Il Presidente del Senato Ignazio La Russa qualche giorno fa ha detto che non c’è da preoccuparsi troppo del clima caraibico che si sta sviluppando in Europa, perché «ai Caraibi vivono da un sacco di tempo con questo clima e sopravvivono, vuol dire che ci abitueremo al clima caraibico, non vuol dire che moriremo». Lo ha fatto per la presentazione di un libro di Nicola Procaccini di Fratelli d’Italia sull’“ecologia dei conservatori”, riconoscendo però anche il fatto, va detto, che questo non significa che non ci si debba attivare per frenare gli effetti del cambiamento climatico.

Passi avanti rispetto al negazionismo conservatore del passato, bisogna onestamente riconoscerlo, tuttavia i messaggi veicolati restano pericolosi, perché minimizzano gli effetti del riscaldamento globale sulla salute delle persone.

Poco più avanti nel suo discorso di introduzione al libro (che se avremo modo non esiteremo a leggere), continua con una tesi non molto chiara sul fatto che gli ambientalisti sarebbero contro natura perché non aderiscono alla famiglia tradizionale, preoccupandosi di cosa sarà del futuro dei bambini. Allora, visto che ai bambini e alle bambine vogliamo bene anche noi di Scienza in rete, portiamo di seguito dei dati su quanto questi siano colpiti dagli effetti dei cambiamenti climatici nel mondo. Dopodiché, forse, non verrà molto naturale dire “ci abitueremo ai climi caraibici”.

«Quasi tutti i bambini sono esposti ad almeno un rischio climatico»

È quanto scrive una nuova analisi di UNICEF, riferendosi a inondazioni, siccità, tempeste e ondate di calore. Il numero di bimbi esposti ad almeno tre rischi climatici tra questi arriva a 1,1 miliardi, cioè quasi la metà nel mondo.

Ecco come il rischio è distribuito geograficamente a livello globale: anche i paesi sviluppati come l’Italia non hanno tra i rischi minori (l’Italia si colloca nella stessa fascia di rischio della Russia), Spagna e Stati Uniti anche peggio; la parte meridionale dell’Asia è la zona del mondo più colpita insieme a vari stati africani e del centro America.

mappa rischi climatici

L’analisi indica che nessun paese è immune e che questo sta modificando radicalmente la vita dei minori e di conseguenza richiede politiche climatiche conseguenti. In aggiunta, sono 634 milioni i bambini che ancora non hanno accesso all’acqua potabile, quelli che non hanno a disposizione i servizi igienico-sanitari arrivano a un miliardo, mentre sono 489 milioni quelli privi di igiene di base.

Il rapporto ricorda che «le inondazioni contaminano le fonti d’acqua e le siccità le prosciugano, lasciando i bambini esposti a malattie letali e a oneri crescenti come il trasporto dell’acqua». A questo proposito, è bene sapere che nel 2024 oltre 14 milioni di bambini non hanno ricevuto nemmeno una dose di vaccino per difterite, tetano e pertosse. Nei paesi dove il clima è sicuramente più “caraibico” del nostro, questo potrebbe voler significare che il caldo crescente diventerà un problema per la catena del freddo e la sicurezza sanitaria di questi farmaci.

Di seguito estrapoliamo dal rapporto uno schema che riassume i rischi a cui i bambini nel mondo sono esposti.

rischi climatici a cui sono esposti i bimbi

Forse uno dei dati più allarmanti è che solo nel 2024, oltre 242 milioni di studenti in 85 paesi e territori hanno visto interrotta la loro istruzione per colpa di eventi legati al clima. E questo va a braccetto con i 62 milioni di «sfollamenti interni» di bambini dovuti ai rischi climatici che si sono registrati tra il 2016 e il 2023. Senza ulteriori interventi, dice l’UNICEF, si stima che entro il 2050 altri 28 milioni di bambini potranno essere affetti da deperimento a causa dei cambiamenti climatici e 40 milioni da ritardi nella crescita.

Ecco anche l’elenco dei rischi climatici a cui i bambini sono esposti; oltre alla tipologia (alluvioni, siccità, tempeste tropicali, ondate di calore, ecc.) sono indicati anche il numero di bambini esposti a più di un rischio, da due a sei: 4 milioni di bambini sono esposti ad almeno sei rischi climatici tra quelli individuati.

quantificazione dei bambini esposti ai rischi climatici

Va be’, pazienza, vorrà dire che ci abitueremo a questi nuovi climi “caraibici”.

Oppure vuol dire che si può fare come in Iraq, dove tra il 2021 e il 2025 UNICEF ha collaborato coi ministeri e le agenzie ONU per installare 26 sistemi di trattamento delle acque reflue in sette governatorati, a beneficio di 144mila persone tra cui 66mila bambini.

Oppure si possono installare più pannelli fotovoltaici e pale eoliche, come nelle strutture sanitarie in Pakistan, la cui espansione potrebbe prevenire 175mila morti per il 2030 e «aggiungere 296 milioni di dollari all’economia entro il 2044». Come è anche successo in Libano – oggi afflitto da una guerra senza senso (come tutte le guerre) – dove un investimento di 12 milioni di dollari tra il 2023 e il 2025 ha dotato 235 scuole pubbliche di sistemi fotovoltaici, apportando benefici a oltre 111mila studenti.

Oppure come in Cambogia, dove nel 2022 il governo ha erogato pagamenti in denaro aggiuntivi per aiutare le famiglie colpite dalle inondazioni impendendo di cadere in povertà a 1,8 milioni di persone tra cui 700mila bambini.

Oppure come nel Sahel, dove il un apposito Partenariato per ridurre la vulnerabilità nutrizionale legata al clima, solo nel 2025, ha raggiunto oltre 6 milioni di persone tra Burkina Faso, Ciad, Mali, Mauritania e Niger.

Altroché abituarsi, qui i numeri ci danno un’immagine piuttosto chiara su quanto il cambiamento climatico colpisca la salute delle persone, tra cui i bambini, che sono tra i soggetti più fragili a essere esposti a questi rischi. Il rapporto di UNICEF ovviamente non può far altro che ricordare che per tutelare i bimbi e chi li mette al mondo serve continuare a ridurre le emissioni di gas serra con le energie rinnovabili, investire in istruzione e welfare, migliorare la governance locale e considerare clima e salute come facce della stessa medaglia. E non è un problema dei soli paesi poveri. Si pensi solo che nel 2024 in Europa si stimano 63mila morti per troppo caldo, di cui 19mila solo in Italia.

Sicuramente i conservatori avranno ben presente tutte queste problematiche e sapranno ormai come porre rimedio al cambiamento climatico. Che no, non è un fenomeno ciclico come dice La Russa e compagnia, perché la civiltà umana si è potuta sviluppare grazie al fatto che la temperatura media globale è stabile da circa 12mila anni – a parte gli ultimi 60/70 anni, si intende.