Ventidue chilometri a nord di Milano, nel cuore della Brianza urbanizzata, tra svincoli e capannoni, c’è un bosco di querce di quarantadue ettari dove la gente porta a spasso il cane e i ragazzi vanno a correre. Si chiama Bosco delle Querce, sta a cavallo dei comuni di Seveso e di Meda, ed è uno dei fiori all’occhiello della politica di forestazione in aree urbane e periurbane lombarde. Ma qui, passeggiando fra le farnie, gli aceri e i carpini ci si accorge di essere entrati in un pezzo di storia italiana, raccontata peraltro dagli 11 cartelli che raccontano l’incidente della nube tossica che il 10 luglio di cinquant’anni fa fuoriuscì dallo stabilimento Icmesa di Meda, per investire in pieno anche il confinante comune di Seveso. Ne seguirono numerosi casi di intossicazione acuta di adulti e bambini, tumori, e una strage di animali e di piante. Solo un pioppo nero è sopravvissuto, raggiungendo oggi i trenta metri di altezza e i quattro di diametro, che ancora campeggia nel cuore dell’area protetta, non distante dalle due grandi vasche impermeabilizzate dove sono stati messi in sicurezza i resti di uno dei più gravi disastri industriali del nostro paese. La terra contaminata, le macerie delle case, gli oggetti personali, le carcasse di più di ottantamila animali e le attrezzature usate per la bonifica. Il terreno fertile e ricco di vita che oggi calpestiamo è stato portato da altre zone della Lombardia, perché quello originario, per uno strato fino a ottanta centimetri, è stato asportato e chiuso sottoterra. Probabilmente sarà sotto quel pioppo, oggi monumento nazionale, che venerdì 10 luglio il presidente Mattarella terrà il suo discorso su quello storico incidente che aprì una nuova stagione della protezione sanitaria e ambientale. Il Bosco delle querce racconta come l’Europa ha scoperto il rischio industriale, e a caro prezzo ha imparato a governarlo.
Sabato 10 luglio 1976
Quel sabato, alle 12.28, la fabbrica Industrie Chimiche Meridionali S.A. (ICMESA) era ferma per la consueta sosta di fine settimana. Nel reattore A101 era rimasto il prodotto grezzo di una lavorazione: tetraclorobenzolo, glicole etilenico e soda caustica, la miscela da cui si ricava il triclorofenolo, un intermedio impiegato tra l’altro nei diserbanti. Il venerdì pomeriggio, a fine turno, la temperatura del processo che a regime si mantiene attorno ai 170 gradi, salì fino a circa 250, favorendo la sintesi di una grande quantità di TCDD. La pressione crescente scaricò il contenuto nel sistema di sfogo di emergenza, e da lì, a causa della rottura di un diaframma di sicurezza, verso l’esterno. Così, invece di contenere lo sfogo, lo consegnò al vento. Una nube rossastra uscì con un sibilo e si diresse verso sud, sud-est, verso i quartieri abitati di Seveso, Meda, Cesano Maderno e Desio.
Nella nube, insieme al triclorofenolo e alla soda caustica, c’era la sostanza che avrebbe reso quel nome famoso in tutto il mondo: la 2,3,7,8-tetraclorodibenzo-para-diossina, la TCDD, classificata al primo posto tra le sostanze tossiche di origine sintetica. Le prime stime aziendali parlavano di poche centinaia di grammi; oggi le valutazioni oscillano tra meno di un chilo e oltre trenta chilogrammi. In pochi minuti, quel veleno si posò su campi, orti, tetti e strade di una delle aree più densamente popolate d’Italia. Sarebbe potuto andare peggio se dopo venti minuti, un operaio, vedendo levarsi la nube in cielo, non avesse indossato un respiratore e interrotto il processo azionando a mano il sistema di raffreddamento. Ma fu abbastanza per produrre il più grave incidente industriale del dopoguerra.
La domanda successiva, quella che i processi avrebbero inseguito per anni, è sulle ragioni dell’incidente. La risposta più convincente ha il volto banale del profitto. L’ICMESA, entrata in funzione nel 1947 e passata nel 1963 alla svizzera Givaudan sotto il controllo della multinazionale Hoffmann-La Roche, produceva il 2,4,5-T con quattro cicli settimanali, dal lunedì al venerdì, che già saturavano le sue capacità. Non bastavano e così ne fu aggiunto un quinto a cavallo del fine settimana, non presidiato. La fabbrica sorgeva nel mezzo di un tessuto densamente abitato, per una convergenza di interessi pubblici e privati che alla sicurezza anteponeva l’economia e la vicinanza alla casa madre svizzera.
Una settimana del silenzio
La notizia dell’incidente trapelò dalla stampa una settimana dopo quel sabato 10 luglio 1976. Sfogliamo il Corriere della Sera di quei giorni per ritrovarci in un’altra epoca: il “piano speciale” con cui il presidente del consiglio Giulio Andreotti voleva contrastare la piaga dell’evasione fiscale. La quattordicenne ginnasta rumena Nadia Comaneci si fa notare vincendo l’argento nella gara a squadre alle olimpiadi di Montreal. La sonda Viking 1 arriva su Marte ma, come scrive il Corriere, non ci svela ancora se c’è vita sul Pianeta rosso.
Finalmente, domenica 18 luglio troviamo un taglio basso in prima pagine con il titolo «Un gas misterioso che uccide piante e animali invade un paese: quattordici bimbi intossicati». In realtà in azienda già si sapeva che si trattava di diossina, ma ci vollero quasi dieci giorni per rivelarlo, ritardando così decisioni che avrebbero potuto limitare i danni evitando che i bambini continuassero a giocare nei cortili, e la gente a raccogliere l’insalata negli orti.
A dire il vero, i segni della contaminazione non aspettarono i comunicati ufficiali per manifestarsi. Le foglie ingiallivano, gli animali domestici e da cortile cominciavano a morire a decine. Sulla pelle delle persone più esposte, e soprattutto di molti bambini, comparve la cloracne, un’eruzione con macchie rosso-giallastre a sfigurare i volti. Il 15 luglio l’ufficiale sanitario supplente accertò i primi casi di intossicazione e chiese misure urgenti. Domenica 18 luglio Fabrizio Malgrati, sindaco di Meda, ordinò la chiusura della fabbrica.
Le zone A, B e R: la geografia del contagio
A partire dal 24 luglio iniziò l’evacuazione. La zona più colpita, denominata Zona A, fu recintata con filo spinato steso dai soldati e presidiata dall’esercito. In tutto vennero allontanate 736 persone, 204 famiglie, su una superficie di 108 ettari; le abitazioni di 41 famiglie furono poi demolite. Una azienda agricola, decine di imprese artigiane, esercizi commerciali e industrie dovettero sospendere l’attività. Attorno alla Zona A fu tracciata una Zona B a minore contaminazione, estesa anche a Cesano Maderno e Desio, e una più ampia Zona R, di rispetto. Ai residenti fu imposto di non toccare terra, erba, ortaggi e animali, di lavarsi ossessivamente le mani, di distruggere latte, uova e prodotti dell’orto. Alle donne, per prudenza, fu consigliato di astenersi dalla procreazione, perché non si poteva escludere la comparsa di malformazioni nei figli concepiti da persone esposte. L’impatto mediatico fu devastante quanto la nube: gli operatori della stampa erano ovunque, il mercato dei prodotti locali crollò, e in certi casi perfino gli albergatori rifiutarono di ospitare chi fuggiva dalle zone contaminate.
Fu proprio questo il nodo che segnò Seveso più di ogni altro: la diossina aprì il capitolo, allora nuovo e drammatico, dell’aborto. Alcune donne incinte, terrorizzate dal rischio di malformazioni, chiesero e ottennero, in un’Italia in cui l’interruzione di gravidanza era ancora reato, di abortire, alimentando uno scontro politico e morale che avrebbe accompagnato, l’anno dopo, la lunga marcia verso la legge 194. Intanto la gestione della bonifica diventò terreno di aspro conflitto sociale e politico. La popolazione, sfiduciata verso la Regione, si oppose con blocchi stradali e occupazioni al progetto di un forno inceneritore per bruciare il materiale contaminato, e alla fine prevalse la soluzione che conosciamo: l’asportazione del terreno e il confinamento nelle due vasche, quella di Seveso da 200.000 metri cubi e quella di Meda da 80.000 (per una storia dell’ICMESA e la cronaca dell’incidente e dei conflitti si veda anche Massimiliano Fratter, “Seveso e l´Icmesa dall´insediamento della fabbrica al “dramma” del 10 luglio 1976″) .
Rabbia, sfiducia e mobilitazione
Nei mesi successivi la comunità visse divisa tra chi era stato sradicato dalle proprie case e chi restava dietro il filo spinato, tra chi pretendeva la bonifica immediata e chi accusava la Regione di immobilismo. Gli sfollati rientravano di nascosto nella Zona A, trovavano le recinzioni divelte, tornavano a stirare e a dormire nelle case contaminate pur di non abbandonarle, come racconta il romanzo La lepre con la faccia da bambina del medico (e capostipite dell’ambientalismo italiano) Laura Conti. Le proteste sfociarono in blocchi ripetuti della superstrada Milano-Meda e nel rifiuto del forno inceneritore.
Seveso mostrò quanto fosse fragile il rapporto tra cittadini e istituzioni davanti a un rischio di cui nessuno conosceva davvero la portata. Da quella crisi nacquero però anche strumenti nuovi: l’Ufficio Speciale per Seveso, una commissione parlamentare d’inchiesta, i cinque programmi operativi di bonifica, e una nuova consapevolezza ambientale. La parola diossina entrò nel lessico comune, e con essa l’idea che la chimica industriale potesse rappresentare una minaccia diffusa, non più confinata ai luoghi di lavoro, e cifra di uno sviluppo economico che non si curava di concetti ancora minoritari come ambiente e salute, come sottolineò pochi mesi dopo l’incidente il formidabile numero speciale di Sapere, fino a quel momento diretto da Giulio Alfredo Maccacaro, titolato “Seveso, un crimine di pace”.
Un esperimento di tossicologia in vivo
Se l’appassionata critica dei meccanismi economico-sociali alla base di un incidente come quello di Seveso ha in Maccacaro la figura di spicco, chi ha segnato la storia scientifica degli studi sulla diossina è senz’ombra di dubbio Pier Alberto Bertazzi, epidemiologo e direttore del Dipartimento di medicina del lavoro dell’Università di Milano, scomparso il 15 settembre 2021. Furono lui e i suoi collaboratori a costruire e guidare per decenni la coorte di Seveso e a condurre gran parte degli studi che oggi ci permettono di conoscere gli effetti della TCDD. A quarant’anni dal disastro, in una articolo per Scienza in rete, Bertazzi fece un bilancio sanitario, ma anche sociale di quell’incidente.
La coorte di Seveso, costruita dalla Clinica del Lavoro di Milano sui 218.682 residenti al momento del disastro, è oggi uno dei più importanti studi al mondo sugli effetti della diossina sull’uomo. La differenza fra chi viveva nelle diverse zone colpite dall’incidente – A, B e R – fu confermata dai dosaggi di TCDD nel sangue: i livelli mediani misurati subito dopo l’incidente furono di 447 parti per trilione in zona A, 94 in zona B e 48 in zona R, contro valori inferiori a 5-10 nelle aree non contaminate. Data l’emivita lunghissima della molecola, la diossina era ancora ben dosabile vent’anni dopo. Quantità che a molti luminari di allora, nel concitato dibattito subito dopo l’incidente, parevano troppo piccole per portar a danni significativi (uno fra tutti il farmacologo e onorevole democristiano Emilio Trabucchi, che in un discorso alla Camera il 29 settembre 1976 parlò del “panico del tutto irrazionale” della popolazione che visse quell’incidente, e che per dimostrare l’innocuità della diossina a quelle dosi si offerse di mangiare l’insalata contaminata di Seveso).
Il segno clinico più immediato e visibile dell’incidente fu la cloracne, che colpì soprattutto i bambini: in Zona A ne fu colpito circa un bambino su cinque tra i tre e i quattordici anni, e nella parte più contaminata quasi la metà. Sul lungo periodo però le cose cambiano. Il follow-up di mortalità ha confermato un eccesso di malattie cardiovascolari nel primo decennio dopo l’esposizione, un aumento del diabete tra le donne e, soprattutto, un eccesso persistente di tumori del sistema linfoematopoietico, cioè linfomi, leucemie e mielomi, che si conferma a distanze di tempo crescenti dall’incidente. L’incidenza complessiva dei tumori non risulta molto diversa dall’atteso, con segnali suggestivi per alcune sedi. Furono monitorati anche effetti più fini: nei figli delle madri più esposte, decenni dopo, si sono riscontrati valori alterati dell’ormone tiroideo TSH alla nascita, un segnale biochimico che rimanda alla capacità della diossina di interferire sullo sviluppo.
Su un fronte diverso, il Seveso Women’s Health Study condotto con il CDC di Atlanta ha potuto misurare la diossina direttamente nel sangue di 981 donne. I risultati indicano un raddoppio del rischio di tumore al seno per ogni aumento di dieci volte dei livelli sierici di TCDD nelle prime analisi, e un incremento di circa l’80 per cento di tutti i tumori per lo stesso aumento nel follow-up successivo. Nel 1997 e di nuovo nel 2012 la IARC, l’agenzia dell’OMS per la ricerca sul cancro, ha classificato la TCDD nel gruppo 1, cancerogeno certo per l’uomo.
C’è poi il dato forse più inaspettato, emerso dai lavori di Paolo Mocarelli, che allora giovane primario dei laboratori dell’ospedale di Desio conservò ed esaminò in modo sistematico i campioni di sangue degli abitanti della zona: gli uomini esposti da giovani, con diossina nel sangue elevata, per anni hanno generato molte più figlie femmine che maschi. Nei figli dei padri esposti prima dei diciannove anni la proporzione di maschi crollò a circa il 38 per cento, contro il 51 per cento atteso, un’alterazione del rapporto tra i sessi che rimanda alla natura di interferente ormonale della diossina, capace di agire sul sistema endocrino già a dosi bassissime.
Incuriosisce anche il tasso aumentato di infarti, che difficilmente possono essere ricondotti all’azione della diossina. E infatti la causa più probabile di questo e altri malanni registrati in quegli anni dalla popolazione esposta potrebbero derivare da quel “panico” tutt’altro irrazionale che pesò soprattutto fra le persone più anziane, che di colpo si trovarono a dover cambiare casa, lavoro e abitudini, senza ben capire qual che stava succedendo anche a causa dell’assenza di comunicazioni chiare su quanto stava accadendo: uno “stress da soccorso”, come è stato ribattezzato, che insorge in situazioni catastrofiche come queste, come spiegato nell’articolo sui cinquant’anni di Seveso firmato da due altri protagonisti di quegli anni, Luigi Bisanti e Dario Consonni per Epidemiologia & Prevenzione.
Il filo che porta in Vietnam
Va chiarito che gli studi sulla diossina non iniziarono a Seveso. Ed è qui che la storia della Brianza si intreccia con quella del Sud-est asiatico. Il 2,4,5-T era uno dei due componenti dell’agente Orange, il defoliante che l’esercito statunitense irrorò sul Vietnam per spogliare le foreste in cui si nascondevano i vietcong e distruggere i raccolti di riso. Negli anni Sessanta, durante la guerra del Vietnam, furono rovesciati sul paese circa ottanta milioni di litri di erbicidi, con cui vennero devastate ampie porzioni di foreste e mangrovie, come raccontato da Paola Bonfante nel suo libro Piante, noi e loro.
Le stime dell’Accademia nazionale delle scienze statunitense collocano la TCDD dispersa in Vietnam tra i 110 e i 180 chilogrammi, e alcuni ricercatori spingono la cifra fino a diverse centinaia di chilogrammi. In altre parole, la diossina liberata dall’Agent Orange fu di un ordine di grandezza superiore ai quindici o trenta chili di Seveso. La differenza sostanziale fra la Brianza dei capannoni e le foreste tropicali del Sud-est asiatico sta nella percezione e nella risposta. A Seveso una nube di pochi chili scatenò un’emergenza sanitaria internazionale, un intervento dello Stato, un rimborso da parte della multinazionale riconosciuta colpevole di circa 200 miliardi di lire, decenni di studi e una legislazione europea. In Vietnam una quantità molto maggiore, distribuita deliberatamente su un intero paese, ha lasciato per generazioni malformazioni e malattie che ancora oggi faticano a essere riconosciute e risarcite.
In Vietnam la diossina si sprigionò soprattutto attraverso gli incendi e la combustione della vegetazione irrorata, un meccanismo che ne moltiplicò la diffusione nell’ambiente e nella catena alimentare. Le stesse alterazioni osservate a Seveso, in scala quasi controllata, sono state descritte su popolazioni vietnamite: eccessi di malformazioni, disturbi riproduttivi, un aumento del cancro primitivo del fegato documentato già negli anni Settanta dal chirurgo Ton That Tung. Il nodo emerse con chiarezza nel gennaio 1983, quando a Ho Chi Minh City, l’ex Saigon, si tenne il Simposio internazionale sugli erbicidi e i defolianti in guerra. Uno degli epidemiologi italiani che avevano studiato Seveso, Luigi Bisanti, vi presentò i dati italiani, ordinati e quantitativi, che fecero la differenza rispetto ai dati aneddotici presentati dagli altri relatori.
Seveso fa scuola in tribunale e nella legislazione europea
Sul piano giudiziario Seveso ha lasciato un segno duraturo nel diritto penale dell’ambiente. Il processo si aprì a Monza nel 1983 contro cinque tra dirigenti e tecnici della Givaudan e dell’ICMESA. In primo grado furono condannati sia i vertici svizzeri della capogruppo sia i responsabili dello stabilimento italiano, con pene fino a cinque anni. In appello, nel 1985, le assoluzioni ridussero drasticamente le pene, e nel 1986 la Cassazione confermò la condanna definitiva soltanto per due persone: Jorg Sambeth e Herwig von Zwehl, a pene contenute attorno a un anno e mezzo e due anni. Fu, per l’epoca, uno dei primi grandi banchi di prova della categoria del disastro colposo applicata a un evento di contaminazione ambientale di massa, un percorso che sarebbe poi sfociato, molti anni dopo, nell’introduzione del reato di disastro ambientale nel Codice penale.
Sul piano economico la partita si chiuse fuori dalle aule. Nel 1980 la Givaudan accettò di versare allo Stato e alla Regione Lombardia una transazione di circa 103 miliardi di lire per le spese di bonifica e la sperimentazione, e negli anni successivi la multinazionale liquidò direttamente oltre settemila pratiche di risarcimento ai privati, per un onere complessivo superiore ai 200 miliardi di lire. Era la prima volta che si riusciva a far pagare a una multinazionale i danni provocati da una sua azienda controllata, un principio di responsabilità del gruppo che avrebbe fatto scuola.
Un’altra eredità importante dell’incidente è il corpo di leggi che ancora oggi regola la sicurezza industriale di tutta Europa, e che porta il nome di Seveso. Lo shock del disastro spinse la Comunità europea ad affrontare in modo sistematico il rischio degli incidenti industriali rilevanti. Nacque così, nel 1982, la Direttiva 82/501/CEE, universalmente nota come la prima delle tre Direttive Seveso, la prima norma europea a imporre alle aziende che maneggiano sostanze pericolose di identificare i rischi, adottare misure di prevenzione e informare autorità e popolazione.
A livello internazionale, quanto accaduto a Seveso ha ispirato la Convenzione di Rotterdam, che dal 2004 regola il commercio internazionale delle sostanze chimiche pericolose imponendo il consenso informato preventivo del Paese ricevente.
Dalla nube tossica a un bosco
Di tutti i lasciti di Seveso resta, passate le incomprensioni, i conflitti, e la grande paura generate dalla nube tossica, anche il potenziale di attivazione di energie e di senso della comunità che caratterizzò la rinascita di quei luoghi, che il New York Times aveva battezzato come l’“Italy’s Hiroshima”. Lo spiega bene Pier Alberto Bertazzi su Scienza in rete: «Come è stato possibile che invece questa città sia diventata un centro fiorente di vita sociale con la nascita dalla base di iniziative educative, di vita sociale, di musica e arte, e con un importante centro della memoria sulla questione ambientale? Almeno parte della risposta sta nell’esistenza di una comunità attiva e solidale. Quei giorni drammatici furono anche giorni di sostegno reciproco, di condivisione dei bisogni e di iniziative comuni per rispondervi. L’intervento di Regione e Stato furono decisivi, grazie anche ai sostanziali indennizzi ricevuti da Givaudan, ma furono, in particolare, le iniziative spontanee nate dalla popolazione che furono in grado di rinsaldare vincoli sociali e generare speranza per il futuro, il carburante più importante per una ripresa».
Ora di quell’esperienza rimane un bosco, e un grande pioppo nero entrato a far parte nel frattempo della lista degli alberi monumentali d’Italia.






