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Le emissioni di eserciti, operazioni militari e industria della difesa sono state a lungo solo parzialmente incluse negli inventari climatici nazionali. È questo il punto di partenza di tre articoli di approfondimento pubblicati ad agosto dal Bulletin of the Atomic Scientists (qui, qui e qui), firmati dalla politologa Neta C. Crawford e dal giornalista John Mecklin: ricostruire un’impronta climatica che rimane in larga parte fuori dai conteggi ufficiali.

Le stime delle emissioni del settore militare

La radice del problema risale anche alla storia della diplomazia climatica. Durante la negoziazione del Protocollo di Kyoto, nel 1997, il Pentagono fece pressione affinché le emissioni militari statunitensi fossero escluse dai conteggi nazionali. Un documento dell’epoca definiva le forze armate statunitensi il maggiore consumatore di combustibili fossili del governo federale e sosteneva che persino una riduzione del 10% dei consumi avrebbe potuto mettere a rischio la sicurezza nazionale. Con Kyoto, gran parte delle emissioni militari rimase così fuori dagli inventari; con l’Accordo di Parigi del 2015 la rendicontazione è diventata volontaria. Il risultato, secondo Crawford, è che quasi nessun paese riporta sistematicamente alle Nazioni Unite l’intera impronta climatica delle proprie attività militari.

Le stime disponibili mostrano comunque che l’ordine di grandezza non è trascurabile. Sulla base dei dati pubblici del Dipartimento della Difesa statunitense, il Pentagono potrebbe aver emesso quasi 4 miliardi di tonnellate di CO2 equivalente tra il 1975 e il 2024, con una media di circa 80 milioni di tonnellate l’anno. Ampliando lo sguardo all’industria della difesa per il resto del mondo, la stima che fa Crawford per il 2024 copre una forbice compresa tra 336 e 400 milioni di tonnellate di CO2 equivalente. È un valore paragonabile alle emissioni complessive di paesi come l’Italia o l’Australia. Una stima del 2022 di Stuart Parkinson e Linsey Cottrell (riportata dal Bulletin), più ampia e meno conservativa, colloca invece il settore militare globale, industria compresa, tra il 3,3% e il 7% delle emissioni mondiali.

Questi numeri vanno letti come stime, non come un bilancio definitivo. La guerra produce infatti emissioni attraverso canali differenti: il consumo diretto di carburante da parte di aerei, navi e veicoli vari; l’energia utilizzata nelle basi; la produzione di armamenti e infrastrutture; tutte le attività della filiera industriale; la distruzione di foreste e altri ecosistemi; gli incendi e le fuoriuscite di combustibili fossili da impianti energetici; infine, ahinoi, anche la ricostruzione dopo la guerra ha il suo impatto.

Un domino globale

Gli effetti climatici della guerra diventano particolarmente evidenti quando si osservano i singoli conflitti. Un esempio storico è la guerra del Vietnam. Gli Stati Uniti distrussero con prodotti chimici, bombardamenti e mezzi meccanici circa 417mila ettari di foreste tropicali e mangrovie nel Vietnam del Sud. Crawford stima che questa distruzione abbia prodotto tra 183 e 536 milioni di tonnellate di CO2 equivalente. Altri 5,6 milioni di ettari di foresta furono parzialmente distrutti. Se gli ecosistemi danneggiati non tornano a crescere, diminuisce o può scomparire fatalmente la loro capacità di assorbire carbonio.

Un altro caso è la Guerra del Golfo del 1991. L’incendio dei pozzi petroliferi del Kuwait appiccati dalle truppe irachene contribuì, secondo le stime riportate da Crawford, a circa l’1,5% delle emissioni globali di quell’anno. È un esempio di come le emissioni di una guerra non derivino soltanto dal funzionamento ordinario delle forze armate, ma tutte le tipologie di danno inferto su territori e infrastrutture locali.

Più recentemente, il sabotaggio dei gasdotti Nord Stream nel 2022 liberò in atmosfera una quantità di metano equivalente stimata pari a quasi 14 milioni di tonnellate di CO2,circa tre volte le emissioni annuali dell’Albania. Nel caso dell’Ucraina, inoltre, la ricostruzione è stimata in circa 741 milioni di tonnellate di CO2 nei dieci anni successivi. La dimensione climatica del conflitto, dunque, non coincide con il periodo dei combattimenti: può iniziare prima, intensificarsi durante le operazioni e proseguire a lungo nella ricostruzione.

Crawford propone per questo di considerare il cambiamento climatico come “moltiplicatore di minacce” e viceversa: guerre, riarmo e competizione strategica possono diventare “moltiplicatori del cambiamento climatico”. L’aumento della spesa militare può innescare una catena di reazioni tra potenze e alleati, con maggiori acquisti di armi, nuove infrastrutture e più attività operative. Il Bulletin cita, sulla base dei dati SIPRI, un aumento del 41% della spesa militare globale tra il 2016 e il 2025; nello stesso periodo la spesa militare tedesca è cresciuta del 118%, per dire. Nel 2025 la spesa militare globale è stata il 2,5% del PIL globale. E poi, la spesa militare cinese è aumentata del 62% tra il 2016 e il 2025, mentre quella di Taiwan è cresciuta del 59%. In questo conteso i programmi di modernizzazione statunitensi possono contribuire a spingere gli alleati a rafforzarsi e, a loro volta, alimentare le risposte degli avversari. Le decisioni strategiche di una potenza dominante, è la tesi di fondo, non possono che influenzare la dimensione complessiva del sistema militare globale.

Il caso degli Stati Uniti

Gli Stati Uniti rappresentano un caso centrale perché combinano una grande macchina militare, una vasta rete di basi al di fuori del loro territorio e un settore industriale della difesa molto sviluppato. Le emissioni complessive del Dipartimento della Difesa sono oggi inferiori a quelle della Guerra fredda, anche perché le basi statunitensi all’estero sono diminuite da circa 2000 a circa 700. Il Pentagono ha inoltre ridotto l’uso del carbone e, dagli anni Duemila, ha cercato maggiore efficienza nei consumi di carburante e un maggiore ricorso alle energie rinnovabili. Ma il Bulletin sottolinea che questi miglioramenti sono stati perseguiti soprattutto per ragioni operative: ridurre il carburante necessario significa ridurre anche la vulnerabilità di forze che devono trasportarlo in aree di guerra.

emissioni militari usa

Stima delle emissioni del Dipartimento della Difesa USA

Una parte dell’impronta statunitense proviene anche dalle strutture del Dipartimento per l’Energia, che svolge anche funzioni militari: tra il 2010 e il 2024 ha emesso in media 2,8 milioni di tonnellate di CO2 equivalente all’anno. Ma rimane difficile stabilire quanto delle emissioni dei vari impianti contribuisca effettivamente alla capacità militare, perché non è sempre chiaro se le emissioni generate in queste strutture siano comprese nei rapporti annuali pertinenti.

Anche gli impianti legati alle armi nucleari emettono gas serra. Il Sandia National Laboratory ha registrato più di 94mila tonnellate di CO2 equivalente nel 2024. La struttura Pantex, in Texas, che assembla e testa armi nucleari, ha riportato per l’anno fiscale 2024 quasi 76mila tonnellate di CO2 equivalente. Lo stabilimento Y-12, che ricondiziona e produce componenti per armi nucleari, ha emesso 42mila tonnellate di CO2 equivalente nel 2023.

Il trasporto aereo è uno dei nodi più importanti. Circa il 70% delle emissioni operative considerate dal Pentagono deriva dal consumo di carburante per aerei. La rilevanza dell’aviazione militare è resa evidente dal ritmo delle operazioni: nei primi 38 giorni dei combattimenti contro l’Iran nel 2026, gli Stati Uniti hanno effettuato più di 10.200 sortite, più di quelle condotte dagli Stati Uniti e dagli alleati in Afghanistan nell’intero 2021 (sic).

A tutte queste componenti si aggiunge l’industria militare in sé. Nel 2024, secondo SIPRI, sei delle prime dieci aziende mondiali di armamenti e 39 delle prime 100 erano statunitensi. Le imprese statunitensi rappresentavano inoltre il 42% del mercato globale delle esportazioni di armi nel 2025. A sostenere questo sistema ci sono anche quasi 25mila piccole imprese che avevano contratti con il Dipartimento della Difesa nel 2020, oltre a centinaia di altri produttori.

Per le prime 39 aziende statunitensi di armamenti, Crawford stima 6,6 milioni di tonnellate di CO2 equivalente di emissioni dallo scope 1 (cioè l’energia consumata in loco o direttamente dall’azienda) e dallo scope 2 (cioè l’energia acquistata da un altro fornitore) nel 2024, sulla base dei dati pubblicamente disponibili per circa tre quarti di queste imprese. Poiché molte aziende non rendicontano lo scope 3 (cioè le emissioni anche a monte e a valle), la stima della filiera complessiva è più difficile. Incorporando beni e servizi della catena di fornitura e ulteriore uso di energia, Crawford fa lievitare la stima per queste 39 principali società militari-industriali ad almeno 56,5 milioni di tonnellate di CO2 equivalente nel 2024.

Mancanza di trasparenza

La difficoltà principale non è soltanto tecnica. È anche istituzionale. Le regole internazionali hanno storicamente lasciato alle attività militari uno spazio di rendicontazione diverso da quello riservato a molti altri settori economici, come detto. Un secondo problema riguarda i “confini” del sistema da misurare. Che cosa significa, esattamente, “emissioni militari”? Solo il carburante bruciato durante un’operazione? Anche l’elettricità delle basi? Gli impianti che producono armi? Le imprese private che lavorano per il Pentagono? La produzione dei materiali e dei componenti? La logistica? Le emissioni dei fornitori? E quelle generate dalla distruzione degli ecosistemi o dalla ricostruzione? Le risposte cambiano il risultato finale in modo sostanziale.

Come abbiamo visto, seguire poi l’intera filiera di materie prime, beni e servizi richiede dati che spesso non sono pubblicati. Alcune grandi aziende della difesa citate dal Bulletin, tra cui SpaceX, Mitre Corporation, The Aerospace Corporation, General Atomics e Sierra Nevada Corporation, non sembrano pubblicare dati sulle proprie emissioni.

Esiste poi un cortocircuito strategico probabilmente inevitabile: la trasparenza può entrare in conflitto con la segretezza militare. Rendere pubblici consumi, rotte, attività e infrastrutture può offrire informazioni sensibili. Ma l’assenza di dati crea l’effetto opposto sul piano climatico: impedisce di capire quanto pesa davvero il settore e quali riduzioni sarebbero realisticamente possibili.

Il ruolo crescente dell’intelligenza artificiale aggiunge un ulteriore livello di complessità. Il Dipartimento della Difesa statunitense ha dichiarato di recente un aumento del 1,775% nell’uso di sistemi AI nell’ultimo anno e ha stretto accordi con grandi aziende tecnologiche per applicazioni militari. Ecco quindi che una parte della domanda energetica associata alla difesa può propagarsi nel settore civile attraverso data center, infrastrutture e fornitori, rendendo particolarmente arduo separare nettamente il “militare” dal “civile”.

Negli Stati Uniti, la crescita di spesa militare è stata probabilmente esacerbata anche a causa del fenomeno delle “porte girevoli”, per cui funzionari statali passano presso appaltatori privati e viceversa, in una spirale ad alto rischio corruttivo, come scrive Mecklin (nell’articolo c’è un bel grafico interattivo). Nell’ultimo decennio

ex funzionari del Congresso hanno attraversato questa porta [girevole], finendo a lavorare non solo per i maggiori appaltatori della difesa […], ma anche per una nuova categoria di aziende high-tech – spesso attive nel campo dell’intelligenza artificiale e con sede nella Silicon Valley – che ha ampliato in modo aggressivo le proprie attività di fornitura e appalto con il Pentagono. E, per essere chiari, la porta girevole funziona in entrambe le direzioni: a volte importanti esponenti del settore privato passano a ricoprire incarichi governativi di grande influenza, che possono avere un impatto sulle sorti delle loro stesse aziende.

Insomma, non è una bella idea farsi la guerra durante una crisi climatica pluridecennale, se non fosse ovvio già per conto proprio.

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