Pubblicato il 13/07/2026Tempo di lettura: 4 mins

Alcune settimane fa la Fondazione I figli degli altri, che opera a Napoli dal giugno 2022, ha reso noti i risultati di un’indagine che ha coinvolto 1.500 ragazzi tra i 13 e i 18 anni di diverse scuole napoletane. Il 70 per cento degli adolescenti intervistati ha dichiarato che vorrebbe affiliarsi a una baby gang per sentirsi accettato.
Si tratta di risultati certamente preoccupanti, perché ci dicono che nell’educazione e nella crescita dei nostri ragazzi stiamo sbagliando qualcosa. Preoccupano e stridono con i dati sulla diminuzione della dispersione scolastica in Campania, spesso sbandierati come un grande successo. 
Il prefetto di Napoli in commissione antimafia il 16 giugno ha dichiarato che sulla devianza giovanile, «i social, senza dare giudizi di merito, incidono in maniera molto forte: ragazzi anche molto piccoli, di 11, 12, 13 anni, se vogliono legittimarsi agli occhi dei più grandi ed entrare in una baby-gang, devono avere tutta una serie di requisiti: lo smartphone, un coltello, la capacità di attentare alla salute altrui».

Che cosa non va, allora? Perché le baby gang sono così attrattive? Perché i ragazzi scelgono la violenza e la sopraffazione? 
Forse non sanno che quella strada li porterà, prima o poi, in carcere e che è sempre una strada senza uscita? Forse pensano che ciò che vivono sui social o nei videogiochi sia la realtà?
Proviamo a chiederci dove stiamo sbagliando e, soprattutto, cosa possiamo fare per invertire questa tendenza.

Da dove ripartire

Al primo posto credo sia necessario un approccio porta a porta rivolto alle nuove famiglie: un’accoglienza capace di orientare i neo-genitori e di diffondere una vera cultura della genitorialità. Al secondo posto, una grande riforma della scuola, a partire dagli asili nido di qualità per almeno il 33 per cento dei bambini, soprattutto nei quartieri più a rischio, come era previsto dal PNRR, ormai chiuso. Ma scopriremo che non sono stati superati i divari territoriali. Il Sud resta ancora oggi indietro rispetto al Centro-Nord, con gravi discriminazioni per i bambini della Campania, Calabria e Sicilia.
Per tanti bambini, bambine e adolescenti oggi la scuola non è più sufficientemente attrattiva.

Una scuola diversa, un tempo più lungo

Per la prima volta nella storia, quando un insegnante entra in classe, i suoi studenti, grazie alla velocità e all’accessibilità dell’intelligenza artificiale, conoscono già molte delle informazioni che il docente si appresta a spiegare. Oggi serve una scuola diversa, serve formare gli insegnanti alle nuove tecnologie, retribuirli meglio e aumentare il tempo scuola.
Prolungare l’orario scolastico non solo sottrae tempo ai social e alla strada, riducendo quindi il contatto con le baby gang, ma può contribuire a migliorare i livelli di apprendimento degli alunni e delle alunne.
Le ore aggiuntive possono essere utilizzate anche per promuovere attività extracurricolari gratuite, come la musica, l’arte e lo sport.
Sembra inutile ribadire ancora una volta che il tempo pieno contribuisce allo sviluppo delle competenze non cognitive, sociali ed emotive, fondamentali per crescere e vivere da protagonisti in un mondo in costante cambiamento. Se garantito soprattutto ai minori più svantaggiati, rappresenta una delle misure più efficaci per contrastare la dispersione scolastica, togliere attrattività alla baby gang e questa è una certezza che non necessita di ulteriori dimostrazioni.

La lezione di don Milani

I ragazzi degli anni settanta e ottanta, formati alla scuola di don Lorenzo Milani, lo avevano intuito. Non sapevano ancora che le ricerche scientifiche lo avrebbero confermato, ma avevano compreso che quei bambini avevano bisogno di più scuola e, soprattutto, di una scuola diversa, con un tutor che li seguisse da vicino.
In un’intervista realizzata alcuni anni fa a ragazzi detenuti in un Istituto penale per i minorenni per reati gravissimi, fu posta una domanda: «Che cosa cambieresti della tua vita?». Tutti risposero: «Sarei andato a scuola».

Una scuola aperta e inclusiva

Su questo tema dovrebbe aprirsi una riflessione seria. Serve una scuola più aperta e inclusiva e in linea con i tempi, non una scuola che vieti, per esempio, qualsiasi progetto, laboratorio o attività dedicata alla sessualità e all’affettività, anche quando è condotta da esperti esterni. Così si finisce per lasciare la formazione dei ragazzi, su temi tanto delicati, ai device e ai social.
In attesa che tutte le scuole siano dotate di mense e siano pronte al tempo pieno, è davvero un’utopia immaginare scuole a tempo pieno flessibili, capaci di costruire accordi con le associazioni del territorio? Associazioni che, nel pomeriggio, possano accogliere i ragazzi nelle proprie sedi e offrire attività di sostegno scolastico per chi deve recuperare (il vecchio doposcuola) insieme ad attività extrascolastiche come sport, teatro, musica, laboratori sulle nuove tecnologie e sull’uso consapevole dell’intelligenza artificiale, con momenti programmati di confronto tra scuola e associazioni per rendere omogeneo l’intervento educativo.
Utopia? Sogno? O possibile realtà?

Costruire comunità educanti

È proprio da questa domanda che dovremmo ripartire. Perché, se vogliamo sottrarre i ragazzi all’attrazione delle baby gang, non basta reprimere, non servono soltanto più controlli, più telecamere o pene più severe, serve costruire comunità educanti capaci di intercettare il disagio prima che si trasformi in violenza. Serve offrire alternative credibili, educative e affascinanti. 
Dobbiamo restituire ai giovani luoghi, relazioni e opportunità capaci di farli sentire accolti, valorizzati e protagonisti del loro futuro.
E allora la domanda non è perché i ragazzi scelgono le baby gang. La vera domanda è: siamo ancora capaci di offrire loro un’alternativa migliore?
 

Il prezzo della salute: come la povertà economica genera la povertà sanitaria

Pubblicato il 13/07/2026

Immaginate di dover scegliere, arrivati a metà mese, se riempire il carrello della spesa o andare in farmacia a ritirare l’antibiotico per vostro figlio. O di dover rinunciare a quella visita cardiologica che aspettate da mesi perché l’alternativa pubblica ha una lista d’attesa di un anno e quella privata costa quanto mezza bolletta della luce. Questa è la quotidianità per i quasi 6 milioni di italiani che vivono in povertà assoluta, con un trend in costante aumento nell’ultimo decennio (Istat).