Siamo soliti raccontare le estinzioni del passato, dai dinosauri a quelle della megafauna del Pleistocene, come eventi rapidi e traumatici. Quando ci riferiamo alle estinzioni in corso oggi, invece, tendiamo a vederle come processi lenti, gestibili e, quindi, ancora reversibili. 

In entrambi i casi, la nostra percezione è distorta e la scala temporale non è quella corretta. Questo errore non è neutro, ma ha delle conseguenze.

Un mondo affollato

Facciamo un passo indietro: 12.000 anni fa, la megafauna terrestre (ovvero tutte le specie con una massa superiore ai 44 kg) occupava quasi ogni latitudine abitabile: mammut e rinoceronti lanosi nelle steppe eurasiatiche, gliptodonti e megatheri nelle Americhe, diprotodonti in Oceania. 

La biomassa dei grandi erbivori era distribuita su scala continentale, con i predatori che seguivano le mandrie. Era un mondo ecologicamente più “affollato” e pieno del nostro, non solo più pittoresco.

Oggi, invece, la megafauna selvatica rappresenta una frazione minima della biomassa dei mammiferi: la parte dominante è costituita da esseri umani e animali domestici. Quello che chiamiamo “natura” nei tempi odierni, ormai, non è che uno scampolo di quella pleistocenica.

La geografia del declino

Le estinzioni della megafauna del tardo Pleistocene non furono un evento singolo, ma un processo distribuito su decine di migliaia di anni, geograficamente disomogeneo, con cause che ancora oggi gli studiosi non hanno del tutto determinato. I numeri invece sono abbastanza chiari: tra 50.000 e 10.000 anni fa, la Terra perse circa il 70% dei suoi generi di megafauna. 

Le ricostruzioni globali dei tassi di estinzione mostrano che il collasso non fu sincrono: l’Australia perse la sua megafauna intorno a 46.000 anni fa, le Americhe molto più tardi, tra 13.000 e 11.000 anni fa, mentre l’Eurasia seguì una traiettoria più lunga e frammentata. Particolare il caso dell’Africa subsahariana, che mantenne una quota molto maggiore di megafauna, quella che ancora oggi consideriamo eccezionale, e che è in realtà il residuo meno intaccato di un mondo altrimenti scomparso.

Sinergie del collasso

Questa diversa geografia è già un argomento. Le estinzioni tendono infatti a coincidere, seppur con sfasamenti variabili, con l’arrivo delle popolazioni umane nei diversi continenti. 
Ma attenzione: coincidenza non significa per forza causalità, e il clima del tardo Pleistocene stava cambiando in modo significativo nello stesso periodo. 

Uno studio del 2023 ha mostrato che la vulnerabilità delle specie alle pressioni umane era mediata da fattori ecologici preesistenti, come dimensione corporea, tasso riproduttivo, dipendenza da habitat specifici. Questo suggerisce, come spesso avviene per gli eventi naturali, un quadro sinergico piuttosto che una singola causa dominante.

In realtà il punto non è assolvere o condannare la nostra specie. Però la narrativa dell’overkill, ovvero cacciatori paleolitici che spazzano via la megafauna in poche generazioni, comprime e semplifica estremamente qualcosa che fu lento, differenziato, e probabilmente irripetibile nelle sue condizioni. E facendo ciò, lo rende meno leggibile per fare confronti con gli eventi del presente.

L’urgenza invisibile

Infatti, come dicevamo, se la scomparsa della megafauna Pleistocenica viene raccontata come catastrofe rapida, la crisi attuale della biodiversità subisce l’operazione inversa: viene diluita in un processo graduale, quasi amministrativo. Cifre, percentuali, proiezioni al 2050 o al 2100. Un linguaggio che, paradossalmente, disinnesca l’urgenza che vorrebbe comunicare.

Eppure i dati non suggeriscono gradualità. Un lavoro pubblicato lo scorso anno ha stimato che i tassi di estinzione attuali superano di ordini di grandezza il tasso di fondo, quello che ci aspetteremmo in assenza di pressione antropica. Non stiamo assistendo a una perdita lenta e continua: stiamo attraversando un picco, e lo attraversiamo in tempo reale.

Il problema è che le estinzioni attuali sono spesso invisibili nella stessa misura in cui quelle pleistoceniche sono diventate iconiche: un mammut ha una forma riconoscibile, un nome, una presenza culturale, persino da estinto.

Le specie che scompaiono oggi sono per lo più invertebrati, anfibi, piante, organismi che difficilmente entreranno nell’immaginario collettivo, che non hanno un fossile riconoscibile, che non generano mostre nei musei di storia naturale.

Conoscere i fantasmi: “architetti” di un mondo che svanisce

Una ricerca danese inquadra questa asimmetria nel contesto più ampio del defaunation, ovvero la progressiva riduzione non solo del numero di specie ma della loro abbondanza e distribuzione, un processo che altera gli ecosistemi molto prima che una specie raggiunga formalmente la soglia dell’estinzione.

C’è quindi una doppia distorsione temporale: tendiamo a vedere il passato come più drammatico di quanto fu, e il presente come più stabile di quanto è. Entrambe hanno conseguenze pratiche su come pensiamo la conservazione, su quali specie tuteliamo, su quale “natura” consideriamo normale.

Le specie non sono unità intercambiabili: ogni organismo svolge funzioni ecologiche che non scompaiono con lui in modo neutro, ma lasciano un vuoto funzionale, spesso invisibile finché non si manifestano le conseguenze a cascata. Se si tratta di grandi animali, quella lacuna sarà più evidente.

I mammut lanosi sono l’esempio più studiato: nelle steppe del Pleistocene, il loro calpestio compattava la neve invernale, riducendo l’isolamento termico del suolo e contribuendo a mantenere il permafrost. La loro scomparsa, insieme a quella di altri grandi erbivori, ha contribuito alla transizione dalla mammoth steppe, un ecosistema ad alta produttività, alla tundra e alla taiga che conosciamo oggi. 

Il geofisico Sergey Zimov, con il progetto Pleistocene Park che guida insieme al figlio, sta testando questa ipotesi in Siberia, reintroducendo grandi erbivori per verificare se il processo è in parte reversibile. I dati preliminari suggeriscono che lo è, almeno a livello locale.

Quello che Zimov cerca di ricostruire in Siberia è ciò che gli elefanti africani e asiatici svolgono ancora oggi per i loro ecosistemi: abbattono alberi, aprono radure, creano pozze d’acqua, disperdono semi su distanze che nessun altro animale copre. Sono quello che gli ecologi chiamano specie ingegnere, cioè organismi che modificano fisicamente l’ambiente, creando condizioni che altre specie utilizzeranno per sopravvivere. La loro riduzione numerica e la frammentazione del loro areale non significa quindi solo meno elefanti: significa paesaggi che cambiano struttura, foreste che si chiudono, savane che si trasformano.

Se l’elefante è un ingegnere visibile, esistono specie la cui funzione ci è sfuggita perché le abbiamo perse troppo in fretta. Ed è qui che la vacca marina di Steller (Hydrodamalis gigas) e il saola (Pseudoryx nghetinhensis) diventano qualcosa di più di curiosità tassonomiche.  La vacca marina fu descritta da Georg Wilhelm Steller nel 1741, durante la spedizione di Bering: era già l’ultima popolazione, confinata alle isole Commodore. Venne cacciata fino all’estinzione nel 1768: ventisette anni dopo la scoperta.  Il saola, bovide vietnamita descritto per la prima volta nel 1992, non viene avvistato con certezza da anni.

In entrambi i casi, la scienza occidentale è arrivata in tempo per catalogare, non per salvare. Sono specie che abbiamo conosciuto già in forma di fantasma.

E la questione non è meramente sentimentale. È che non sappiamo quali funzioni ecologiche svolgevano – né lo sapremo mai. 

La vacca marina era un grande erbivoro in un ecosistema costiero del Pacifico settentrionale. Il saola vive in foreste montane al confine tra Vietnam e Laos, in un habitat poco studiato. Le loro estinzioni sono buchi nella nostra comprensione dell’ecosistema, non solo nella lista delle specie.

Restituire il tempo

Il tempo è il parametro che resta determinante, sia quando lo comprimiamo guardando al passato, sia quando lo dilatiamo spostando nel futuro qualcosa che accade oggi, nel presente. 
Questi sfasamenti percettivi hanno la stessa origine: la difficoltà di percepire il cambiamento su scale temporali che non corrispondono a quelle di una vita umana, o di una generazione, o di un ciclo politico. Il Pleistocene ci sembra improvviso perché lo guardiamo dall’esterno, con il senno del poi. La crisi attuale ci sembra lenta perché la viviamo dall’interno, giorno per giorno, senza la prospettiva che solo il futuro potrà dare.

Quello che sappiamo, però, è che le funzioni ecologiche non aspettano che troviamo la prospettiva giusta. I paesaggi si trasformano, le cascate trofiche si interrompono, le specie scompaiono, a un ritmo che i dati misurano con precisione crescente, anche quando la percezione comune non lo registra.

Forse il compito della scienza  (e di chi la racconta)  è proprio questo: restituire la scala temporale corretta a chi l’ha persa. Non per paralizzare ma per rendere visibile ciò che la distorsione nasconde. 

Le estinzioni del Pleistocene non furono un lampo. Quelle attuali non sono un’alba lenta che ci possiamo permettere di osservare con distacco, senza urgenza. Sono la stessa, identica storia: un’unica trama, raccontata da punti diversi, che si srotola lungo l’asse del tempo e che, per la prima volta come Homo sapiens, stiamo scrivendo e leggendo contemporaneamente.