C’è un’emergenza in corso; dura da tempo e quindi la situazione è gravissima e incerta e c’è sempre qualcuno che cerca di trarne vantaggio, anche in modo indebito. È quanto sta avvenendo a Cuba a opera dei sempre più aggressivi e arroganti Stati Uniti d’America («Sì, prendere Cuba in qualche modo: prenderla o liberarla, penso che posso farci qualunque cosa voglio», ha detto Trump).

Se in Venezuela è stata l’operazione militare Absolute Resolve, condotta il 3 gennaio 2026 con la cattura, l’arresto e la deportazione del presidente Nicolás Maduro e sua moglie Cilia Flores e l’accordo con la vicepresidente traditrice Delcy Rodríguez (María Corina Machado, leader dell’opposizione e premio Nobel per la pace 2025, era invisa a Trump), per Cuba è previsto un friendly takeover. Che genere di negoziato sia previsto, diretto e amichevole (?), è impossibile da prevedere con l’attuale presidenza statunitense; che debba essere (anche) un’operazione finanziaria, per esempio nell’area del turismo, è molto più probabile.

Nel 1962, dopo il clamoroso fallimento dell’invasione di Cuba dalla baia dei Porci per rovesciare il governo di Fidel Castro, con il Proclama 3447 gli Stati Uniti d’America hanno attivato, e ne hanno imposta l’osservanza anche ad altri Paesi, un embargo commerciale, economico e finanziario contro Cuba, el bloqueo. Una sanzione che si mantiene con altalenanti inasprimenti in diversi momenti storici, come l’attuale, e a cui l’Assemblea generale dell’ONU non è mai riuscita a porre fine.

Sono 31 le nazioni sanzionate economicamente dagli USA  con «programmi sanzionatori variabili: alcuni sono di ampia portata e orientati geograficamente (per esempio, Cuba e Iran), altri sono “mirati” (per esempio, antiterrorismo e antidroga) e si concentrano su individui ed entità specifici», illustra lo stesso Dipartimento del tesoro USA.

Le sanzioni economiche sono quindi varie e includono restrizioni finanziarie, divieti di viaggio e misure mirate, utilizzate come strumento di pressione politica. Mentre l’embargo è una sanzione drastica che impone il blocco totale o parziale degli scambi commerciali con un Paese e mira a isolarlo economicamente, come nel caso di Cuba.

C’è poi la politica dei dazi attivata nel 2025 dall’amministrazione Trump, poco dopo essere entrata in carica, che si è abbattuta con maggior forza su 57 Paesi definiti worst offenders. Secondo la logica della reciprocità trumpiana, se c’è un deficit commerciale USA questo è dovuto al fatto che vengono ingiustamente applicate barriere tariffarie (ovvero dazi) e barriere non tariffarie. Così, sebbene non abbia fondamento in economia e interessi 180 Paesi, il 2 aprile 2025 Trump ha emanato la Presidential Action.

Sono invece 33 le nazioni sanzionate dall’Unione Europea (23 coincidono con quelle sanzionate dagli statunitensi). Nel quadro della politica estera e di sicurezza comune (PESC), «Le sanzioni sono uno strumento di natura diplomatica o economica che intende determinare un cambiamento per quanto riguarda attività o politiche, come le violazioni del diritto e della sicurezza internazionale, dei diritti umani, dello stato di diritto o dei principi democratici. Le misure restrittive imposte dall’UE possono essere dirette contro governi di Paesi terzi, nonché contro entità non statali e persone fisiche o giuridiche (come gruppi terroristici e singoli terroristi). Esse possono comprendere embarghi sulle armi, altre restrizioni commerciali specifiche o generali (divieti di importazione e di esportazione), restrizioni finanziarie, restrizioni all’ammissione (divieti di visto o di viaggio) o altre misure che appaiano opportune a seconda dei casi», recita in proposito la pagina della Farnesina

Gli stessi impatti di una guerra

L’efficacia delle sanzioni è discutibile per la scarsa adesione dei singoli Paesi o per l’interpretazione e gestione che, comunque, devono garantire gli interessi dei singoli Stati. Le sanzioni hanno però drammatici effetti negativi sulla salute pubblica che si protraggono anche per lungo tempo dopo la cessazione dei provvedimenti, con un bilancio di vittime paragonabile a quello delle guerre. Tra le priorità della politica internazionale si dovrebbe quindi contemplare la necessità di riconsiderare le sanzioni come strumento di politica estera, evidenziando l’importanza di moderarne l’uso e di considerare seriamente gli sforzi per riformarne la struttura. È quanto dovrebbe essere fatto contro l’embargo statunitense a Cuba, alla luce dei drammatici esiti che l’ulteriore inasprimento degli ultimi mesi ha comportato (anche) per la salute del popolo cubano.

Con la Rivoluzione cubana del 1959, istruzione e salute (pubblici, universali e gratuiti) sono i due diritti fondamentali garantiti al popolo cubano. L’embargo, sia direttamente che indirettamente, sta pregiudicando la loro garanzia, in particolare la prevenzione e l’assistenza sanitaria.

Nel 1962 l’aspettativa di vita alla nascita (il numero di anni che una persona nata in un certo anno vivrebbe in media se avesse le stesse probabilità di morire a ogni età delle persone di quell’anno) a Cuba era di 64,4 anni (in Italia 69,2 anni) e raggiunge il suo massimo nel 2012 con 78,2 anni (in Italia 82,3 anni) per poi diminuire fino a 73,2 anni nel 2021 (in Italia 82,9 anni): una discesa del 7% in 5 anni.

La mortalità infantile nei primi cinque anni di vita nel 1962 era del 4,5% dei nati vivi (in Italia 4,8%) e raggiunge lo 0,62% nel 2012 (in Italia 0,38%), per risalire allo 0,83% nel 2023 (in Italia 0,28%): un incremento del 33% con 151 morti in più nell’ultima decade.

L’incidenza più bassa dei casi di tubercolosi a Cuba si è registrata nel 2021, con 5 casi ogni 100.000 abitanti (in Italia 4 per 100.000 abitanti); nel 2024 i casi erano saliti a 11 per 100.000 abitanti (in Italia 5 casi per 100.000 abitanti): più che raddoppiati.

Da alcuni mesi le infezioni dai virus di chicungunya, dengue e oropouche sono diventate epidemiche e l’arbovirosi combinata causata dalla zanzara Aedes aegypti, che a Cuba non è mai stata endemica, ha rappresentato un’emergenza pubblica che potrebbe aver interessato 2,9 milioni di persone e provocato fino a 8.700 morti.  La carenza di energia ha costretto a interrompere disinfestazione e raccolta di rifiuti e le zanzare si sono moltiplicate a dismisura con la conseguente eccessiva trasmissione dell’infezione.  

Sapere come farlo, ma non poterlo fare

Uno scenario caratterizzato da carenze di beni primari a cui conseguono carenze assistenziali e un’elevata incidenza di patologie e mortalità. Beni primari per la sussistenza, ma anche beni essenziali per produrre, in particolare in settori come farmaci, vaccini e biotecnologie in cui il know-how cubano è competitivo con quello internazionale. Avere strumentazione all’avanguardia, assicurare l’assistenza tecnica (compresi i ricambi in caso di rottura) e disporre di reagenti chimici sono gli elementi essenziali per garantire una ricerca e un’assistenza sanitaria appropriata, tutti aspetti che un embargo rigido non consente.

L’esperienza cubana nella produzione nazionale di farmaci e il loro impatto sull’accesso alla salute sottolineano non solo il perseguimento di uno dei principali obiettivi dello Stato (il miglioramento della salute della popolazione e della sua qualità di vita), ma anche il raggiungimento di obiettivi in materia di benessere, tecnologia industriale e proprietà intellettuale di rilevanza nazionale e internazionale. Si stima che siano necessari 300 milioni di dollari per importare le materie prime indispensabili alla produzione di centinaia di medicinali essenziali. La carenza di medicinali continua a crescere alimentando un mercato nero, in particolare per alcuni farmaci costosi e salvavita. Sebbene la lista essenziale dei farmaci che dovrebbero essere garantiti ne comprenda 651 e ottemperi le indicazioni dell’Organizzazione Mondiale della Sanità relative all’accesso (disponibilità e produzione), molti di questi (antibiotici, antipiretici, gastrointestinali, respiratori), anche di basso costo e frequente richiesta, sono di difficile reperibilità sia in ospedale che nel territorio. Il 62% della lista (403 prodotti) corrisponde a farmaci che dovrebbero essere prodotti dall’industria farmaceutica nazionale, il restante 38% viene importato. Alla carenza, che nel 2024 era stimata nel 70% delle richieste e dei bisogni, potrebbe quindi far fronte la ripresa della produzione nazionale.

Tuttavia l’esperienza del passato con le impennate statunitensi nell’embargo, oggi più che mai protratte nel tempo, e le barriere e i deterrenti indotti dagli Stati Uniti al commercio di prodotti medicali con Cuba: il timore di ingenti sanzioni finanziarie e l’incarcerazione dei dipendenti dell’eventuale azienda coinvolta, l’aumento delle spese legali, l’azione penale da parte del governo statunitense per violazioni minori e involontarie dell’embargo cubano e la successiva sollecitazione alla stampa a diffondere pubblicità negativa contro l’azienda farmaceutica e i suoi dipendenti, le lungaggini e la complessità della burocrazia interna a Cuba… sono tutti fattori che riducono le speranze, mentre la ridotta partecipazione della cooperazione internazionale sull’isola contiene le speranze.  

Contraddizioni drammatiche

Uno degli ambiti in cui emergono con maggiore evidenza le contraddizioni tra la capacità scientifica e le drammatiche restrizioni e sanzioni economiche è quello dei vaccini. Streptococcus pneumoniae rappresenta ancora oggi una delle principali cause di morte nei bambini nei primi cinque anni di vita a livello globale, con centinaia di migliaia di decessi ogni anno, in gran parte prevenibili attraverso la vaccinazione. Tuttavia l’accesso ai vaccini pneumococcici coniugati rimane profondamente diseguale: nei Paesi con minori risorse la copertura vaccinale è spesso insufficiente e milioni di bambini restano esposti a infezioni gravi come polmonite, meningite e sepsi.

In questo contesto si inserisce l’esperienza cubana del vaccino pneumococcico coniugato QuimiVio, sviluppato dall’Instituto Finlay de Vacunas come risposta scientifica e sanitaria alle difficoltà di accesso ai vaccini commerciali, il cui costo può raggiungere centinaia di dollari per dose e risulta insostenibile per molti sistemi sanitari. Lo sviluppo dei vaccini cubani avviene, come abbiamo visto, in un contesto particolarmente complesso determinato dal blocco economico statunitense, che limita l’accesso a tecnologie, reagenti, apparecchiature scientifiche e canali finanziari necessari alla ricerca biotecnologica. Nonostante queste restrizioni, Cuba ha costruito negli anni un sistema di innovazione pubblica capace di produrre vaccini e farmaci biologici autonomamente. Gli studi clinici condotti con QuimiVio hanno coinvolto decine di migliaia di bambini e bambine e, dopo l’introduzione nel calendario vaccinale nazionale, l’incidenza delle infezioni pneumococciche invasive nei piccoli tra uno e quattro anni si è drasticamente ridotta fino ad azzerarsi. Questo risultato dimostra come la ricerca biotecnologica pubblica possa rappresentare uno strumento fondamentale di sovranità sanitaria e di equità nell’accesso alle vaccinazioni, anche in contesti caratterizzati da forti limitazioni economiche e politiche.

Purtroppo su Cuba (e Paesi limitrofi) si scagliano non solo le calamità umane ma anche quelle naturali, alcune ricorrenti, altre che potrebbero essere almeno in parte prevenibili limitandone gli effetti che sono enormi anche sul benessere, a breve e lungo tempo, delle popolazioni colpite. È quanto avvenuto lo scorso 29 ottobre quando, dopo 24 ore di pioggia e vento intensissimi, l’uragano Melissa, di categoria 3, ha colpito le province cubane di Holguin, Granma, Santiago e Guantanamo. Sono le regioni, in particolare le ultime due, ancora in forte difficoltà dopo il passaggio dell’uragano Oscar nel 2024 e figurano tra quelle più impoverite, socialmente ed economicamente, e dove gli apagones (i blackout dell’elettricità) durano più a lungo e sono più frequenti. L’uragano ha provocato almeno 735.000 persone evacuate e ha scosso il sistema Cuba.

Un sistema che necessita anche di rinnovamento, con l’adeguamento del poder popular ai tempi attuali e alla garanzia dei diritti negati. Per ora è stato ritirato il nome di Melissa e sostituito con Molly da parte dell’Organizzazione Meteorologica Mondiale, evento che avviene ogni qual volta l’intensità di un uragano è tale che per i danni arrecati (morti e costi) il riutilizzo del nome sarebbe inappropriato per motivi di sensibilità. Tra i più noti uragani molto distruttivi che hanno portato al ritiro del loro nome ci sono Katrina, Sandy e Maria.

Lo strangolamento energetico di cui è vittima il popolo cubano «peggiorerà, se non addirittura crollerà, se il suo fabbisogno petrolifero non verrà soddisfatto», secondo il Segretario Generale delle Nazioni Unite António Guterres, mentre la crisi iraniana riduce ulteriormente le possibilità di avere qualche aiuto da Paesi favorevoli. La grave situazione del sistema sanitario necessita di una serie di misure di riorganizzazione e razionalizzazione dei servizi, offerti oggi in cliniche e ospedali privi di energia sufficiente, costretti a ridurre gli interventi chirurgici non urgenti e potenziare la telemedicina, come dichiarato dal ministro della Salute cubano, José Ángel Portal Miranda.

Non possiamo che condividere quanto scritto dall’epidemiologo Benedetto Saraceno: «Ancora una volta il settore della salute costituisce un potente indicatore del progresso o del regresso di un Paese e il fatto che un sistema sanitario di altissima qualità come quello di Cuba sia costretto al regresso deve preoccupare chiunque abbia a cuore il diritto universale alla salute e alle cure».