L’annuncio del prossimo arrivo di nuove varietà di piante coltivate definite TEA (Tecniche di Evoluzione Assistita, interpretazione italiana di New Genetic Techniques) riaccende il dibattito su quanto la genetica possa realisticamente ottenere in termini di aumento delle produzioni alimentari e su come, modificando uno o pochi geni del corredo genetico, si possano aumentare stabilmente le resistenze a stress e parassiti, migliorare la sicurezza alimentare nei suoi diversi risvolti di sostenibilità, di equità e di etica.
Il miglioramento genetico è stato la chiave di volta della cosiddetta rivoluzione verde del secolo scorso, fino al recente, acceso dibattito sugli OGM (Organismi Geneticamente Modificati), che ha chiarito quali e quanti interessi, posizioni e rischi siano implicati. Il cuore della questione è riconducibile a questa domanda: è possibile modificare, con le attuali tecniche, il DNA di una pianta coltivata per aumentarne le resistenze senza affrontare le conseguenze di carattere più ampio, biologico-evolutivo, agroecologico e – perché no – filosofico?
Le tecniche di manipolazione genetica e di cosiddetta “evoluzione assistita” – dette TEA – negli ultimi anni hanno riaperto il dibattito (come avrebbe potuto essere diversamente?) in ambito scientifico, economico e culturale. Proviamo a riprendere alcuni aspetti importanti.
La tecnica TEA
Il CREA (Consiglio per la Ricerca in Agricoltura e l’Economia Agraria del Ministero) definisce le TEA: “Tecniche di biologia sviluppate negli ultimi 10 anni che consentono di correggere il DNA delle piante e, di conseguenza, di selezionare caratteri specifici utili per l’agricoltura che difficilmente sarebbero ottenibili con altri metodi”. L’uso dell’espressione “evoluzione assistita” è probabilmente stato dettato dal desiderio di allontanarsi dagli OGM, con conseguenti difficoltà di accettazione di queste nuove tecniche (Errigo 2025).
Un recente documento redatto da genetisti italiani sottolinea: “Nell’ambito delle nuove tecniche genomiche, il genome editing offre la possibilità di modificare in modo voluto e preciso una specifica sequenza di DNA senza spostarla dalla sua posizione naturale nel genoma” (Position Paper, Agrifood, 2025). “Dire editing anziché ingegneria genetica serve a enfatizzare una fondamentale differenza: il DNA può essere modificato in situ, senza aggiungere materiale genetico estraneo, con un processo simile alla revisione editoriale di un testo scritto al computer” (Meldolesi 2023).
In Italia, le prime applicazioni delle tecniche TEA hanno interessato le colture del riso e della vite, due filiere produttive particolarmente strategiche per la nostra economia agroalimentare. Con le TEA, in questi due casi, si intende costituire varietà resistenti a due importanti malattie: quella del brusone (Pyricularia oryzae) nel riso e quella della peronospora (Plasmopara viticola) nella vite.
Sempre il Ministero, tramite CREA, sottolinea le potenzialità di questa tecnica, precisando che “Il miglioramento genetico sfrutta la biodiversità naturale e quella generata tramite mutagenesi e, più recentemente, la biodiversità sviluppata attraverso le TEA. Il miglioramento genetico adatta le piante alle nuove condizioni climatiche e alle esigenze della società (qualità dei prodotti, sostenibilità), e consente di produrre cibo per tutti”. Sono seguite numerose note, in particolare in alcuni ambienti scientifici, volte a infondere fiducia negli agricoltori e nei tecnici (Georgofili 2025; AA.VV. 2020, 2021, 2024).
TEA – L’utilizzo della parola “evoluzione” implica un richiamo alla biologia
L’evoluzione – il cambiamento storico della vita sulla Terra – è un principio generale ineludibile. Vi è una domanda di fondo a monte di ogni ragionamento sui vantaggi o svantaggi delle TEA: quanto queste pratiche “assomigliano” all’evoluzione che si svolge quotidianamente nel mondo dei viventi, senza mai smettere? L’evoluzione – è cosa nota – coinvolge tutti i livelli di organizzazione della materia vivente, dai geni agli ecosistemi. È oggi abbastanza accettato che la selezione naturale sia l’agente principale dell’evoluzione, ma ci sembra di poter dire che essa agisca sugli individui all’interno delle popolazioni, favorendo quelli più adatti, che lasceranno un maggior numero di discendenti (Waddington, 1959). Dunque, i geni vengono sì selezionati, ma per il tramite degli individui che li portano. Nel caso di modifiche puntuali di un singolo o di un piccolo gruppo di geni, quali saranno le conseguenze sull’intero individuo, e come si modificherà la sua intera biologia, che sarà poi quella sottoposta al vaglio della selezione?
Vi è poi il tema della coevoluzione, il fenomeno che si verifica quando due o più specie influenzano l’evoluzione l’una dell’altra attraverso la selezione. Ogni specie, nelle relazioni coevolutive, esercita pressione su altre specie, e ciò può dar luogo a fenomeni di mutualismo, di relazioni ospite-parassita, di predatore-preda o di competizione fra le specie. La lotta ai parassiti delle piante, come l’agente del brusone del riso e la peronospora della vite, è appunto un fenomeno di coevoluzione: nessun essere vivente evolve “da solo”. Tutti i viventi sono immersi in un ecosistema e la coevoluzione ospite-parassita ne è un esempio principe. Nel caso dell’interazione fra parassita e ospite, è intuitivo che se un parassita “se la prende” con una determinata specie, questa “cercherà di evolvere”, ossia saranno selezionati positivamente quegli individui che avranno difese nei suoi confronti; in risposta, saranno favoriti (lasceranno più discendenti) quei parassiti che riusciranno ad aggirare le difese dell’ospite. È questo il fenomeno battezzato da Van Valen (Van Valen 1973) “Regina Rossa”, in riferimento al personaggio del libro Alice nel paese delle meraviglie, di Lewis Carrol: Alice e la Regina Rossa devono correre di continuo per rimanere dove sono, perché il paesaggio si muove assieme a loro nella stessa direzione.
Il modello della Regina Rossa sembra adattarsi bene alle relazioni ospite-parassita descritte recentemente da Wohlleben (Wohlleben 2025): quando un parassita sviluppa un modo più efficace per infettare un organismo, l’ospite evolve nuove difese per proteggersi. A sua volta, il parassita evolve strategie ancora più efficaci per superare queste difese.
Questo processo crea un ciclo continuo di adattamenti, simile a una gara in cui nessuno dei due può smettere di evolversi, e diventa una “corsa alle armi”: il continuo adattamento reciproco tra due specie in conflitto, come ospiti e parassiti.
Ora, la letteratura sembra indicare la presenza di una corsa alle armi anche fra il brusone e il riso (Wang 2017). I tempi della coevoluzione fra il fungo patogeno e la varietà di riso, sono tali da farci sperare che nuovi livelli di aggressività da parte del fungo non nascano in tempi brevissimi?
L’utilizzo della parola “evoluzione” implica un richiamo alla patologia vegetale
Come già accennato, tra i primi prodotti delle TEA in Italia compaiono una varietà di riso, a partire da Arborio e una di vite, a partire da Nebbiolo. La malattia di una coltura causata da un fungo è dovuta a una triplice interazione: ospite/patogeno/ambiente. La presenza di un alto potenziale di inoculo del patogeno, il livello di suscettibilità dell’ospite, le condizioni favorevoli alla sua manifestazione sono una miscela pericolosa per la coltura, tanto da ridurne i livelli quali-quantitativi nel prodotto finale.
Nel caso del riso, il fungo che attacca trae vantaggio da un clima caldo e umido, favorevole alla diffusione delle spore e allo sviluppo fungino all’interno dei tessuti della pianta ospite. La suscettibilità di quest’ultima, permetterà al fungo di colonizzare e determinare danni e decrementi alla produzione (in questo caso di granella). L’ambiente favorevole alla malattia è in buona parte determinato da un’errata gestione agronomica dei residui colturali infetti, che conferiscono un elevato potenziale di inoculo per un nuovo ciclo l’anno successivo. Un’eccessiva concimazione azotata, squilibrata nei confronti di altri elementi come il potassio, e un’elevata densità di popolazione che può causare un aumento di umidità all’interno della coltura, sono ulteriori fattori che favoriscono il patogeno.
I processi di coevoluzione delle specie considerate, il riso e il fungo, dipendono quindi dall’agroecosistema, vale a dire dai cambiamenti delle condizioni pedoclimatiche e dalle pratiche agronomiche. Tutto ciò non può essere ridotto al semplice conflitto ospite-patogeno, ma deve essere ricollegato alle dinamiche evolutive dell’intero ecosistema dell’azienda agraria.
L’utilizzo della parola “evoluzione” implica un richiamo all’agroecologia
La Rivoluzione Verde è stata una politica agricola e un insieme di principi e pratiche, orientati all’aumento delle rese. Il modello fondato sul miglioramento genetico di alcune colture e sull’adozione di pacchetti tecnologici agronomici, proponeva varietà migliorate High Yielding Varieties (HYV), in termini di elevato potenziale produttivo raggiungibile grazie a una crescente specializzazione e intensificazione.
La Rivoluzione Verde ha permesso di raggiungere ritmi elevati di crescita delle produzioni di alcune colture nei primi decenni della sua adozione. Ha generato anche evidenti criticità: impatti ambientali crescenti, standardizzazione, perdita di biodiversità, crescente dipendenza del mercato da parte delle aziende agrarie e distribuzione diseguale e iniqua delle ricchezze generate.
Il modello di agricoltura industriale del ‘900 è stato progettato su un tipo di strategia molto simile a una escalation, una corsa alle armi: la progressiva specializzazione verso la monocoltura ha determinato una perdita di biodiversità (FAO, 2010) e una selezione di patogeni più aggressivi, alla quale si è risposto con un uso crescente di pesticidi, che ha provocato un aumento di chemioresistenze da parte dei patogeni in un vortice di escalation tecnologica definibile maladattativa (Magnan 2016, Chi 2021).
Questo modello ha perso efficacia via via che diminuivano i vantaggi, si concentravano i guadagni e crescevano gli svantaggi (gli impatti ambientali). Persistendo con lo stesso modello, si è tentato di mantenere i livelli quali-quantitativi delle produzioni, affidandosi a un ricorso crescente alle singole tecnologie o a un mix (genetica, chimica, meccanica, informatica) di queste. Questo approccio, tipico dell’industria, risulta però inadatto al sistema agroalimentare. L’azienda agricola è un sistema complesso e dinamico, in continua evoluzione, fondato su basi biofisiche e in relazione con le risorse naturali: acqua, suolo, aria e biodiversità. Questo sistema è gestito dall’agricoltore, il cui sapere, esperienza, competenza ed etica sono determinanti per ottenere e mantenere nel tempo, in autonomia, risultati positivi nel rispetto delle risorse.
Una varietà migliorata non esprime appieno il proprio potenziale se la semina, la gestione agronomica o le condizioni ambientali non sono adeguate. Se la fertilità del suolo si è ridotta o la biodiversità aziendale – simile a un sistema immunitario interno – si è impoverita, nessuna innovazione genetica potrà garantire la stabilità produttiva. È come guidare un’auto potentissima su una strada non progettata per alte velocità, come può essere un circuito di competizione. Un’auto potentissima su una strada cittadina non può esprimere appieno il suo potenziale – raggiungibile solo in condizioni particolari – senza compromettere la sicurezza del sistema.
La produttività agricola dipende quindi da una gestione che consideri l’interazione ospite-patogeno, insieme alle dinamiche dell’intero ambiente di produzione – azienda, clima, territorio, mercato – senza superare i limiti ecologici e socio-economici.
In questo quadro, la varietà migliorata rischia di diventare la “silver bullet” del momento: promette molto, ma di fronte al cambiamento climatico, alla volatilità dei mercati, alla pesante burocrazia e agli squilibri di decisione e controllo all’interno delle filiere, si può rivelare una tecnologia sofisticata, ma insufficiente a garantire la difesa degli interessi degli agricoltori e di altri attori del sistema agroalimentare.
Dopo le controversie sugli OGM, legate alla possibilità di introdurre organismi non previsti dall’evoluzione naturale e potenzialmente difficili da controllare, oggi le TEA riportano la nostra attenzione su una strategia del tutto simile, basata su un modello di escalation evolutiva, i cui vantaggi sono tuttora da dimostrare e che non è priva di rischi.
L’utilizzo della parola “evoluzione” implica un richiamo alla genetica
Con una recente pubblicazione comparsa su Nature tre anni fa (Khaipho-Burch 2023) un gruppo di noti genetisti propone di chiarire aspetti importanti che riguardano l’approccio alle attuali strategie di miglioramento genetico. Osservano che i dati relativi alle potenzialità di aumento della produttività conseguenti all’applicazione delle moderne tecniche di ingegneria e di manipolazione genetica sono oggi ottenuti in serra o su piccole parcelle, quindi non in un contesto reale. Esprimono le loro perplessità sugli studi che pubblicano illusorie potenzialità, riflettendo sul rischio delle false aspettative, di hype e di “over selling” dei prodotti tecnologici. Auspicano “una scienza più incisiva” nella pratica e invitano i ricercatori, i revisori e i direttori delle riviste scientifiche a verificare che, ogni volta che vengono fatte affermazioni sugli effetti di singoli o pochi geni sulla resa di una coltura, siano rispettati alcuni criteri di base.
Il primo riguarda la definizione di produttività e le unità di misura utilizzate. Gli autori sottolineano non tanto l’eterogeneità dei parametri utilizzati, quanto piuttosto la potenziale fonte di imprecisione nel riferire i risultati in termini di incremento delle produzioni stesse. Si tratta, nella maggior parte dei casi, di produzioni potenziali ottenute in condizioni controllate, ben lontane dalla realtà. Alla quantità di prodotto ottenuta per unità di superficie non si aggiungono dati sulla qualità e sulla composizione del prodotto. Le metriche andrebbero adeguate alle finalità.
Con il secondo criterio di base si sollevano perplessità sulla possibilità di utilizzare risultati ottenuti in pochi anni di prove condotte in condizioni controllate per proiettarli su una scala territoriale ampia, variegata e variabile. La pubblicazione su Nature sottolinea la modestia dei modelli statistici impiegati nelle prove parcellari condotte per la valutazione dei nuovi materiali genetici, che non consentono di ricreare le condizioni agronomiche delle aziende reali, quali modalità di semina, interventi agronomici, avvicendamenti, condizioni meteorologiche e pedologiche. Da poche modifiche genetiche è impossibile prevedere cambiamenti positivi o negativi a scala aziendale, tanto più in anni di emergenza climatica. Pertanto il rischio di overselling è elevato.
L’utilizzo della parola “evoluzione” implica un richiamo alla filosofia
La questione di modifiche genetiche evolutive in ambito agricolo richiede un apporto di riflessione filosofica. In termini generali, vale la pena tenere conto della ben nota triangolazione aristotelica basata sui termini sophia (sapienza), phrònesis (saggezza) e sophrosyne (temperanza). Essa può aiutare nella valutazione di un contesto problematico, che implica un intervento trasformativo evoluzionistico. Un’innovazione tecnologica inerente a un ecosistema comporta anche la consapevolezza delle metodologie che adotta, degli effetti che produce e del senso complessivo che genera. Il ricorso alla terminologia propria del lessico concettuale filosofico ci può aiutare a una migliore comprensione del valore e dei rischi delle modifiche evolutive ottenute mediante strumentazione tecnologico-scientifica. La sapienza è l’acquisizione integrata di tutte le conoscenze consolidate del campo in cui intervenire, con l’intento di apportare miglioramenti permanenti. La saggezza ci richiama alla necessità di evitare, nell’ambito evoluzionistico, scelte frettolose e poco meditate, nell’intento di soppesare rischi e vantaggi, mantenendo la duttilità, così da poter cambiare e interrompere le decisioni assunte qualora si dimostrassero, nel corso del tempo, inefficaci o controproducenti rispetto alle finalità preordinate. La temperanza esprime l’opportunità di tenere presente il raggio d’azione oltre il quale la forzatura degli assetti della struttura generale che sostiene il vivente porta a squilibri irreparabili e non ricomponibili. Essa sottende una filosofia del limite. Più nel merito. A partire dai principi di riferimento generali, è stato più volte osservato che Homo sapiens ha portato, fin dai primordi, a un intervento immediato e crescente sulla natura circostante. Da allora, “natura naturans” è diventata “natura naturata”. Con l’avvento dell’agricoltura, Homo sapiens, protagonista della rivoluzione neolitica, è stato un climax breaker, avviando un profondo cambiamento che ha richiesto un continuo monitoraggio e un intervento di riequilibrio degli assetti degli agroecosistemi nel corso dei secoli, con sempre più innovative pratiche di un’agronomia aggiornata, capace di mettere a disposizione nuove e più ampie risorse per soddisfare i crescenti bisogni alimentari. La temperanza, cui si faceva cenno, si avvale di queste osservazioni. I contadini, nostri progenitori, hanno proceduto a “un’evoluzione agricola assistita” attraverso una pratica sistematica, concreta, assidua e quotidiana sul campo – per meglio dire sui ‘campi coltivabili’ a loro disposizione – ereditata e trasmessa alle nuove generazioni. La tempistica innovativa delle sperimentazioni avviate giorno per giorno, mese per mese e anno per anno, ha permesso di ottenere esiti consolidati nel lungo periodo e, laddove si sono dimostrati proficui, di diffonderli in aree diverse del pianeta.
Oggi le cose sono cambiate in modo radicale: si lavora in prima istanza in laboratorio o in condizioni controllate da parte di ristrette cerchie di ricercatori, le sperimentazioni sono circoscritte, all’interno di un modello competitivo si è diffusa una forte volontà/necessità di superare la concorrenza su mercati globali introducendo novità tecnologiche promosse da un’efficiente industria (inclusa quella della persuasione) che anticipa esiti provvisori assunti come immediatamente fruibili. Questa complessiva disinvoltura di un’evoluzione accelerata è frutto e specchio di una modernità che caratterizza l’economia, il mondo sociale e politico del nostro tempo, in cui l’introduzione di innovazioni tecnologiche è generalmente così rapida da non consentire una loro convalida pienamente documentata in una replica temporale di lungo periodo che possa considerare gli effetti di retroazione sul sistema complessivo della vita delle comunità locali e non solo.
Lo scenario del nuovo millennio si presenta segnato da trasformazioni epocali: il picco di popolazione mondiale, la globalizzazione delle nuove tecnologie, dell’economia, della rete delle comunicazioni che copre il pianeta, la diffusione e l’omologazione delle colture, delle culture e degli stili di vita. Di ciò la filosofia prende atto e ne fa oggetto di analisi e riflessione. Edgar Morin (Morin 1972) a questo proposito, parla di “sfida della complessità”, evidenziando la pregnanza epistemologica del termine complessità relativo agli eventi in cui nuove proprietà con le quali fare i conti entrano in gioco nei sistemi complessi del mondo attuale per le dinamiche delle relazioni fra gli elementi che li compongono. Ciò comporta che ogni innovazione su un singolo punto del sistema complessivo abbia ricadute su tutto il resto, modificandone la struttura. Si veda quindi il sistema socio-ecologico nelle sue articolazioni, per il quale la filiera di innovazioni è a scala ascendente e passa dalla produzione delle singole colture alle aziende, al territorio, alle aree geografiche, alla società, alle politiche. La scala può nel contempo essere considerata in senso discendente, da politica a società, all’area geografica all’azienda agraria, fino alla produzione del singolo campo coltivato. Il senso ascendente e quello discendente si intrecciano nel complesso del sistema globale. Quindi, se l’etimologia della parola complessità si basa sul latino complexus, essa presuppone l’interazione e la tessitura di una molteplicità da unificare. Ciò richiede un impegno di pensiero multidisciplinare e transdisciplinare.
In questo contesto problematico, il contributo più rilevante che la filosofia può offrire attiene alla presa in carico di un orizzonte etico. Si impone necessariamente che ogni scelta nei campi specifici della produzione, della tecnologia, della società e della politica sia sottoposta al vaglio della responsabilità. Un contributo rilevante si ritrova nel pensiero di Hans Jonas (Jonas 2009) che pone come nucleo centrale il “principio responsabilità”. Possiamo parlare di un’imprescindibile etica della responsabilità, a sostegno delle linee di condotta da adottare nelle pratiche di un sistema complesso. Essa – sostiene Jonas – ci impone di prendere in considerazione la dimensione della temporalità nel bilanciamento delle ripercussioni delle scelte al presente sul destino delle prossime generazioni, a partire dai rischi di esiti prevedibilmente non più revocabili (un solo esempio è il possibile crollo di risorse ambientali ed energetiche del pianeta negli anni a venire). L’etica della responsabilità richiama il problema del ben-essere nella sua declinazione al futuro.
Altre riflessioni sulla TEA
Su una rivista online dedicata all’agricoltura è comparso un articolo sulle TEA (Cinquemani 2025), in cui si sviluppano due tematiche: quella relativa alle normative e quella relativa alla concentrazione del controllo e dei guadagni. Per il primo aspetto è richiamato un principio di base: il miglioramento genetico vegetale e la costituzione di nuove varietà sono incentivati mediante la garanzia di una protezione legale che consente, al selezionatore, di recuperare gli investimenti sostenuti. Per ottenere protezione attraverso la cosiddetta privativa vegetale (diritto esclusivo riconosciuto a chi crea una varietà), una nuova varietà deve essere DUS (Distinta, Uniforme, Stabile). Distinta per almeno un carattere, uniforme al suo interno, stabile nel mantenere invariati i caratteri distintivi. Deve essere una novità e avere una denominazione facilmente riconoscibile.
La nuova varietà TEA ottenuta con editing può essere chiaramente distinta dalla varietà di partenza oppure presentare modifiche limitate, in base agli attuali criteri DUS previsti dalla normativa. L’autore dell’articolo riflette su una varietà di vite, il Nebbiolo, modificata per resistere alla peronospora. Il costitutore sarebbe privo di tutela se l’autorità competente non riconoscesse il rispetto dei criteri DUS. Se, viceversa, venisse riconosciuta una nuova varietà, il problema riguarderebbe i disciplinari di produzione delle DOP: la nuova varietà di Nebbiolo resistente non potrebbe più essere utilizzata per produrre vini come Barolo o Barbaresco, secondo rigidi disciplinari basati sull’uso esclusivo del vitigno Nebbiolo.
A proposito del secondo aspetto, è descritta l’acquisizione dei brevetti a livello internazionale. Si sostiene che le piante editate mediante micromodifiche molto specifiche siano brevettabili. Il controllo commerciale della tecnologia di genome editing più diffusa al mondo, denominata CRISPR-Cas9, è attualmente, di fatto, nelle mani di pochissimi enti internazionali. Accade che ristretti gruppi di ricercatori che operano all’interno di piccoli laboratori, non siano in grado di proseguire le attività lungo la filiera commerciale sementiera e quindi cedano la licenza a entità più grandi. L’Università di Harvard e il MIT, all’interno del Broad Institute, hanno ceduto licenze a Pairwise, Bayer, BASF, Syngenta e Corteva. L’Università di Berkeley ha ceduto la licenza a Caribou Biosciences, che ha concesso a Corteva Agriscience, TreeCo, Regional Fish Institute e Genus. Con ingenti risorse, questi grandi gruppi affrontano numerosi contenziosi sui brevetti.
Poche informazioni mettono in luce alcuni aspetti di base del funzionamento e del controllo delle risorse nel settore agroalimentare nel campo del genome editing: il mercato globale delle sementi rientra nell’area d’azione di un gruppo piuttosto ristretto di attori multinazionali; d’altra parte, non sono ancora stati chiariti gli aspetti normativi di un possibile caso in cui una pianta TEA brevettata impollina una pianta non TEA di un campo vicino. L’agricoltore coinvolto in questa contaminazione involontaria potrebbe subire conseguenze legali e trovarsi, suo malgrado, in un’escalation giudiziaria.
L’utilizzo della parola “evoluzione” implica un atteggiamento riflessivo
Le riflessioni conclusive non riguardano il funzionamento tecnico delle TEA, ma le possibili conseguenze della loro applicazione nei sistemi socio-ecologici agricoli. La letteratura sul maladattamento o adattamento inadeguato (Chi 2021, Schipper 2020) avverte che un’innovazione può apparire vantaggiosa rispetto agli obiettivi dichiarati nel breve periodo, ma nel tempo produrre effetti negativi, irrigidendo le opzioni future, generando nuove crisi per le comunità e gli ecosistemi (Magnan 2016) con evidente rischio di lock-in (un lock-in evolutivo-tecnologico è una condizione che si crea quando un modello si impone nel tempo e diventa difficile da abbandonare, anche quando esistono alternative migliori) e aumentando la dipendenza dell’azienda agraria da input esterni controllati da un mercato internazionale o trasferendo vulnerabilità e svantaggi tra gruppi sociali ed ecosistemi. L’agricoltura è un sistema socio-ecologico adattivo in cui componenti biologiche, competenze agronomiche, mercati, istituzioni e conoscenze locali interagiscono in modo non lineare. Per questo l’innovazione che riguarda l’introduzione di un singolo artefatto tecnologico, dovrebbe essere inserita in un quadro di analisi sistemica che consideri interdipendenze, retroazioni alle diverse scale temporali e spaziali a partire da quelle del campo coltivato e dell’azienda agraria.
L’approccio TEA/NGT tende a identificare l’adattamento attraverso l’introduzione di tratti genetici di resistenza a specifici stress. Non possiamo sottovalutare che l’emergenza climatica sia caratterizzata da complessità e variabilità locali; manipolare alcuni geni significa agire su un singolo nodo di una rete coevolutiva, a una scala di dettaglio alla quale è impossibile prevedere le dinamiche che avverranno a scala aziendale, tantomeno a scala territoriale. Nella relazione tra ospite, patogeno e ambiente, questo approccio può alimentare una corsa evolutiva alle armi, già osservata in passato con la rivoluzione verde, ispirata a un modello certamente utile all’industria e a una parte del mercato, che però tende a emarginare gli interessi degli agricoltori e dei consumatori. Quando le condizioni cambiano rapidamente, i vantaggi a breve termine possono trasformarsi in vulnerabilità strutturali.
Un approccio sistemico riconosce, invece, che la resilienza emerge dalle interazioni fra elevata diversità genetica, salute del suolo, gestione delle risorse naturali, organizzazione aziendale, reti sociali e istituzioni.
In ambito agroecologico, il miglioramento genetico è considerato in una prospettiva sistemica multiscala. L’adattamento diventa un processo evolutivo continuo basato sulla diversità e sulla selezione locale. L’innovazione sviluppata con popolazioni evolutive (Ceccarelli 2022) o moderni ecotipi mira alla stabilità derivante dall’eterogeneità piuttosto che alla massima prestazione di un singolo genotipo, a vantaggio, più stabile e concreto, dell’azienda agraria che deve fronteggiare le attuali emergenze climatica, ecologica ed economica.
In questo quadro dovrebbe collocarsi il concetto di evoluzione assistita, intesa come orientamento dei processi evolutivi dell’intero agroecosistema aziendale. Ciò implica progettare e gestire la diversità nel tempo attraverso diversificazione genetica, rotazioni, consociazioni, agroforestazione, pratiche rigenerative della salute del suolo mantenendo un’ampia variabilità ed evitando lock-in tecnologici L’obiettivo è favorire l’adattamento in contesti reali e rafforzare il ruolo decisionale degli agricoltori e le reti di conoscenza locali. Il che significa riferire, eventualmente, il concetto di evoluzione assistita non tanto alla modifica e manipolazione di frammenti del corredo genetico di una varietà, quanto alla progettazione, gestione, monitoraggio, trasformazione dinamica dell’intero sistema dell’azienda agraria, che dialoga con il territorio che la circonda.
In questa prospettiva, l’innovazione non è un semplice input esterno da trasferire all’agricoltore, ma un processo di trasformazione sistemica (Gliessmann 2014). La resilienza si radica nella capacità del sistema agricolo di apprendere, diversificare e mantenere aperte le opzioni adattive nel tempo (European Commission, 2025).
Affidiamo le altre riflessioni alle domande conclusive. La dinamica di escalation tecnologica in agricoltura è una necessità strutturale e insostituibile del paradigma moderno – analoga a quella della corsa alle armi negli Stati – oppure, come possiamo osservare dalla natura, esistono numerose altre strategie di innovazione ed evoluzione più consone al sistema agroalimentare? L’adattamento è un aumento di potenza o di complessità relazionale? La sicurezza alimentare può essere concepita come la prestazione massima del modello produttivista, o deve essere costruita come stabilità sistemica diffusa?
Infine, il rischio, che in questo contributo chiamiamo “maladattamento” (produzione di vulnerabilità di lungo periodo attraverso soluzioni efficaci nel breve), può essere interpretato come una forma contemporanea di hybris tecnica? E quali sono i benefici nel medio-lungo periodo, chi trarrà vantaggio da un uso ristretto e incompleto del termine evoluzione?
Bibliografia essenziale
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Cinquemani T., 2025. Piante TEA, il nodo dei brevetti viene al pettine.
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Georgofili, 2025 TEA: il CREA coordina la sperimentazione nazionale
Gliessmann S. 2014. Agroecology. The Ecology of Sustainable Food Systems. Taylor Francis Ed., P 405.
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Morin E. 1972 La sfida della complessità, Le Lettere, 2017
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