google-vuole-portare-i-data-center-nello-spazio

Pubblicato il 29/09/2026Tempo di lettura: 4 mins

Pochi argomenti suscitano la contrarietà di tutti i partiti politici come la costruzione di nuovi data center. Benché siano un’infrastruttura necessaria per lo sviluppo della’AI, che viene considerata strategica a tutti gli effetti, gli abitanti delle aree interessate non li vogliono nel modo più assoluto. Sono strutture che, per funzionare, necessitano di enormi quantità di energia elettrica accoppiata ad altrettanta acqua, utilizzata per raffreddare i circuiti. La costruzione di un data center, inoltre, non porta indotto: sono strutture che non hanno bisogno di molto personale ma prosciugano le riserve d’acqua e fanno salire il prezzo dell’energia elettrica. Pecche abbastanza gravi perché molti stati USA abbiano proibito la costruzione di nuovi dati center. Si capisce allora perché i giganti tecnologici americani abbiamo pensato di trasferire i data center nello spazio, dove l’energia potrebbe essere fornita dal Sole grazie a enormi pannelli solari, e il raffreddamento potrebbe sfruttare il gelo del cosmo. 

Il primo a entusiasmarsi all’idea è stato Elon Musk, che ha prontamente chiesto alla Federal Communication Commission l’autorizzazione a lanciare un milione di satelliti per il suo data center in orbita. Una proposta che ha sollevato critiche da tutti quelli che pensano che le orbite siano un bene comune dell’umanità e non dovrebbero essere occupate dall’uomo più ricco del pianeta che, con la costellazione Starlink, già possiede il 66% dei satelliti attivi.

Tuttavia, non sarà SpaceX a inaugurare l’era dei data center orbitali. Il primo ottobre è previsto il lancio di MVP, un prototipo del progetto Suncatcher di Google. Per abbreviare i tempi, Google ha utilizzato un satellite già “pronto” di Planet Labs  che verrà lanciato dalla Vandenberg Space Force Base, in California, con un Falcon 9 di SpaceX.
 
Google ci tiene a sottolineare che MTV non è assolutamente un data center ma una prova tecnologica per vedere come si comportano in orbita quattro chip specializzati, noti come “Tensor Processing Unit” (TPU), dotati di una potenza di calcolo pari a quella di un singolo server di un data center tradizionale. I pannelli solari del satellite, che ha le dimensioni di un frigorifero, forniranno ai chip circa un kilowatt di energia: una quantità paragonabile a quella necessaria per far funzionare un asciugacapelli.  Il satellite risponderà a semplici interrogazioni di Gemini, l’intelligenza artificiale di Google, e questo sarà sufficiente affinché Google possa testare il proprio hardware nelle condizioni estreme dello spazio.
 
MTV rimarrà operativo per un anno e, alla fine, si disintegrerà durante la discesa attraverso l’atmosfera.

Google spera di capire quanto resistenti siano i chip alla pioggia di raggi cosmici che investe tutti i satelliti. Se una particella di alta energia colpisce il circuito può causare i cosiddetti “bit flip”: errori che alterano le proprietà fisiche di un circuito, modificandone il codice binario (trasformando uno zero in un uno, o viceversa). Questi errori possono provocare gravi problemi, ma, secondo Google, nella maggior parte dei casi sarà possibile ripristinare i bit alterati semplicemente riavviando i chip. Almeno così dicono i test dei chip fatti a terra in un acceleratore.

La sfida maggiore è stata trovare un metodo per raffreddare i chip per l’intelligenza artificiale, che tendono a surriscaldarsi durante l’esecuzione di calcoli e l’elaborazione di informazioni. Dal momento che nello spazio le ventole non funzionano, il calore va dissipato per irraggiamento.  Occorrono interfacce termiche  per collegare i chip a strati di alluminio e rame, allontanando il calore dalla scheda madre per poi disperderlo per irraggiamento attraverso pannelli radianti. In ogni caso, il problema è ancora aperto, perché i chip possono funzionare nello spazio solo per circa 15 minuti prima di dover essere spenti per consentirne il raffreddamento.

Google guarda già al futuro: ha in programma il lancio di due satelliti per l’anno prossimo, sempre attraverso la collaborazione con Planet Labs, poi sta progettando flotte di oltre 80 satelliti capaci di volare in formazione ravvicinata e di comunicare tra loro durante l’elaborazione delle richieste per l’IA.

L’orbita ottimale per i data center è sicuramente quella eliosincrona, cioè quella che sorvola le regioni della terra sempre alla stessa ora. Le tipiche orbite eliosincrone sono quelle denominate mezzogiorno-mezzanotte e alba-tramonto. Ovviamente per poter fruire della costante illuminazione del Sole sui pannelli solari, in modo che possono sempre fornire energia ai server informatici, l’orbita sarà del tipo alba-tramonto. 

 Visione schematica dell’orbita eliosincrona alba-tramonto. Crediti: Pline/Wikimedia Commons. Licenza: CC BY-SA 3.0

L’azienda sta inoltre valutando la costruzione di un satellite su misura lungo quanto un campo da calcio.

Passare da un singolo satellite a una vasta rete, capace di operare come un gigantesco data center, richiederà anni di test e ingenti risorse economiche, e Google, così come tutti i giganti dell’AI sono già parecchio indebitati per i data center sulla terra. Andare nello spazio fornisce energia gratuita senza creare problemi con il vicinato, ma gli investimenti sono veramente astronomici, senza contare i problemi ambientali creati dai lanci e dai rientri di migliaia e migliaia di satelliti. In particolare, preoccupa l’inquinamento atmosferico conseguente alla vaporizzazione delle migliaia di tonnellate dei materiali dei quali sono fatti i satelliti. Si tratta infatti di metalli che nell’atmosfera non esistono e che non sono i benvenuti. Gli ossidi di alluminio, per esempio, reagiscono con l’ozono e lo dissociano. Meno ozono significa meno protezione dai raggi ultravioletti prodotti dal Sole, quindi più pericoli per la nostra salute.  
 

La scuola non si misura con le percentuali: servono insegnanti, strumenti e sostegno

Pubblicato il 28/09/2026

Il 24 settembre il governo Meloni ha approvato un decreto che fissa al 30 per cento il limite per alcune categorie di alunni con cittadinanza non italiana nelle classi prime, a partire dall’anno scolastico 2027/28. Evitare che le difficoltà linguistiche si concentrino tutte nella stessa aula è un obiettivo serio. Fare di una percentuale il centro della risposta all’integrazione, però, è una priorità sbagliata e una scelta politica comoda.

Related Post

Il CREA rischia una grave perdita di autorevolezza scientifica

Il CREA è il principale ente pubblico italiano di ricerca in agricoltura e scienze agroalimentari.…

Carcere: come la crisi climatica aggrava la pena delle persone detenute

Per vent’anni Michael Saavedra ha vissuto in isolamento, trasferito da un carcere all’altro. La sua…

LLM e ricerca scientifica: opportunità, rischi e controlli

Pubblicato il 01/07/2026Tempo di lettura: 7 minsNel discorso pubblico, intelligenza artificiale e Large Language Model…