Pubblicato il 03/07/2026Tempo di lettura: 7 mins

Negli ultimi mesi, una tendenza che ha fatto discutere riguarda il “testosterone a portata di tutti gli uomini”. Il suo punto zero, poco sorprendentemente, è stato un panel di esperti della FDA (Food and Drug Administration) riunitosi lo scorso dicembre. Nell’aprile 2026, lo ha seguito una nota, a esplicitare l’intenzione dell’agenzia statunitense di incoraggiare le aziende farmaceutiche a valutare nuove indicazioni per la terapia sostitutiva con testosterone, nota come TRT. Sullo sfondo, l’ombra del presidente Usa e il suo modello maschile. 
Oggi questa terapia è indicata per trattare l’ipogonadismo, una condizione che determina una produzione ridotta di ormoni sessuali, vale a dire testosterone negli uomini ed estrogeni nelle donne, e solo quando tale condizione presenta cause e sintomi accertati. La FDA invita invece le aziende a presentare dati necessari a estendere il trattamento anche alla bassa libido di uomini con ipogonadismo idiopatico, cioè senza una causa nota. 
Facciamo le dovute premesse. Sul fronte dei benefici, la ricerca ha rilevato, negli uomini con ipogonadismo accertato, un aumento di attività e desiderio sessuale, un lieve miglioramento della funzione erettile, un incremento della densità ossea, oltre a un effetto positivo sull’anemia. Ad alte dosi, però, il testosterone può favorire  cardiomiopatia, causare infertilità e disfunzione erettile, e provocare effetti neuropsichiatrici come irritabilità e, in casi più severi, psicosi. 
Accanto ai dati scientifici, online corrono narrative semplicistiche che, prescindendo da fatti e raccomandazioni cliniche, spingono verso l’uso del testosterone per contrastare alcune condizioni associate a bassi livelli di questo ormone, come perdita muscolare, stanchezza, aumento di peso e disfunzioni sessuali. Condizioni che, soprattutto sui social media, sono associate a una mascolinità e a una virilità in difetto. Ecco che quindi, dai podcast agli influencer, la sponsorizzazione del testosterone come cura miracolosa per la salute maschile cresce su terreno fertile: la mascolinità si vende come un bene immateriale a forma di T e, stando ai resoconti individuali, le terapie a base di testosterone sembrano restituire vigore e energia a chi percepisce scarica la pila a forma di uomo “perfetto”. C’è un bel però: tra i benefici documentati, la ricerca non ha rilevato vantaggi significativi relativi a energia, umore e cognizione. 
L’immaginario sul testosterone, arricchitosi di aneddoti e interessi commerciali, corre più veloce della scienza e raggiunge con facilità uomini che sempre più spesso sentono di dover rispettare standard (poco realistici) dettati dalle narrative dominanti, politiche e sociali. Così, inizia una corsa verso obiettivi venduti come raggiungibili ma che, di fatto, tralasciando il gioco di parole, di obiettivo hanno poco o nulla. 

La corsa al corpo perfetto

Un aspetto psicologico che alimenta la corsa alla mascolinità è il disagio maschile legato all’immagine che si ha del proprio corpo, sia per una preoccupazione legata al peso, sia per un’insoddisfazione verso la propria muscolarità. Un disagio che spesso resta taciuto, insieme agli effetti psicologici che può portare con sé e vissuto in solitudine, per la riluttanza a esporsi o chiedere aiuto. «Il neoliberismo ci ha portato ad alimentare una competizione continua delle persone: tutti devono dimostrare di essere all’altezza. Di pari passo crescono le diseguaglianze. Più siamo diseguali, più siamo soli» spiega Chiara Volpato, psicologa sociale e professoressa ordinaria all’Università degli studi di Milano-Bicocca. Il corpo è da sempre il primo strumento di visibilità sociale. Nella corsa individualistica all’acquisizione di status agli occhi degli altri «indossare un certo tipo di mascolinità significa entrare in una gara che non finisce mai: non si è mai abbastanza maschi» continua Volpato. 
Le descrizioni più idealizzate del corpo che si rifanno all’arte classica, come quelle che Johann Joachim Winckelmann, storico dell’arte tedesco del Settecento, dedicò all’Apollo del Belvedere, hanno lasciato il posto, nei secoli successivi, a forme sempre più oggettivanti (e meno poetiche) dell’esteriorità. Volpato chiarisce: «Sono state studiate soprattutto per le donne, ma riguardano anche gli uomini. I corpi che vediamo oggi, tanto nei film quanto nelle pubblicità, sono diventati sempre più muscolosi dagli anni Cinquanta a oggi».
Dai corpi degli actions toys e dei protagonisti dei film d’azione, fino alle proporzioni dei supereroi, l’ideale corporeo continua ad aspirare a mete poco concrete, che mettono alla prova persino le fisicità di un bodybuilder. 
Qual è il costo umano di questa corsa verso l’irraggiungibile? «Tutti noi abbiamo energie cognitive limitate. Se vengono concentrate tutte sul fisico e su come si appare agli altri, ne restano poche per il resto» risponde Volpato. «In adolescenza è particolarmente grave, perché è il momento in cui quelle energie dovrebbero servire alla crescita della personalità, alla formazione, all’accrescimento della cultura generale». Per i più giovani, in più, sottrarsi alle mode può essere difficile quando queste sono condivise dai propri pari, e chi fa da bastian contrario può diventare un bersaglio da isolare. 
Avere un’immagine negativa del proprio corpo ha diverse conseguenze: possono subentrare disordini alimentari io disturbi come la dismorfia muscolare (o vigoressia), cioè una severa preoccupazione di non avere abbastanza muscoli. A questi possono accompagnarsi disturbi della salute mentale come ansia e depressione, l’ossessione per l’esercizio fisico e, in alcuni casi, l’abuso di sostanze. Un disagio sociale e culturale diventa così promotore di comportamenti a rischio, e può tradursi in condizioni che minano il benessere quotidiano. Eppure, le narrative costruite attorno al testosterone seguono la direzione opposta: questo ormone steroideo viene dipinto come un farmaco lifestyle, una risposta semplice ai sintomi che secondo il commissario FDA Marty Makary: «incidono significativamente sulla qualità della vita» degli uomini.  

Il mercato della mascolinità 

L’ecosistema mediale digitale intercetta un disagio reale, ma i contenuti spesso sfruttano le insicurezze degli uomini per alimentare l’uso di prodotti a base di testosterone. Ne deriva una medicalizzazione narrativa che lascia la persona davanti a una scelta: curare “responsabilmente” un deficit ormonale o, in alternativa, percepirsi come “meno” uomo. Su Instagram e Tiktok questo meccanismo di vendita fa leva su quattro temi principali, che alimentano diseguaglianze di genere e significati distorti di mascolinità: il testosterone basso come simbolo della crisi della mascolinità e della performance sessuale, spesso descritto come non adeguatamente diagnosticato dai professionisti sanitari; la sua ridefinizione da problema relativo all’età avanzata a una questione che riguarda anche i giovani e la loro forma fisica;     l’ottimizzazione personale; la costruzione di una netta opposizione tra l’essere un “vero uomo” e tutto ciò che viene associato alla femminilità.
La mascolinità si materializza, così, come una performance disponibile sul mercato, a portata di tutti: essere virili diventa un imperativo commerciale e morale, fondato su contenuti social privi di prove scientifiche. In questo sistema, le autorità mediche competenti perdono spazio a favore degli influencer più seguiti. 
Questo universo fatto di mascolinità distorta, di idee regressive e deterministiche sull’egemonia maschile ha un proprio nome: la manosphere
Narrazioni sempre più estreme, trainate da figure chiave, i cosiddetti manfluencers, danno vita a un’industria della seduzione che, dietro all’intento di fornire agli uomini uno scopo, più autostima e più controllo, nasconde interessi molto meno nobili, alimentando nel contempo discorsi antifemministi e misogini. 
Alcune conseguenze estreme si intravedono già: per migliorare il proprio valore sessuale c’è chi ricorre al bone smashing, la pratica di procurarsi micro-fratture alle ossa del viso per modellarlo, un atto estremo del fenomeno del looksmaxxing. Pur di raggiungere l’aspetto più “bello” in assoluto, i limiti si stanno assottigliando, scavalcando le soglie del grottesco. 

Oltre la promessa

Il discorso dovrebbe cambiare forma: a essere in crisi non è la mascolinità, ma la reale connessione tra gli uomini, sempre più isolati e condizionati a conformarsi, fino a perdere il legame con la propria interiorità e con i rapporti sociali. Colpisce poi che, mentre il testosterone segue la sua entusiastica storia promozionale, si perda di vista chi ne ha davvero bisogno per curarsi. Nel 2023, l’AME (Associazione medici endocrinologi), la SIAMS (Società italiana di andrologia e medicina della sessualità) e la SIE (Società italiana di endocrinologia) avevano lanciato un appello all’AIFA, la nostrana Agenzia del farmaco, per garantire un accesso più equo alle cure, così da trattare tempestivamente l’ipogonadismo ed evitare complicazioni. Un ormone non può colmare un vuoto identitario o regalare il corpo dei sogni: lasciamo che il testosterone curi ciò che può realmente curare. 
 

La ricerca come infrastruttura della sicurezza sanitaria

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