«Chi mi vuole deve amare l’arte, la libertà e la mia personalità così com’è», pare abbia detto Maria Callas durante un’intervista. con Filippo Abbiati per il quotidiano Il giorno. Ma come possiamo definire una personalità e soprattutto come prende forma?

Un’équipe internazionale e multidisciplinare composta da genetisti, epidemiologi, psichiatri e psicologi ha recentemente pubblicato sulla rivista scientifica Nature uno dei più ambiziosi tentativi di dare una risposta a questi quesiti e le sorprese sono state decisamente numerose.
Il primo elemento che gli autori hanno dovuto affrontare è legato a come definire la personalità e, per fare questo, la scelta è ricaduta sul ricorso a una teoria molto accreditata in psicologia che viene in gergo chiamata Big Five

Secondo questo modello, la personalità di tutti noi ha almeno cinque componenti distinte in estroversione (che comprende, per esempio, la socievolezza e l’entusiasmo), amicalità (che riguarda aspetti come la fiducia e il rispetto degli altri), coscienziosità (legata alla responsabilità e al rispetto delle regole), nevroticismo (inteso come tendenza a sperimentare più facilmente emozioni negative) e apertura all’esperienza (intesa come curiosità, creatività e interesse per idee nuove).

Questi cinque tratti hanno il vantaggio di essere non solo ben descritti e caratterizzati, ma anche definibili in modo quantitativo ricorrendo a questionari psicometrici standardizzati. I Big Five non sono ovviamente le uniche proprietà della nostra personalità, ma rappresentano, in un certo senso, tratti che tutti abbiamo in modo più o meno sviluppato e che, considerati insieme, contribuiscono a definire la nostra personalità. Rispondendo a questi questionari possiamo quindi sapere se siamo molto o poco coscienziosi oppure quanto siamo nevrotici o estroversi.

Dalla psicologia alla genetica…

Per chi si occupa di genetica, il fatto che questi cinque tratti siano categorie standard e misurabili è interessante perché permette di associarli ad altri dati, ed è qui che entra in gioco il lavoro pubblicato su Nature. Partendo dal fatto che per ciascun partecipante erano disponibili i punteggi relativi ai cinque tratti e i dati sulle varianti del DNA presenti nel loro patrimonio genetico, i ricercatori hanno iniziato a verificare se ciascuna variante identificata nel DNA potesse essere associata a uno specifico punteggio ottenuto nei questionari per ciascuno dei cinque Big Five.

Il risultato è stato molto interessante perché, secondo quanto descritto dagli autori, alcune varianti genetiche sono effettivamente associate a specifici tratti della personalità. Per esempio, chi aveva ottenuto un punteggio elevato per il nevroticismo condivideva alcuni tratti del DNA con altre persone con un punteggio simile in quel tratto più di quanto accadesse con persone della popolazione generale. La conclusione a cui gli autori sono giunti, dopo aver considerato oltre un milione di partecipanti, è che la personalità è influenzata anche dai geni e ha un’origine poligenica, cioè deriva dall’azione simultanea di tanti geni.

«Sai che scoperta», hanno celermente commentato alcuni lettori, suggerendo che il dato fosse già noto, ma in realtà ci sono vari aspetti sorprendenti. Il primo è che gli autori hanno identificato oltre 800 geni che contribuiscono a determinare la nostra personalità, mentre sino a oggi ne erano noti poco più di 200. Inoltre, si è visto che ciascuno di questi geni non definisce da solo l’amicalità o l’estroversione, ma questi tratti della nostra personalità emergono dall’azione coordinata di tante varianti, ciascuna con un piccolo effetto. Questo significa che possedere una certa versione di una variante può essere associato, in media, a uno spostamento ridotto del punteggio, per esempio dell’estroversione. Mettendo insieme, però, i tanti geni coinvolti in ciascun tratto, gli effetti diventano osservabili e misurabili. La personalità non è quindi il prodotto di pochi interruttori genetici, ma emerge dall’azione di tanti geni.

Come hanno però sottolineato i ricercatori, la personalità non è determinata solo dai geni (che anzi forse svolgono un ruolo quantitativamente minore rispetto ad altri fattori), perché la componente genetica fornisce un contributo di tipo probabilistico, nel senso che ciascuna variante aumenta o diminuisce la probabilità che abbiamo di collocarci su valori alti o bassi per ciascuno dei Big Five. 

La genetica, è bene ribadirlo, non determina quindi da sola la nostra personalità, ma i tratti della nostra personalità non sono neppure completamente indipendenti dalle varianti che possediamo nel nostro genoma. Una conseguenza pratica di questa considerazione è che la genetica non ha neppure una valenza di tipo predittivo, nel senso che non possiamo guardare il DNA di una persona e prevedere se sarà molto o poco estroversa. Possiamo però dire che ciascuno di noi nasce con specifiche tendenze, ma quanto poi ogni persona reale che incontriamo sarà amicale o estroversa dipenderà dall’integrazione della propria predisposizione genetica con la sua storia individuale, le relazioni, le occasioni e le scelte fatte. In un certo senso, ciascuno di noi è geneticamente portato a essere più o meno nevrotico, ma quanto lo saremo realmente dipenderà dalle esperienze che vivremo.

Tanti geni, ma non solo!

Lo studio pubblicato su Nature è una vera miniera di sorprese anche per i geni che sono risultati coinvolti, nel senso che, secondo varie ipotesi precedenti, un ruolo di particolare rilievo nel definire vari tratti della personalità era svolto dalla dopamina e dalla serotonina. Gli autori non hanno trovato, in realtà, indicazioni di un ruolo privilegiato dei neuroni dopaminergici o serotoninergici rispetto agli altri tipi cellulari esaminati. Questo non vuol dire che dopamina e serotonina siano irrilevanti, ma suggerisce che attribuire loro il ruolo di protagoniste esclusive raccontasse una storia troppo semplice. I geni oggi identificati come associati ai Big Five sono numerosi e svolgono funzioni molto differenti, oltre a essere attivi in varie regioni del nostro cervello e non solo nella corteccia prefrontale, come molti avevano precedentemente ipotizzato.

Un ulteriore aspetto interessante riguarda alcuni dei geni identificati. Per esempio, alcune varianti associate a una maggiore amicalità e coscienziosità riguardano FOXP2, gene molto noto in quanto codifica per un fattore di trascrizione importante nello sviluppo delle reti nervose coinvolte nel linguaggio. Molti dati erano già disponibili anche per il gene CRHR1, che codifica per un recettore coinvolto nello stress, di cui sono state trovate varianti associate al nevroticismo.

Parlando di geni, può però essere interessante fare un’ulteriore distinzione, quella tra ereditabilità e manifestazione dei tratti. L’ereditabilità dei tratti della nostra personalità stimata dagli autori varia, in sostanza, tra il 5 e il 10 per cento. In genetica, per ereditabilità si intende quanta parte delle differenze osservate tra le persone per un certo tratto è associata a differenze genetiche nella popolazione studiata. La manifestazione dello specifico tratto (ovvero quanto una persona è estroversa, coscienziosa o aperta all’esperienza) riguarda invece la singola persona. 

È bene quindi ricordare che dire che l’ereditabilità dell’estroversione è del 10 per cento non significa che questo tratto sia determinato dalla genetica al 10 per cento e dall’ambiente per il restante 90 per cento. Significa che, nel campione studiato, circa il 10 per cento delle differenze tra persone nei punteggi per l’estroversione è statisticamente riconducibile alle varianti considerate dall’analisi.

Dalle varianti alleliche alla vita quotidiana

Perché impegnarsi a misurare questi tratti e a capirne l’origine? Perché le differenze nel modo in cui affrontiamo le situazioni hanno conseguenze che vanno oltre la semplice descrizione della nostra personalità. Una persona può preferire la novità alla routine, cercare più facilmente la compagnia degli altri o trovare più difficile mantenere a lungo un programma. 

Capire queste differenze interessa la psicologia, ma anche chi studia salute, lavoro e comportamenti sociali. Per esempio, sapere che il paziente a cui si sta prescrivendo una terapia medica lunga e articolata ha un elevato grado di coscienziosità potrebbe rendere più probabile che i medicinali vengano assunti nei tempi e nei modi corretti, mentre forse un paziente con elevato nevroticismo potrebbe richiedere un’assistenza più ricorrente. Potrà sembrare assurdo, ma anche la semplice raccolta di dati medici potrebbe vedere un diverso interesse a partecipare in modo adeguato in base alla personalità.

Serve infine ricordare che c’è un ampio interesse pratico per i Big Five da parte di società impegnate nella selezione del personale perché, laddove è richiesto un lavoro di squadra, potrebbe essere più utile avere persone amichevoli o almeno sapere chi potrebbe essere meno estroverso per capire come coinvolgerlo e farlo sentire parte del gruppo. 

Per fortuna, la nostra personalità non è determinata dai soli geni e questo non solo ci permette di provare a correggere i tratti che meno ci piacciono, ma rende anche non applicabili eventuali test genetici sulla personalità. «Ma guarda che ci sono già in commercio vari DNA personality test», diranno alcuni di voi. È verissimo, però, grazie ai dati di cui ora disponiamo, possiamo già sapere che fare quei test non è utile perché, anche facendo ricorso a enormi quantità di dati, la nostra personalità resta più complessa e sfaccettata di quanto punteggi nei questionari e sequenze di DNA possano raccontare.
 

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