Stupisce i non addetti ai lavori scoprire che la maggioranza degli anticorpi che produciamo siano diretti contro sostanze non presenti in natura.
«Come è possibile tale spreco? Interrompiamolo immediatamente!», potrebbe pensare un politico alla ricerca di investimenti con un immediato ritorno. Il politico dimentica che l’evoluzione è tutt’altro che sprecona, e seleziona in base a rigorosissime analisi di costo-beneficio. Quindi, produrre migliaia di miliardi di anticorpi diversi – anche se apparentemente inutili – è un investimento che paga.
Tanto più numerose sono le difese immunologiche di un individuo, tanto maggiore è la sua capacità di sopravvivere. Ci vacciniamo contro patogeni che sappiamo rappresentare un pericolo (polio, Cov2, influenza, pneumococco). Ma virus e batteri mutano costantemente, eludendo le difese immunologiche. Per anticipare le loro mosse, il nostro organismo produce un ‘repertorio anticorpale’ il più vasto possibile. Non importa tanto il bersaglio di ciascun anticorpo, quanto la sua capacità di proteggerci dal patogeno, dalla tossina o dal cancro che potrebbe attaccare il nostro organismo.
Ci auguriamo pertanto di non dover utilizzare la maggior parte degli anticorpi che stiamo oggi producendo. Sarebbe però fatale smantellare questa fondamentale assicurazione sanitaria. Guai a trovarsene sprovvisti quando si incontra un patogeno…
Come il nostro organismo, la società in cui viviamo deve saper affrontare le crisi del momento; essa deve al tempo stesso non farsi trovare impreparata alle nuove sfide che ci attendono. Di quale repertorio deve dotarsi una società complessa, in analogia con il repertorio immunologico? Non riesco a vedere ingredienti più importanti di conoscenza e cultura per superare i problemi che ci affliggono e allo stesso tempo prepararsi al futuro.
La cultura (artistica, gastronomica, letteraria, paesaggistica, scientifica o sportiva che sia) è l’insieme dei saperi di una società e ne garantisce il benessere. I singoli contribuiscono con il proprio sapere e col proprio impegno al repertorio di conoscenza della società.
Accusato di aver affermato che «Con la cultura non si mangia», un ministro italiano smentì, correggendosi in «Con la cultura troppi mangiano». Restando in tema alimentare, entrambe le frasi sono difficili da digerire. Chiunque abbia frequentato la scuola dell’obbligo sa che la cultura del nostro paese è invidiata in tutto il mondo. Tra l’altro, se il termine di riferimento è l’immediata produzione di sostanze commestibili, neppure con le acciaierie si mangia. E anche sulle acciaierie molti mangiano.
Probabilmente, all’origine di tale accanimento contro cultura e scienza contribuisce il progressivo utilitarismo che caratterizza la nostra epoca. Alle tre I maiuscole che il governo Berlusconi caldeggiava per la nostra scuola (Inglese, Informatica, Impresa) dovremmo aggiungerne almeno altre due, senza naturalmente dimenticare Geografia, Matematica e Storia. La prima I sta per Italiano. Forse quella I era data per implicita, anche se viene il sospetto che un elettorato poco (in)formato sia considerato da molti più facile a convincersi…
La seconda e altrettanto fondamentale I mancante è la I di Inutile (o apparentemente tale). Anche e forse soprattutto nei momenti di crisi, dobbiamo guardare avanti. Ognuno di noi sa che utile non è solo quanto produce un profitto immediato. Dobbiamo investire per il futuro. Le statistiche sono inclementi con il nostro paese. Reddito medio e salari sono cresciuti assai meno che nel resto d’Europa. Questa perdita di competitività deriva in larga misura dagli scarsi investimenti fatti in ricerca e educazione. Il magro 1.3% del PIL investito in ricerca ci pone fanalino di coda tra i paesi industrializzati. E le notizie che vengono dal settore automobilistico ci fanno temere di uscire da questa categoria, se non ci si rimboccano le maniche.
Il futuro è aperto e le sfide più importanti sono quelle che ancora non vediamo. Questa è la lezione degli anticorpi. Non dobbiamo esitare a produrre sapere che ci appare inutile perché non produce un immediato tornaconto. Se solide e ben documentate, le conoscenze prodotte ci offrono la capacità di affrontare problemi che non si sono ancora presentati. Trovarsi del tutto impreparati sarebbe disastroso. Ricordate le difficoltà dei paesi occidentali -incapaci di produrre mascherine – nelle prime fasi della pandemia?
Spesso ho l’onore di tenere la prima lezione del corso di Medicina negli stessi giorni in cui vengono attribuiti i premi Nobel. Faccio notare agli aspiranti dottori che tra i 15 vincitori dei ultimi cinque anni troviamo solo un medico. Tanti fisici, matematici, biologi e perfino un egittologo. In passato, sono stati premiati studi tesi a chiarire le ragioni per cui certi vermi scodinzolano meno di altri o perché un microbo dal buffo nome Pirococco furioso riesce a vivere felicemente nel cratere di un vulcano, a una temperatura con cui un uovo diventerebbe rapidamente sodo. Non è facile neanche per molti addetti ai lavori comprendere come queste scoperte abbiano rivoluzionato l’oncologia. Eppure… Nel 2022 vinse Svante Päabo, che per studiare la storia dell’antico Egitto riuscì a sequenziare il genoma prima di alcuni faraoni e poi degli uomini di Neanderthal. Risultati che hanno avuto incredibili applicazioni in medicina e biotecnologia, difficilmente prevedibili quando Päabo si dedicò alla paleontologia molecolare.
Oggi ben poche agenzie nel mondo e probabilmente nessuna agenzia italiana finanzierebbero esperimenti di questo tipo: è infatti molto difficile immaginare a priori quali implicazioni possa avere quel che oggi ci appare ’inutile’. Ma è sempre stato così. Nella prima metà del XIX secolo, Michael Faraday aprì la strada all’uso dell’elettricità. I suoi contributi avrebbero trasformato la vita sul pianeta. Interessato alle scoperte del grande scienziato, il Cancelliere dello Scacchiere della regina Vittoria lo convocò e gli chiese: «Interessante, dottor Faraday, ma a cosa serve tutto questo?». Al che Faraday rispose: «Non lo so, signore, né mi interessa: sicuramente però lei lo tasserà».
Specialmente in un momento di crisi, è importante ottimizzare i nostri investimenti. Naturalmente è essenziale insegnare alle nuove generazioni i fondamenti del sapere e concentrare le risorse sui problemi che richiedono soluzione urgente. Altrettanto essenziale, tuttavia, è garantire sostegno a coloro che – guidati dalla curiosità più che dalla soluzione di un problema – coltivano interessi e sviluppano conoscenze che oggi possono sembrare inutili. Così come il repertorio anticorpale garantisce la nostra salute, il repertorio culturale che costoro contribuiscono a creare è cruciale per la sopravvivenza e lo sviluppo di una società complessa ed esigente come la nostra.






