni e di adulti privi di capacità di agire.
Nel nostro Paese non esiste al momento una legge che proibisca o limiti le pratiche di conversione. «Negli anni 2000 la formazione dei professionisti della salute mentale presentava ancora importanti lacune. Condizionati da questi bias, c’erano psicoterapeuti e psicoanalisti che guardavano all’omosessualità come qualcosa da riparare o, più semplicemente, consideravano l’eterosessualità come una posizione più matura e preferibile. E lavoravano clinicamente in tal senso», spiega Lingiardi. «Questa rilevazione ci ha spinto a condurre una ricerca sugli atteggiamenti degli psicologi verso l’omosessualità in collaborazione con altre cattedre universitarie e alcuni Ordini degli psicologi (Campania, Emilia-Romagna, Lazio, Piemonte, Puglia) a cui hanno partecipato oltre tremila iscritti. Nonostante l’omosessualità sia stata riconosciuta come una variante normale e non patologica della sessualità umana almeno da oltre il 75% dei partecipanti, circa il 60% riteneva di dover ricorrere a interventi volti alla modifica dell’orientamento sessuale in presenza di pazienti che non accettavano la propria omosessualità. Ma emergeva in maniera netta anche un altro dato importante: il bisogno di ricevere maggiore formazione sul tema. Nel 2010, a seguito di un crescente numero di testimonianze di “terapia riparativa” nel nostro paese, autorevoli rappresentanti del mondo accademico e professionale hanno redatto un documento intitolato “L’omosessualità non è una malattia da curare”, sottoscritto da oltre duemila professionisti nel campo della salute mentale e della formazione».
Nel 2018 la Società italiana di psichiatria ha fatto propria la posizione della World Psychiatric Association sulla loro inutilità e pericolosità. «Nel 2023, insieme a Nicola Nardelli, Guido Giovanardi e Anna Maria Speranza, abbiamo pubblicato le linee guida per la consulenza psicologica e la psicoterapia con persone lesbiche, gay, bisessuali, transgender e non binarie (Raffaello Cortina Editore)», prosegue Lingiardi. «All’interno della comunità dei professionisti della salute mentale, negli anni i pregiudizi e i preconcetti hanno lasciato il posto alla conoscenza scientifica e all’ascolto rispettoso. Tuttavia, a causa del vuoto normativo, capita che questi interventi vengano offerti al di fuori dei contesti sanitari ed è sempre importante promuovere conoscenza, confronto e formazione. Proprio pochi giorni fa il Consiglio nazionale dell’Ordine degli psicologi ha manifestato la propria adesione al Roma Pride poiché «salute psicologica, benessere delle persone e tutela dei diritti sono temi profondamente intrecciati». Come leggiamo nella newsletter: «le discriminazioni, lo stigma, l’isolamento sociale e la negazione della propria identità possono produrre conseguenze significative sulla salute mentale e sulla qualità della vita delle persone».
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