Decine di ragazzi e ragazze che «hanno vissuto un’infanzia e un’adolescenza serene, senza sentimenti di incongruenza di genere», bambine «tutte fiocchi e lustrini», che «amavano le gonnelline, i vestitini, i capelli lunghi, giocavano con le bambole», bambini «intelligentissimi, creativi, vivaci, mai preso un trucco o una bambola in mano», improvvisamente hanno comunicato ai genitori di non riconoscersi nel genere assegnato alla nascita, dopo avere seguito online «giovani influencer trans con migliaia di follower», oppure dopo avere legato con «un gruppo di ragazze che si definivano tutte non binarie», o anche solo dopo avere ascoltato musica k-pop «che è la porta di ingresso di questo processo». È il tenore delle testimonianze presentate alla Commissione Affari Sociali della Camera il 26 novembre dello scorso anno dall’associazione GenerAzioneD, audita in merito al Disegno di Legge Disposizioni per l’appropriatezza prescrittiva e il corretto utilizzo dei farmaci per la disforia di genere, tuttora in corso di esame da parte della Commissione. Nel documento consegnato dall’associazione non figura alcun racconto in prima persona, solo storie anonime riportate da familiari. 

GenerAzioneD, fondata nel 2023, riunisce genitori che rigettano l’affermazione di genere dei propri figli e figlie. Raccontano che la loro incongruenza si è manifestata «da un giorno all’altro», senza precedenti segnali. Eppure nelle testimonianze si incontrano frasi come «ci dichiara di sentirsi donna in un corpo da uomo da sempre, dice lui (mah)». Sostengono che questa disforia a esordio rapido è frutto di contagio sociale, cioè dell’influenza esercitata su adolescenti fragili dal gruppo dei pari, dai social media, dalla visibilità di personaggi pubblici transgender. E che rispondere al disagio di questi giovani con un approccio affermativo porta ad affrettare il processo di transizione e a commettere errori di valutazione, di cui spesso i diretti interessati si pentono amaramente quando ormai è troppo tardi per tornare indietro.

È una narrazione che circola da qualche anno ma che negli ultimi mesi, proprio in concomitanza con la discussione sul Disegno di Legge sulla disforia, è promossa con particolare vigore da alcuni attori in Italia. Per esempio, il 3 dicembre scorso, l’eurodeputato Roberto Vannacci ha ospitato a Bruxelles un evento organizzato dall’associazione ProVita & Famiglia per presentare la storia del detransitioner Daniel Black, un giovane ceco che dopo avere intrapreso un percorso di transizione al genere femminile ha cambiato idea ed è tornato al genere maschile, accusando la pressione sociale e l’approccio affermativo di averlo spinto sulla strada sbagliata. E ancora, il 14 gennaio e poi di nuovo il 28 gennaio del 2026 il settimanale Panorama ha dedicato la copertina a storie di disforia a esordio rapido, diagnosi affrettate e successivi pentimenti.

Un’entità clinica inesistente

Di disforia a esordio rapido e di contagio sociale si parla dal 2018, quando la ginecologa statunitense Lisa Littman pubblicò uno studio condotto su un gruppo di genitori di adolescenti con disforia di genere. Aveva sottoposto i partecipanti a un questionario e la maggior parte di loro aveva risposto che il disagio di figli e figlie si era manifestato all’improvviso durante la pubertà, senza avvisaglie negli anni precedenti. I genitori interpellati avevano raccontato che ragazzi e ragazze all’epoca del coming out frequentavano altre persone transgender e che, dopo essere usciti allo scoperto, i loro rapporti con la famiglia e il loro benessere psicologico si erano rapidamente deteriorati. Sulla base di queste testimonianze, Littman definì una nuova entità clinica a cui diede il nome, appunto, di disforia di genere a esordio rapido, attribuendone l’origine a un fenomeno di imitazione sociale.

Non si fecero attendere le repliche della comunità scientifica che evidenziavano falle nella pubblicazione. L’editore della rivista avviò un processo di revisione che portò l’anno successivo alla correzione dell’articolo. Lo studio della Littman – spiega la nota che accompagna l’edizione corretta – si basa esclusivamente sui racconti dei genitori, senza alcuna verifica con le persone direttamente interessate, e non tiene in considerazione la possibilità di pregiudizi e conflitti familiari.

In particolare un aspetto del lavoro della ginecologa è stato oggetto di critiche: i rispondenti al questionario sono stati reclutati pubblicando annunci su tre siti web «noti per incoraggiare i genitori a non credere che il proprio figlio sia transgender», infatti «il 76,5% di loro riteneva che l’identificazione come trans del proprio figlio o figlia non fosse corretta».

Ogni persona ha la propria storia

«Non mi sono mai imbattuta in un caso di adolescente che, al momento della richiesta di avviare un percorso affermativo, raccontasse di avere maturato la propria percezione di incongruenza di genere nell’arco di pochi mesi», osserva Maria Giuseppina Petruzzelli, professoressa associata di Neuropsichiatria Infantile dell’Università di Bari. «La presa di coscienza della propria varianza di genere può richiedere più o meno tempo. A volte è chiara e netta fin dall’infanzia. A volte invece arriva con la pubertà, tra i 10 e i 12 anni. Di solito, però, la consapevolezza dell’incongruenza tra genere percepito e sesso assegnato alla nascita richiede almeno un paio d’anni per maturare. La velocità di questo percorso è diversa da persona a persona, perché ogni individuo ha la propria storia complessa, che non può essere semplificata. La mia esperienza è clinica e si basa sui casi che ho seguito di adolescenti con disforia di genere, cioè con una condizione di malessere associata all’incongruenza di genere. Sono persone che vivono una vita sospesa, in attesa di essere riconosciute per quello che sentono di essere. A volte la sofferenza di questi ragazzi e ragazze è dovuta anche a problematiche che non sono riconducibili all’incongruenza di genere e il neuropsichiatra infantile deve prendere in carico anche queste».

Nella complessità delle traiettorie individuali è compresa anche la possibilità di un ripensamento. «Il percorso di affermazione di genere non è una strada a senso unico con tappe obbligate e i professionisti della salute non fanno pressione in una direzione o in un’altra. Il loro compito è offrire sostegno a ciascuno nella sua personale ricerca di una condizione di benessere», spiega Petruzzelli. «C’è chi trova un miglior equilibrio identitario attraverso l’affermazione sociale, chi sceglie di intraprendere un iter medico o chirurgico e c’è anche chi desiste e torna a identificarsi con il genere attribuito alla nascita».

Guerra culturale

A distanza di otto anni dalla pubblicazione del lavoro di Lisa Littman non è emersa alcuna evidenza scientifica dell’esistenza di un fenomeno di emulazione sociale all’origine dell’incongruenza di genere. Ciò nonostante, questa narrazione è entrata a far parte del repertorio propagandistico dei movimenti anti scelta impegnati a ostacolare l’accesso dei minori alle cure di affermazione di genere.

Nelle testimonianze dei genitori angosciati proposte da GenerAzioneD riecheggiano i racconti riportati da Genspect, organizzazione statunitense che «difende il sesso biologico come reale, binario e immutabile». E in effetti GenerAzioneD si definisce affiliata alla rete internazionale di Genspect. 

Gli strali di Rachele Ruiu, portavoce di ProVita & Famiglia, contro gli operatori sanitari che prendono in carico i giovani con disforia di genere, accusati di estorcere il consenso delle famiglie e di «mutilare un corpo sano per assecondare una mente sofferente», riflettono le affermazioni di Brian Brown, presidente dell’International Organization for the Family, che chiama il percorso affermativo «mutilazione di genere».

Anche il racconto del detransitioner ceco Daniel Black, ospitato a Bruxelles da Roberto Vannacci, ha seguito lo stesso copione delle testimonianze presentate al Detrans Awarness Day, organizzato a marzo del 2025 a Washington da Genspect per sostenere le iniziative anti-trans di Donald Trump.

«Questi personaggi, queste storie, sono modelli comunicativi riproposti più e più volte nel mondo da una rete di organizzazioni attive nel continente americano, in Europa, in Russia e non solo. Sono strumenti di una guerra culturale contro i sostenitori del diritto all’autodeterminazione», dice Kristina Stoeckl, professoressa ordinaria di Sociologia della LUISS di Roma e coautrice del saggio L’Internazionale moralista: i conservatori russi e la conquista dell’Occidente (LUISS University Press, 2024). «In Russia i racconti sul contagio sociale che spinge i giovani alla fluidità di genere sono funzionali alla propaganda della chiesa ortodossa sul collasso morale dell’Unione Europea, ma non hanno avuto origine lì. La loro fonte primaria sono i movimenti evangelici negli Stati Uniti. Così la disforia di genere a esordio rapido, la cui esistenza non è sostenuta da alcuna evidenza scientifica, è entrata nel dibattito politico e culturale dapprima negli Stati Uniti ed è poi approdata in Europa. Affermazione di genere, diritti LGBT, aborto, femminismo, sono tutti temi su cui queste organizzazioni fanno leva per promuovere un modello di società basato sulla disuguaglianza di genere e di classe, fortemente gerarchico, contrapposto al modello progressista di società basata sull’uguaglianza. Che cosa si può fare per contrastare le mire di quella che io chiamo Internazionale moralista? Innanzi tutto portare allo scoperto le sue strategie, diffondere consapevolezza sulla guerra culturale che si sta combattendo oggi a livello globale».