Tutta un’altra storia di Fabrizio Allione e Riccardo Milanesi (Codice edizioni, 2026, 320 pagine, 20€) è innanzitutto un libro di filosofia, che mi ha lasciato più inquieto di prima. Non so quale fosse l’intenzione degli autori, ma è piuttosto ovvio che uno degli scopi fosse porre le domande, senza necessariamente rispondere o tranquillizzare. Sottotitolo: Scrivere e raccontare nell’era dell’intelligenza artificiale.

Non sarà questa una recensione di quelle che citano continuamente i trafiletti del libro e scrivono “come dicono gli autori”, ma piuttosto un flusso di coscienza mio personale (scusate, non scrivo mai articoli in prima persona) generato dalla lettura del libro. È un po’ come se il libro fosse il prompt e io l’AI.

copertina libro sull'AI Tutta un'altra storia

Innanzitutto, serve precisare che le riflessioni fatte da Allione e Milanesi non riguardano gli utilissimi impieghi dell’intelligenza artificiale per generare codici, ristrutturare siti, tradurre, riassumere, contare, organizzare tabelle e fogli di calcolo, fare ricerche veloci di fonti, sbobinare interviste, compilare noiosissimi form e via dicendo. Questa è l’AI che vogliono tutti, almeno spero: è quella che espleta le burocrazie alleggerendo non di poco attività noiose di vario tipo. È l’analogo del “chiudere le miniere”, se c’è una nuova tecnologia che ci fa soffrire di meno tanto vale adottarla – rimandiamo a un’altra puntata il tema del ricollocamento di chi perde il lavoro a causa della “chiusura delle miniere” e di altre antonomasie.

Dicevamo, il tema del libro non riguarda questo. Anzi, ora che l’AI può farmi da passacarte, sarebbe infatti l’inferenza, posso finalmente dedicarmi per davvero e appieno alla mia attività creativa, per la quale ho studiato. Posso scrivere articoli, libri, fare podcast, scrivere musica, che bello. Peccato che l’AI possa fare anche questo. Ecco qual è il filo conduttore del libro: che ne sarà della nostra creatività se l’AI non solo risolve le scartoffie, ma genera tranquillamente contenuti creativi prima inesistenti?

Da qui urge quindi parlare di: autorialità, plagio, etica della professione, gusto, interesse personale, soddisfazione individuale, qualità. Come minimo.

Io oggi, da giornalista, posso dare in pasto a Claude una serie di fonti e fargli scrivere un articolo. Dice, non l’hai scritto tu, non sei l’autore. Però, va detto che fino all’altro ieri chiunque volesse copiare e riorganizzare testi di altri avrebbe potuto tranquillamente farlo, prendendo comodamente da quello che c’è già in rete. In barba a qualsiasi norma deontologica ed etica professionale (e se ne vedono molto palesi di questi casi in giro, social compresi, ma non stiamo a fare nomi). E in generale il plagio è sempre esistito, anche quando Verga vinse la causa contro Mascagni per avergli copiato la sua Cavalleria Rusticana.

Il punto sta nel fatto che inevitabilmente la professione giornalistica si evolve e deve modificarsi con l’avvento dell’AI generativa.

In ogni caso, l’AI ha bisogno del mio comando iniziale, delle fonti che gli dico io, di organizzarle come dico io. E poi, devo comunque controllare che quello che scrive sia giusto: spunta spesso qualche allucinazione per cui si inventa dei dati che non stanno scritti da nessuna parte. E poi, lo stile. Io voglio che lo stile sia il mio, non quello di Claude o ChatGPT. Quindi c’è da risistemare tutta una serie di frasi, punteggiature, paragrafi nel mio stile e praticamente il tempo risparmiato alla fine non è poi così tanto.

Ma di chi è l’articolo scritto con un forte aiuto dell’AI? È mio, su questo non ho dubbi. D’altra parte, fino a ieri, i miei coautori sarebbero dovuti essere Google, Deepl e una valanga di altri siti. E poi, perché vergognarsi di farsi riassumere un report dell’IPCC che non legge nessuno con le sue tremila pagine? Me lo aveva detto anche una delle autrici (no, non vi dico chi): non li legge nessuno i rapporti IPCC da capo a fondo. E ci mancherebbe. Quello che importa è che in quei testi c’è condensata la migliore scienza del cambiamento climatico esistente al mondo, chi vuole si legge i capitoli che crede più interessanti. Peraltro, i politici non leggono nemmeno le cinque paginette del Summary for Policymakers. Quindi non mi sento neanche in colpa, devo dire.

Per quanto riguarda l’etica della professione, tuttavia, il discorso è che io voglio essere l’autore di me stesso, e quindi ho interesse che il mio prodotto sia bello, leggibile e originale. Parentesi: è il motivo per cui serve anche un po’ di buon gusto quando si editano i testi di ChatGPT, perché i maledettissimi trattini lunghi (lunghissimi) bisogna eliminarli (sono loro “—”) così come va eliminato dagli URL questo “?utm_source=chatgpt.com”. E varie altre “firme” tipiche (per ora) dell’intelligenza artificiale. Sempre che non vogliate essere scoperti, certo, altrimenti possiamo anche considerarle delle operazioni di trasparenza: «Ho usato ChatGPT, embè?».

Ricordo che alla prima lezione sull’intelligenza artificiale al Master in comunicazione della Scienza della Bicocca feci questa domanda al docente. Se dovessi dare in pasto a un’AI tutta la letteratura musicale dall’inizio dei tempi a, che ne so, Mozart, e dovessi chiedergli di continuare a scrivere la musica che è venuta dopo senza conoscerla, cosa mi risponde? Mi butta fuori Beethoven, Schuman, Verdi e Berlioz? Non credo che la risposta mi soddisfacesse. Oggi l’AI generativa è in grado di scrivere musica “nello stile di”. E la cosa non mi spaventa molto, dal momento che si impara già in Conservatorio a imitare gli stili degli autori. Lo spavento è più il saper creare eventualmente qualcosa di originale, un Beethoven che viene partorito basandosi però solo sulla musica fino a Haydn. Lo saprebbe fare l’AI? Questo mi inquieta. In ogni caso, prima di porsi tale quesito, Allione e Milanesi dicono che il problema sta innanzitutto nel definire cosa si intende con creatività. Da sempre autori e autrici di qualsiasi cosa si sono basati su quello che veniva prima di loro ed è inevitabile che sia così; la costruzione della conoscenza non può che essere socratica. Cioè, tutto non può che svilupparsi su concetti precedenti già noti e compresi.

Il senso del produrre nuovi contenuti, quindi, torna a essere quello della soddisfazione personale di dare voce a un determinato bisogno espressivo. Certo, se fossi un compositore squattrinato e l’unico modo per mantenermi fosse scrivere musica orripilante per la pubblicità, allora sì che la faccio scrivere all’AI. D’altra parte, anche Galileo scriveva gli oroscopi per avere più entrate economiche. E il discorso vale anche per il giornalismo, dove la metà dei giornalisti con posizione previdenziale attiva sono lavoratori autonomi, il 70% dei quali guadagna meno di 25mila euro all’anno (qui e qui) – vedi anche il dibattito sull’equo compenso di questi giorni). Beh, stanti queste situazioni, chi me lo fa fare: faccio fare tutto a Claude e tanti saluti!

Il problema, come scrivono gli autori (ecco, alla fine l’ho detto), è che tutto questo strabordare di prodotti AI, libri fatti con l’AI, quasi per niente editati, pubblicati da Amazon (c’è chi scrive ormai fino a 300 libri l’anno senza molti sforzi), stanno saturando il mercato di schifezze, visto che, inevitabilmente, lavorando in questa maniera, la qualità tende ad abbassarsi. Diciamo che l’AI usata in questo barbaro modo sta svolgendo la stessa funzione di impoverimento culturale che ha svolto per anni Il Grande Fratello. Inquinare l’offerta culturale. (Ma poi, chi se li legge 300 libri? I lettori e le lettrici quelli sono).

In ogni caso, il rapporto coi lettori muta inevitabilmente. Se sono un amante di J. K. Rowling (al di là delle note controversie) e mi voglio leggere e rileggere gli Harry Potter, lo faccio sapendo che ogni singola parola è uscita dal suo cervello. Non me ne importa niente di un sequel scritto con l’AI, se non ho la garanzia assoluta che sia suo di lei. Anzi, dirò di più: preferirei un sequel scritto male del mio autore preferito che un capolavoro scritto con l’AI. Ma come fanno invece autrici e autori nuovi? Come si costruiscono il loro futuro rapporto di fiducia col pubblico lettore, oggi che non esiste più la certezza che anche il migliore romanzo possa avere paragrafi scritti con l’AI? Eppure, scrivono gli autori – e due –, la tecnologia e il mezzo di espressione hanno da sempre influenzato il contenuto veicolato. A partire dai messaggi via telegrafo. Fino a Word che ci suggerisce le modifiche da fare (era Camilleri, mi pare, che aveva le parole tutte sottolineate di rosso perché le scriveva in siciliano inventato?).

Forse resta davvero solo un problema di etica professionale?

Ho come l’impressione però che tutto il libro sia una grande giustificazione per dire: c’è sempre stata della tecnologia che ha sparigliato le carte in tavola, basta adattarsi. Così come il cellulare in classe, oggi toglierlo elimina la possibilità di usare l’AI per fare temi in classe e compiti di matematica. Ma a casa ritorna (e torna lo scroll infinito che forse ci sta rimbambendo sempre di più). Come si fa allora a essere sicuri che l’apprendimento funzioni per davvero? Va be’, si è sempre copiato – potrebbe essere la risposta – a casa e a scuola, anche prima dell’avvento del PC. Basta adattarsi, e usare l’AI insieme a scuola per capire limiti e potenzialità dello strumento (come il chatbot che fa finta di essere Saffo che ci risponde dall’isola di Lesbo).

«Una rivoluzione che non sarà né indolore né immediata» è tra le ultime frasi del libro. Va be’, alla fine ho citato anche il trafiletto.

Non saprei bene come chiudere questa recensione in stile stream of consciousness. Io speravo di trovare delle risposte tranquillizzanti leggendo Tutta un’altra storia, ma ho trovato ancora più interrogativi e turbamenti. E forse è giusto così, visto che ancora non sappiamo niente sull’AI, non abbiamo una sua epidemiologia epistemica. Non sappiamo se ci renderà ancora più stupidi degli scroll sui social, se castrerà completamente la nostra creatività o se, come si sta discutendo, farà annichilire l’umanità intera. L’unica magra consolazione è che si può sempre spegnere tutto. E se l’AI dovesse impedircelo, taglieremo i cavi con le forbici.

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