Forse il Parlamento si è deciso a risolvere il problema delle medicine alternative. E ha scelto la via del compromesso storico tra cinque disegni di legge su omeopatia, medicina tradizionale cinese, agopuntura, tradizionale e secondo la metodica ryodoraku e secondo la medicina olistica. 
Con la norma attuale servono anni per riconoscere la validità di una terapia, perché occorrono prima trial e discussioni in ambito scientifico, poi dibattiti in ambito istituzionale. Ora si vorrebbe che le cose fossero completamente diverse. Attualmente in Italia è l’Agenzia del farmaco a gestire farmaci e omeopatia, grazie a persone che dovrebbero decidere il tutto con scienza e sapienza, ma ora di queste procedure non si parla più. 

Il disegno di legge parla, invece, di una Commissione permanente per le terapie complementari e integrative da istituire presso il Ministero della Salute con l’onere, tra l’altro, di divulgazione di queste pratiche, promozione della ricerca anche allo scopo di nuove discipline. Con una legge dove la prima norma dice: «Viene disciplinato l’esercizio della medicina omeopatica […] nell’ottica del riconoscimento del pluralismo nella scienza e della ricerca scientifica». Speriamo soltanto che il Parlamento sappia mostrare più giudizio di quello avuto con la faccenda del calciatore Pirlo e la sua agenzia di scommesse. Per ora, comunque, seguiamo il senso delle cose e della storia. I problemi non si chiamano solo Italia e omeopatia.

Deriva alternativa

«Un tempo gli ottimisti credevano che l’alfabetizzazione universale fosse inevitabile. Ora sembra che l’era della lettura possa essere una breve anomalia nella storia dell’umanità»: così scrive Rose Horowitch sulla rivista americana The Atlantic a luglio 2026, nell’articolo La fine della lettura è qui. Anche per l’assistenza sanitaria si profila un futuro non troppo rassicurante, almeno stando a quanto propone l’Organizzazione mondiale della sanità (OMS) con le sue ultime iniziative. Andiamo con ordine.

Nel 2017 l’OMS ha iniziato a sostenere il settore della medicina integrativa, introducendo i concetti di medicina tradizionale, complementare e integrativa, racchiusi nella sigla CIM. Tre approcci già diffusi, di cui l’OMS propone ora una sintesi unica. La bozza di strategia del 2025, in fase di elaborazione, propone una visione integrata dei tre approcci, con l’obiettivo di rispondere alle aspettative di salute delle persone. Non senza qualche problema.

La spinta fuorviante dell’OMS verso la medicina complementare e alternativa: così si intitola un editoriale del British Medical Journal (BMJ), dedicato alla parziale conversione dell’Organizzazione verso le medicine alternative. «Nel maggio 2026», sostengono i cinque autori, «le economie dei BRICS, tra cui India e Cina, si sono impegnate a intensificare la collaborazione per integrare la medicina tradizionale nell’assistenza sanitaria». Al summit ha partecipato anche il ministero indiano dell’Ayush, che riunisce le tradizioni ayurvediche, yoga e naturopatia comprese, oltre a Unani, Siddha e omeopatia.

Il 14 maggio 2025 si è svolta, per la ventottesima volta, l’Assemblea mondiale della sanità, l’organo decisionale dell’OMS in cui siedono le delegazioni degli stati membri. In quella sede è stata discussa la Bozza della strategia globale per la medicina tradizionale 2025-2034, i cui contenuti sono confluiti, nel 2026, nel Rapporto annuale 2025 del Centro globale di medicina tradizionale dell’OMS. «La medicina tradizionale è utilizzata da miliardi di persone in tutto il mondo ed è riconosciuta come una componente essenziale di sistemi sanitari resilienti, incentrati sulla persona e sostenibili», si legge nella presentazione del Centro. Le alternative sembrerebbero anticipare il futuro perché, prosegue il documento, «ciò è particolarmente vero nel contesto dell’assistenza sanitaria primaria, delle malattie non trasmissibili, dell’invecchiamento della popolazione e della salute planetaria».

Un anno di iniziative

Tra maggio 2025 e maggio 2026 si è susseguita una fitta serie di eventi: prima l’incontro Innovazione nella medicina tradizionale per un impatto positivo sulla salute, poi, a giugno, L’armonizzazione globale degli standard della fitoterapia e, sempre a giugno, nel parco del Palazzo delle Nazioni Unite, la dodicesima Giornata internazionale dello yoga. In quell’occasione è intervenuto sui social media anche il direttore generale dell’OMS, Tedros Ghebreyesus. Dopo aver ricordato l’ovvietà che le persone vivono più a lungo, scrive: «Il nostro obiettivo non è solo vivere più anni, ma vivere meglio», e aggiunge: «Lo yoga contribuisce a questo obiettivo attraverso movimenti dolci, respirazione e consapevolezza», una conclusione che non tutti condividono, non tanto nel merito quanto nello spirito.

Il caso del Maharashtra

Viene in mente un articolo del BMJ del 2025 su una vicenda che ha coinvolto le associazioni mediche del Maharashtra, uno stato indiano: un’ordinanza locale avrebbe permesso agli omeopati di praticare la medicina allopatica, compresa la prescrizione di farmaci, una volta completato un corso di certificazione in farmacologia moderna. «L’ordinanza crea un pericoloso precedente», ha dichiarato al BMJ Santosh Kadam, presidente dell’Associazione medica indiana del Maharashtra. Dopo un corso di un anno, con lezioni due giorni a settimana, questi «quasi medici» otterrebbero lo stesso trattamento dei laureati in medicina, pur senza la stessa preparazione. «Questo è inaccettabile», ripete Kadam, secondo cui consentire loro di prescrivere farmaci «creerà una schiera di medici impreparati»: il programma di studi sull’omeopatia, conclude, «è completamente diverso: è pseudoscienza».

Standard di prova inferiori

Gli autori dell’editoriale del BMJ sono cinque: un canadese, un cinese, due indiani e un olandese. Vista la provenienza, ci si potrebbe aspettare un testo più indulgente verso l’Oriente che verso l’Occidente. Non è così. Il testo è una sequenza fitta di rilievi critici, tutti di stampo scientifico. Le prove dovrebbero precedere l’integrazione, ma non è così: «La strategia consente anche agli Stati membri di finanziare e integrare le medicine complementari e alternative (CAM) prima che siano disponibili dati standard sull’efficacia e sulla sicurezza pubblica», una scelta che il BMJ definisce indifendibile sul piano etico e metodologico.

Un sondaggio dell’OMS ha rilevato che il 95% degli Stati indica proprio la mancanza di dati come l’ostacolo principale all’integrazione delle CAM, anche se a mancare, prima di tutto, sono le prove a sostegno delle CAM stesse. «Dopo millenni di utilizzo della medicina tradizionale cinese», si legge nell’editoriale, «permangono importanti lacune nelle prove di efficacia e sicurezza, e i pazienti sperimentano effetti imprevedibili».

Con la diffusione delle CAM cresce anche la cosiddetta infodemia: l’eccesso di informazioni, spesso inattendibili, che si trasforma in disinformazione sanitaria e apre la strada alla vendita speculativa di interventi non comprovati. La stessa OMS raccomanda di utilizzare «X, Facebook, YouTube e Instagram», ritenuti «fondamentali per la diffusione rapida e capillare delle informazioni». Ma tra gli effetti negativi della disinformazione sui social media, l’Organizzazione include anche «un aumento dell’erronea interpretazione delle conoscenze scientifiche, la polarizzazione delle opinioni, l’escalation della paura e del panico o la riduzione dell’accesso all’assistenza sanitaria».

Danno al paziente

I cinque autori sono Cyriac Abby Philips, gastroenterologo di Kerala, in India, Timothy Caulfield, giurista dell’Università di Alberta, in Canada, Catherine de Jong, anestesista di Amsterdam, nei Paesi Bassi, Xingshun Qi, gastroenterologo di Shenyang, in Cina, e Dileep Chethipadath Narayan, rappresentante dei pazienti di Kerala, in India. Nell’editoriale descrivono danni che, a loro dire, sono tutt’altro che marginali.

Negli Stati Uniti, i rimedi erboristici sono ormai tra le cause più comuni di insufficienza epatica, e procurano più trapianti di fegato o decessi rispetto ai farmaci da prescrizione. Tra il 2004 e il 2013, i danni al fegato legati ai preparati a base di erbe sono saliti dal 7 al 20%, un dato che aiuta a spiegare perché le richieste di trapianto legate all’assunzione di integratori a base di erbe siano aumentate di otto volte tra il 1995 e il 2020. In India, oltre un terzo dei 386 prodotti tradizionali testati conteneva sostanze botaniche tossiche, e il 28% risultavano adulterati. Anche la promozione di terapie complementari e alternative non validate per Covid-19 hanno causato danni al fegato. In Cina, infine, le medicine tradizionali sono responsabili di oltre il 20% dei danni epatici indotti da farmaci.

Così conclude l’editoriale

Gli autori non usano mezzi termini. Le pratiche CAM forse possono migliorare l’esperienza vissuta dal paziente, ma questo non ne migliora l’efficacia reale. «Lo studio clinico randomizzato controllato non è oppressione coloniale. Distingue gli interventi efficaci da quelli inefficaci. L’artemisinina, utilizzata tradizionalmente, è diventata il trattamento standard per la malaria grazie alla valutazione scientifica, non per deferenza alla tradizione», scrivono. Un altro punto critico: la proposta dell’OMS non distinguerebbe abbastanza tra la medicina tradizionale intesa come fonte di ipotesi per la ricerca scientifica e le CAM come pratica clinica da integrare. Per queste ultime, sostengono gli autori, si dovrebbe comunque prevedere «l’efficacia e la farmacovigilanza, inclusa la segnalazione degli eventi avversi».

In conclusione, osserva l’editoriale, «a livello globale le medicine complementari e alternative rappresentano l’opzione sanitaria predominante per miliardi di persone indigene, rurali e svantaggiate, il che probabilmente riflette un accesso limitato a cure basate sull’evidenza, più che una scelta informata». «La risposta etica non è l’approvazione acritica delle CAM», aggiungono gli autori, ma serve piuttosto dare spazio soltanto agli interventi che hanno superato le prove standard della scienza: «i pazienti di tutto il mondo non meritano di meno». Torna così alla mente la frase iniziale di questo articolo: un vero e proprio inno alla medicina scientifica, ma anche un monito contro la deriva di cui si sarebbe parlato poco dopo.

Quante anime ha l’OMS?

Qualcosa di simile, in fondo, lo aveva già detto la stessa OMS. Il 6 aprile 2026, alla vigilia dell’anniversario della propria fondazione, avvenuta il 7 aprile 1948, l’Organizzazione ha celebrato la Giornata mondiale della salute 2026, dedicata al tema Insieme per la salute. Sosteniamo la scienza. «La salute umana si è profondamente trasformata nel corso dell’ultimo secolo, in gran parte grazie al progresso scientifico e alla collaborazione internazionale», si legge nel comunicato.

A sostegno di questa tesi, l’OMS cita numeri, fatti concreti: dal 2000 la mortalità tra i bambini sotto i cinque anni è scesa di oltre il 40%, e altrettanto è avvenuto per la mortalità materna globale. Malattie un tempo letali, come ipertensione, cancro e infezione da HIV (il virus dell’immunodeficienza umana), sono diventate condizioni gestibili, allungando e migliorando la vita delle persone in tutto il mondo. «La scienza è uno degli strumenti più potenti a disposizione dell’umanità per proteggere e migliorare la salute», ha affermato Tedros Adhanom Ghebreyesus, direttore generale dell’OMS. «Oggi, in media, le persone in ogni Paese vivono più a lungo e in salute rispetto ai loro antenati, grazie al potere della scienza. Vaccini, penicillina, teoria dei germi, risonanza magnetica e mappatura del genoma umano sono solo alcuni dei risultati scientifici che hanno salvato vite umane e trasformato la salute di miliardi di persone».

Colpisce, però, il contrasto tra questa retorica e le aperture verso le medicine alternative descritte nei paragrafi precedenti. Negli ultimi cinquant’anni, ricorda ancora l’OMS, gli sforzi globali di immunizzazione hanno salvato oltre 154 milioni di bambini dalle malattie infettive, e i vaccini hanno ridotto la mortalità infantile del 40%. «I risultati nel campo della salute globale dimostrano che quando i Paesi si uniscono a sostegno della scienza, non solo rispondono alle crisi in modo più efficace, ma costruiscono anche sistemi sanitari più solidi ed equi per il futuro». Sorge spontanea una domanda: i movimenti a favore delle medicine alternative sono davvero così disinteressati come vorrebbero apparire? Il BMJ suggerisce di no. «In molti luoghi, tra cui alcuni Paesi africani, Cina, India e Birmania», scrivono i cinque autori, «l’accettazione di alcuni interventi CAM è dovuta più a calcoli politici, nazionalismo o movimenti decoloniali che a prove scientifiche». E ancora: «la strategia dell’OMS è stata plasmata dalle filosofie non scientifiche della medicina antroposofica di Rudolf Steiner, ed è stata finanziata da India e Cina, con interessi economici e politici nella promozione delle CAM». Aria tutt’altro che disinteressata, verrebbe da dire.

Fra gli imputati, come si è visto, c’è soprattutto l’omeopatia. Me ne sono occupato anche in un mio articolo, La fine dell’omeopatia o la nostra fine? pubblicato sulla rivista bimestrale Ricerca&Pratica nel numero di maggio-giugno 2026. Scrivevo allora che contro la disinformazione diffusa dagli omeopati «non c’è altra arma che l’informazione corretta. Di proiettili ce ne sono, innumerevoli, su riviste serie (BMJ, Lancet, JAMA, Prescrire, Evidence Based Medicine, i siti Cochrane, Kaiser Medicine e altri), ma occorre sparare bene». Il titolo mi era rimasto impresso da un numero del Lancet del 2005, intitolato The end of omeopathy.

Che l’omeopatia non funzioni lo suggerisce anche una vicenda del tutto diversa, raccontata nel libro Guarire dall’omeopatia. Nel 2004 Piero Angela mi invitò a scrivere una perizia di parte in suo favore, in un processo intentatogli da due associazioni omeopatiche per un servizio di SuperQuark andato in onda l’11 luglio 2000, in cui la medicina omeopatica era stata accusata di non avere un fondamento scientifico certo. Il processo si è concluso, per fortuna, con un lieto fine: a giudicare fu Cinzia Sgrò, giudice del Tribunale di Catania, che nella sentenza scrisse: «Pur avendo la comunità scientifica internazionale sempre chiesto e mai ottenuto dalla medicina omeopatica quelle evidenze scientifiche che ne avrebbero attestato la validità, essa allo stato era del tutto carente di tale fondamento, rimanendo sostanzialmente una medicina delle emozioni».

In quello stesso articolo raccontavo anche di un’indagine del Ministero della Salute spagnolo, comparsa nel 2026, che aveva proposto formalmente di eliminare il rimborso dell’omeopatia da parte delle assicurazioni sanitarie pubbliche, sulla base del principio che «i servizi privi di un beneficio medico verificabile non dovessero essere finanziati con i fondi degli assicurati». Dopo un dibattito pubblico piuttosto vivace, la proposta era stata ritirata dal progetto di legge. La storia, però, non finisce lì: una commissione indipendente per il finanziamento della sanità ha successivamente presentato una relazione per ottimizzare il sistema sanitario pubblico a partire dal 2027, proponendo di nuovo, questa volta con più determinazione, «di eliminare la copertura assicurativa sanitaria pubblica per l’omeopatia», una misura che gode del sostegno parlamentare e che si prevede verrà approvata nel 2026, consolidando il passaggio a una politica rigorosamente basata su prove scientifiche.

Eppure, in Italia e nell’Unione europea, tra sottosegretari e associazioni di categoria, la regolamentazione sembra ancora pensata soprattutto per continuare a vendere prodotti omeopatici. Le domande restano le stesse: funzionano? A chi servono? Come ne è stata provata l’efficacia? Se il pensiero scientifico fosse più diffuso, forse articoli come The end of omeopathy e La fine dell’omeopatia o la nostra fine? non avrebbero avuto ragione di esistere. Mi chiedo, ma davvero servirà a qualcosa una legge del Parlamento?  Temo che serva solo ad aumentare la confusione.