Steven Spielberg, produttore con Sam Mendes di Hamnet, ha deciso sin dall’inizio di proporne (anche insistendo) la direzione a Chloé Zhao, la regista di origine cinese che è diventata la prima e unica donna non bianca a vincere il premio alla miglior regia con Nomadland, per il suo approccio olistico, per il suo dirigere emotivo ed emozionale: una regista dei sentimenti.

Hamnet. Nel nome del figlio è l’adattamento cinematografico del romanzo omonimo della scrittrice irlandese Maggie O’Farrell, co-autrice della sceneggiatura con Chloé Zhao. Un romanzo ispirato alla storia del figlio di William Shakespeare, la cui vita è stata pressoché dimenticata, ma il cui nome è divenuto immortale grazie a una delle opere teatrali più celebrate di tutti i tempi. La storia di Amleto si basa sulla leggenda di Amleth scritta nel XII secolo, cui William Shakespeare attinge per far fronte al dolore per la morte prematura del figlio, creando un capolavoro.

Approccio salvifico e terapeutico che Shakespeare, negli stessi anni aveva percorso con la scrittura del dramma storico Re Giovanni (King John) con il celebre monologo sulla perdita del figlio pronunciato dalla Regina Costanza nell’atto III, scena IV: «Il dolore occupa lo spazio del mio bambino assente, […] riempie i suoi vestiti vuoti della sua forma / dunque, ho ragione io di amare il dolore?».

Hamnet è una storia d’amore epica; una disgrazia che ha colpito la vita di William Shakespeare (Will) e di sua moglie Anne Hathaway (Agnes) viene trasformata in un’opera ben narrata così da risultare il miglior film drammatico ai Golden Globe 2026.

La recitazione di Jessie Buckley (l’attrice irlandese che «sarà ricordata come una delle migliori attrici») e quella di Paul Mescal (anche lui irlandese e in veloce ascesa «in grado di interpretare ruoli più intimi e riflessivi e insieme a performance più fisiche») insieme alla regia di Chloé Zhao sono gli aspetti particolare di questa pellicola, ma anche la straordinaria recitazione dei bambini, in particolare l’Hamnet di Jacobi Jupe, la cui morte non risulta un espediente narrativo, ma coinvolge lo spettatore in una tragedia. Delle otto candidature  ricevute alla 98ª edizione dei premi Oscar 2026 (miglior: film, regista, attrice protagonista, sceneggiatura non originale, casting, scenografia, costumi e colonna sonora originale) al Dolby Theatre di Los Angeles è stata premiata solo Jessie Buckley, che ha ricevuto la statuetta come miglior attrice protagonista e come ampiamente (e giustamente) previsto.

Non è l’ennesimo adattamento cinematografico della più imponente e celebre tragedia shakespeariana. È la narrazione di una vicenda luttuosa. Lo strazio doloroso e insostenibile di una madre alla morte di un figlio undicenne e il senso di colpa di Will per non esserci stato in quel fatale evento. Il momento di lutto diffuso dalla peste è ben rappresentato dalla sofferenza dei due protagonisti nella fusione emozionale fortemente catartica e in parte comune, coinvolgente, tanto che Agnes piange fino all’ultima inquadratura e con lei il pubblico. Rimandando all’elaborazione del lutto non da soli, ma anche in modo (di aiuto) partecipato.

Scenari naturalistici, lutto, sentimenti, racconto storiografico, tanti gli elementi alla base di questo film.

William e Anne

Come spesso accade, la storia, se osservata da vicino, si rivela più sfumata e sorprendente di quanto una narrazione tramandata possa far credere. 

La versione dominante, quella che vuole Shakespeare lontano, quasi fuggiasco, si basa in gran parte sull’assenza e su un lascito testamentario che è stato letto da molti come un atto di disprezzo, se non di vendetta silenziosa. Eppure non sembra che Shakespeare abbia mai smesso di considerare Anne parte integrante della propria vita. Non la moglie dimenticata, una figura secondaria, ma forse la compagna silenziosa di un’esistenza vissuta in bilico tra dovere e passione, una presenza costante, seppur discreta.

L’acquisto di New Place a Stratford-upon-Avon, nelle Midlands Occidentali del Regno Unito, una delle residenze più prestigiose del borgo, suggerisce un legame radicato, duraturo, e la volontà di costruire, anche a distanza, una dimora e una continuità. Stratford, sede del palcoscenico privato, intimo, dove l’identità familiare non era solo ricordo, ma realtà parallela. Un matrimonio che non si caratterizzava con la vicinanza quotidiana e in cui l’assenza non implicava necessariamente l’abbandono, così come la presenza non garantiva affetto (allora e come sempre). Certo un tempo (?) le relazioni matrimoniali erano spesso improntate a una logica di gestione patrimoniale, di alleanze sociali, di stabilità economica, ma la lettura di Maggie O’Farrelle di Chloé Zhao è più ottimista lasciando spazio all’intimità, alla cura delle relazioni, ai sentimenti e alle emozioni.

Il famoso lascito del second-best bed non va quindi inteso come un affronto come potrebbe apparire oggi, o un segno di disdegno, bensì come segno e simbolo affettivo dei coniugi (nella cultura del tempo il secondo letto era quello nuziale, usato dalla coppia nel corso della vita coniugale), un incarico a custudire il luogo della loro intimità. Indipendentemente da quanto spettasse ad Anne per legge. Inoltre ai tempi di Shakespeare, il letto era un oggetto costoso e lussuoso, generalmente considerato un prezioso cimelio da tramandare di generazione in generazione.

La vita (la realtà, il vissuto) è più complessa di quanto appaia e le narrazioni possano semplificare.

In un ambiente violento dove la mascolinità è primordiale, animalesca, istintiva, nasce la storia di William e Anne, che è quella di vite che si intrecciano nel tempo, una storia intima e autentica, propria di un contesto storico, ma di due personalità che hanno condiviso un matrimonio. Ciascuno con una voce, un motivo, un passato proprio, come i personaggi dei drammi teatrali shakespeariani, anche nella realtà non solo nell’immaginazione. 

Essere o non essere

Il monologo di Amleto “Essere o non essere” (Atto III, scena I), è il passaggio più famoso del dramma, il più conosciuto e abusato, anche impropriamente, come quando viene citato in associazione all’immagine di Amleto che tiene in mano un teschio: scena che è nella parte finale del dramma e non nella centrale. Il monologo è un’espressione della crisi esistenziale di Amleto, che tocca temi universali come il dubbio, la paura dell’ignoto, la ricerca di un significato nella sofferenza umana, il confine tra la vita e la morte, il suicidio come fuga dalle ingiustizie della vita.

Un tormento nella ricerca dell’identità dell’essere, ma anche dell’avere e quindi anche del perdere qualcuno, qualcosa. Nel film ci sono alcuni dettagli che possono rimandare a questa lettura più profonda da parte delle sceneggiatrici, come l’uso di Hamnet e Hamlet che storicamente erano lo stesso nome (varianti trascritte in modo diverso negli archivi parrocchiali di Stratford-upon-Avon), fino al finale quando il figlio muore e il padre ne assegna il nome all’immortalità di un testo, alla vita eterna di un palcoscenico, un atto (d’amore) che rimane impresso nello spettatore. 

È piacevole pensare alla costruzione cinematografica di Hamnet anche come l’elaborazione di una perdita per la stessa Chloé Zhao dopo la rottura dal suo partner sentimentale, il direttore della fotografia britannico Joshua James Richards. 

Vivere la morte inaspettata di un figlio o una figlia è un evento profondamente traumatico, forse il più traumatico per i genitori (in particolare per le mamme) e l’intera famiglia. Il disagio psicologico può essere tanto grave da compromettere definitivamente le relazioni tra i componenti di un gruppo famigliare. Le famiglie in lutto sono estremamente vulnerabili e spesso incapaci di difendersi, di guarire dal dolore della perdita. La genitorialità è troppo spesso debole, perché impreparata (a partire dai singoli). Se nella famiglia c’è anche un altro bambino la perdita di un fratello o una sorella è profonda, indipendentemente che fossero vicini di età, gemelli, o più distanti nel relazionarsi, che avessero una storia comune o esperienze di vita simili. Tutti elementi inseriti anche in altri film (per esempio con la lentezza e il minimalismo eccessivi di Moretti ne La stanza del figlio, vincitore nel 2001 della Palma d’oro al 54º Festival di Cannes,) ma che in Hamnet traspaiono con un sentimento e un’intensità che trascendono, facendo vivere le emozioni e affrontare quelle più dolorose anche allo spettatore.

Come la lettura del libro anche la visione del film Hamnet. Nel nome del figlio ci lascia quindi con una nota di tenerezza e persino di speranza: anche il dolore più grande e il matrimonio (apparentemente) più infelice possono trovare un po’ di sollievo, un po’ di guarigione.