L’energia è una risorsa importantissima, che determina anche lo sviluppo di una popolazione. Ci sono luoghi, però, in cui avere delle fonti di energia non è così “immediato”. Pensiamo soprattutto ai paesi poveri, o ai villaggi lontani dai centri abitati.
In questi luoghi, l’estro creativo di artisti o ingegneri e progetti intelligenti possono veramente fare la differenza. In tal senso, degna di nota, è un’iniziativa particolare che è stata capace di coniugare l’arte e la tecnologia, a un obiettivo di sviluppo sociale ed economico. Stiamo parlando di Yuca-Tech, un progetto ideato da un artista messicano, Amor Muñoz, per consentire alle donne dei villaggi di realizzare oggetti artigianali in cui piccoli pannelli fotovoltaici flessibili sono cuciti all’interno di tessuti in canapa.
La canapa è una fibra naturale comune nello Yucatan e, attraverso questo progetto, è diventata un’opportunità per risolvere alcuni problemi che interessano la popolazione messicana che vive in questa zona.
Lo scopo del progetto, infatti, non è solo risolvere i problemi relativi alla mancanza di energia elettrica, ma anche coinvolgere la popolazione in azioni concrete di sviluppo che generino lavoro, sfruttando delle risorse naturali, quale è appunto la canapa. Un modo per unire la tradizione alla tecnologia.
Le celle solari sono inserite nell’intreccio di tessuti realizzati con canapa e fibre ottiche. I dispositivi sono cuciti all’interno del tessuto, invece di essere saldati.
Il progetto, su larga scala, potrebbe essere indirizzato alla creazione di stuoie da adoperare come coperture capaci di assolvere a una duplice funzione: la prima, utile a riparare le abitazioni dal sole che filtra attraverso le finestre; la seconda, per catturare l’energia solare e immagazzinarla all’interno di una batteria.
Di notte, l’energia può essere adoperata per alimentare una serie di lampadine a LED disposte sulle strade o nelle abitazioni. I pezzi realizzati, inoltre, non sono venduti come “pezzi commerciali”, ma come oggetti artistici unici.
Il passo successivo del progetto sarà quello di coinvolgere i detenuti del Centro di Riabilitazione Sociale di Merida, per consentire loro di realizzare concetti simili attraverso i quali generare salari equi.
I tessuti che producono energia: cosa è reale oggi e perché se ne parlerà sempre di più
I tessuti che producono energia: cosa è reale oggi e perché se ne parlerà sempre di più
L’idea affascina da anni: indossare un tessuto capace di produrre energia. Un vestito che cattura la luce del sole, una giacca che sfrutta il calore del corpo, uno zaino che si ricarica mentre camminiamo. È un’immagine che ritorna ciclicamente, sospesa tra innovazione concreta e promessa futuristica.
Ma nel 2026, a che punto siamo davvero? I tessuti che producono energia esistono? Funzionano? E soprattutto: perché questa tecnologia continua a riemergere, senza mai scomparire del tutto?
Per capirlo, serve fare un passo indietro e guardare il quadro completo, senza hype ma anche senza scetticismo gratuito.
Perché l’idea del tessuto energetico non muore mai
Ogni volta che si parla di transizione energetica, emerge una domanda di fondo: e se l’energia non arrivasse solo da grandi impianti, ma fosse distribuita ovunque?
I tessuti sono ovunque. Coprono il nostro corpo, le nostre case, le strutture temporanee, gli spazi pubblici. Sono leggeri, flessibili, adattabili. È naturale che la ricerca provi a trasformarli in superfici attive, capaci non solo di proteggere o isolare, ma anche di interagire con l’ambiente.
Negli anni questa visione ha assunto forme diverse, ma il principio è rimasto lo stesso: sfruttare energie già presenti – luce, calore, movimento – e trasformarle in micro-quantità di elettricità.
Non per alimentare una casa. Non per sostituire il fotovoltaico tradizionale. Ma per ridurre la dipendenza da batterie, cavi e ricariche continue.
La luce del sole: il punto di partenza più intuitivo
Tra tutte le fonti, la luce solare è la più immediata. Da qui nascono i primi esperimenti di tessuti fotovoltaici: materiali flessibili in cui minuscole celle solari vengono integrate nella trama o applicate come strati sottilissimi.
Uno dei progetti più citati in ambito accademico arriva dalla Nottingham Trent University, dove i ricercatori hanno realizzato un tessuto contenente oltre 1.200 microcelle fotovoltaiche. Non si tratta di un semplice pannello “travestito” da stoffa, ma di un vero e proprio e-textile, pensato per restare flessibile e indossabile. Il suo scopo non è ricaricare uno smartphone in poche ore, ma alimentare piccoli dispositivi indossabili e sensori, riducendo il bisogno di batterie esterne.
Questa distinzione è fondamentale. Gran parte delle delusioni sul tema nasce da un’aspettativa sbagliata: si pensa a capi che producono molta energia, quando in realtà l’obiettivo realistico è produrre abbastanza energia per “non accorgersi” dell’elettronica.
Parallelamente, la ricerca su celle solari ultrasottili – come quelle sviluppate al MIT, spesse quanto un foglio di carta – ha aperto scenari interessanti anche per il mondo tessile. Più il fotovoltaico diventa leggero e flessibile, più è facile immaginarlo integrato in tende, coperture, membrane e superfici tessili architettoniche.
Non a caso, alcune delle applicazioni più concrete oggi non riguardano l’abbigliamento quotidiano, ma strutture leggere per eventi, emergenze e spazi temporanei. In questi contesti, il tessuto smette di essere solo “indossabile” e diventa infrastruttura energetica leggera.
Il calore del corpo: una fonte silenziosa e continua
Ogni corpo umano disperde calore. È un processo costante, inevitabile. Da qui nasce un’altra domanda chiave: si può recuperare una parte di questa energia senza interferire con il comfort?
La risposta della ricerca è prudente ma interessante. Attraverso materiali termoelettrici, è possibile trasformare una differenza di temperatura – per esempio tra la pelle e l’aria esterna – in elettricità. Non si parla di grandi potenze, ma di flussi energetici piccoli e continui.
Uno studio pubblicato su Nature Communications ha mostrato come fibre termoelettriche possano essere intrecciate in una struttura tessile vera e propria, mantenendo flessibilità e vestibilità. Il risultato non è un “indumento tecnologico” rigido, ma un tessuto che funziona come un normale capo, con una funzione energetica integrata e invisibile.
Il limite è evidente: il corpo umano non è una centrale elettrica. Ma il vantaggio è altrettanto chiaro. Questa energia è sempre disponibile, non dipende dal sole diretto e può alimentare sensori per il monitoraggio della salute, dello sforzo fisico o dell’ambiente circostante.
In altre parole, non serve “tanta” energia. Serve energia giusta, nel posto giusto.
Il movimento: quando camminare diventa una fonte energetica
Ogni passo, ogni piega del tessuto, ogni sfregamento genera energia meccanica. Da qui derivano due filoni di ricerca particolarmente promettenti: triboelettrico e piezoelettrico.
Nel primo caso, l’elettricità nasce dal contatto e dalla separazione di materiali diversi. Nel secondo, dalla deformazione. Applicati ai tessuti, questi principi permettono di trasformare il movimento quotidiano in micro-energia.
Negli ultimi anni, diversi studi hanno mostrato come i tessuti triboelettrici possano svolgere una doppia funzione: produrre energia e agire come sensori “self-powered”. In pratica, il tessuto non solo raccoglie energia, ma rileva movimenti, pressione e postura senza bisogno di una batteria dedicata.
Una pubblicazione su Science Advances del 2025 ha segnato un punto importante, affrontando non solo la produzione di energia, ma anche la durabilità e l’integrazione reale nei materiali tessili. È un segnale chiaro: la ricerca sta cercando di uscire dal laboratorio per avvicinarsi all’uso pratico.
Quando il tessuto smette di essere moda e diventa infrastruttura
Uno degli errori più comuni è pensare ai tessuti energetici solo come capi di abbigliamento futuristici. In realtà, le applicazioni più mature oggi sono spesso “fuori dall’armadio”.
Aziende come Pvilion lavorano su membrane tessili fotovoltaiche per coperture, tende e facciate leggere. Qui il tessuto non deve essere lavato o stirato: deve coprire grandi superfici, resistere agli agenti atmosferici e produrre energia in modo diffuso.
In questi contesti, il tessuto energetico ha un senso immediato: è leggero, rapido da installare, adatto a situazioni temporanee o mobili. Ed è proprio qui che la tecnologia sta dimostrando di poter funzionare davvero.
E in Italia?
Il panorama italiano è meno visibile al grande pubblico, ma non per questo assente. Piuttosto che prodotti finiti, l’Italia mostra competenze su materiali, filiera tessile avanzata e integrazione tra design, sostenibilità ed elettronica.
Enti come ENEA lavorano su film plastici e materiali per migliorare la durabilità del fotovoltaico flessibile, un tassello fondamentale per qualsiasi futura applicazione tessile. Parallelamente, il mondo degli smart textiles e dell’e-textile vede collaborazioni tra ricerca, industria e design, più orientate alla qualità e alla robustezza che all’hype mediatico.
Il risultato è meno spettacolare, ma forse più solido: basi tecnologiche che potranno essere sfruttate quando il mercato sarà davvero pronto.
Il punto nel 2026: cosa è reale e cosa no
Nel 2026 i tessuti che producono energia esistono. Funzionano. Ma non sono oggetti di uso quotidiano per tutti.
Sono reali quando:
– alimentano sensori e dispositivi a basso consumo
– riducono l’uso di batterie
– funzionano in contesti specifici (outdoor, emergenze, healthcare, architettura leggera)
Non sono ancora pronti quando li immaginiamo come sostituti di prese elettriche e power bank.
Ed è proprio questo il punto più interessante: non devono fare tutto per essere utili.
Perché se ne parlerà ancora
La direzione è chiara. L’energia del futuro sarà sempre più diffusa, integrata, invisibile. Non solo prodotta lontano, ma raccolta localmente, quando serve, nella quantità giusta.
I tessuti che producono energia non sono una rivoluzione improvvisa. Sono un lento cambiamento di paradigma. E come spesso accade, le trasformazioni più durature non fanno rumore: si intrecciano, letteralmente, nella trama delle cose quotidiane.






