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Un tempo, chi erigeva la morale sessuale tradizionale a verità indiscutibile diceva «Dio è con noi». Nella nostra società secolarizzata, però, i richiami alla religione non sono più tanto efficaci, così chi si riconosce in quella visione ha dovuto cambiare strategia e richiamarsi a fantomatiche e inappellabili leggi di natura. Oggi sta tentando un salto di qualità: presentarsi come legittimo interlocutore nel dibattito scientifico, proclamando «la scienza è con noi» mentre si fa portatore di istanze che sono prive di fondamento o estranee al dominio della scienza.
L’obiettivo è quello di fare breccia nelle istituzioni, come si è tentato di recente a Strasburgo, dove Paolo Inselvini, europarlamentare di Fratelli d’Italia, ha portato negli spazi della sede del Parlamento Europeo una mostra realizzata dall’associazione ProVita e Famiglia dal titolo Just EUman. Come nasce un cittadino europeo, che documenta le diverse fasi dello sviluppo prenatale, dalla fecondazione al parto, affinché «chi deve legiferare possa prima guardare e toccare con mano cosa dimostra la scienza» e cioè che l’aborto non è «la soppressione di un grumo di cellule, ma di un essere umano».

14 pannelli e un video

Oggi i progressi della medicina e della biologia permettono di descrivere con estrema accuratezza il processo di sviluppo e crescita dell’embrione e poi del feto durante la gravidanza. I 14 pannelli esposti a Strasburgo riportano questa descrizione, ma utilizzano espressioni evocative come, per esempio, «il dialogo nascosto con la mamma» per illustrare lo scambio di messaggi chimici tra l’embrione e l’endometrio durante l’impianto nell’utero. L’espressione è legittima ed è presente anche nella letteratura scientifica come metafora, ma bisogna essere chiari sul suo significato: si tratta di un meccanismo fisiologico che non comporta una comunicazione intenzionale dell’embrione con la donna, né che la gestante lo riconosca coscientemente.

Di simili stratagemmi retorici abbonda il filmato Baby Oliver, che è stato proiettato a ciclo continuo alla mostra di Strasburgo, realizzato dall’organizzazione antiabortista statunitense Live Action. 
Una precedente versione meno dettagliata, Baby Olivia, è stata tradotta in italiano alcuni anni fa da ProVita e Famiglia e mostrata nel corso di eventi e conferenze nel nostro Paese. 
North Dakota, Tennessee e altri Stati USA hanno approvato leggi che ne impongono la proiezione nelle scuole, iniziativa che ProVita e Famiglia vorrebbe importare anche da noi.

Baby Oliver è un’animazione in 3D estremamente realistica, costruita sulla base di dati anatomici e fisiologici dello sviluppo prenatale. Buona parte del suo contenuto è scientificamente corretta, ma il linguaggio e la forma narrativa adottata sono chiaramente mirati a personalizzare l’embrione, che fin dallo stadio di zigote viene presentato con le parole «lui è Oliver». 
I movimenti fetali spontanei o riflessi vengono descritti con termini che suggeriscono intenzionalità, come «Oliver gioca, esplora il suo ambiente, sospira». 

Si parla di battito cardiaco a soli 22 giorni dal concepimento, quando è già effettivamente riscontrabile la pulsazione delle cellule che formano il tubo cardiaco primitivo, ma il cuore non si è ancora formato. E si parla di attività del cervello a sei settimane, quando i neuroni cominciano a scambiare i primi segnali elettrici, ma la corteccia cerebrale è ancora di là da venire.

Il filmato parte quindi da un dato biologico, il fatto che con la fecondazione inizia lo sviluppo di un organismo umano. Con una scelta narrativa personificante si attribuisce un nome a questo organismo, Oliver. Ne conseguirebbe, secondo gli autori e i promotori del video, che l’embrione di nome Oliver è una persona titolare di diritti che devono essere tutelati dalla legge. Quest’ultima, però, è chiaramente una proposizione filosofica, estranea al campo della scienza.

Tutto il processo appena descritto è esemplificato nella frase che campeggia su uno dei pannelli della mostra: «I diritti nascono quando nasce la persona, e la persona nasce quando viene a esistere un nuovo organismo umano, unico e irripetibile nella storia dell’umanità: per la scienza, al momento del concepimento». 

«Il 95 per cento dei biologi»

Già nel 2024 ProVita e Famiglia aveva lanciato in Italia una campagna di affissioni e una petizione per chiedere il riconoscimento giuridico del concepito, dal momento che il 95 per cento dei biologi riconosce il concepimento come atto di inizio della vita umana. 

Il dato citato dall’associazione viene da un articolo postato in rete nel 2018 da Steven Andrew Jacobs, giurista e ricercatore di scienze sociali statunitense, che ha condotto un sondaggio su migliaia di biologi, ponendo loro tre affermazioni da approvare o respingere. Prima affermazione: «Il prodotto finale della fecondazione nei mammiferi è un uovo fecondato (zigote), un nuovo organismo di mammifero, nella prima fase del ciclo vitale della sua specie e con il genoma della sua specie». Il 91 per cento degli intervistati ha approvato. 

La seconda affermazione, «Lo sviluppo di un mammifero inizia con la fecondazione, quando un gamete maschile e un gamete femminile si uniscono dando origine a un nuovo organismo, lo zigote», ha raccolto l’88 per cento di consensi. 
Infine, il 75 per cento ha approvato la terza: «Dal punto di vista della biologia dello sviluppo, la fecondazione segna l’inizio della vita di un essere umano, perché produce un organismo con un genoma umano che ha iniziato a svilupparsi nella prima fase del ciclo vitale umano». 

Poiché il 95 per cento degli interpellati ha risposto di sì ad almeno una di queste tre affermazioni, l’autore conclude che quella è la percentuale dei biologi secondo i quali la vita inizia con la fecondazione. Attenzione, però, affermare che all’atto del concepimento si forma un nuovo organismo che appartiene alla specie umana, dal momento che possiede DNA umano, non vuol dire attribuire lo status di persona a quello stesso organismo fin dal concepimento. Quest’ultimo giudizio non attiene alla sfera della scienza, ma a quelle della filosofia, della morale, della religione. Non a caso, nel suo sondaggio Jacobs non ha interpellato i biologi su questo aspetto e citare il suo articolo confondendo “vita umana” e “persona umana” è un espediente retorico.

Una macchina per costruire autorevolezza 

Nel 2021 l’articolo è stato pubblicato come studio peer-reviewed da Issues in Law & Medicine, la rivista ufficiale della Alliance for Hippocratic Medicine, un’organizzazione statunitense che riunisce associazioni mediche pro-life. I revisori anonimi che valutano i lavori per la pubblicazione, compreso quello di Jacobs, vengono selezionati dal comitato editoriale, che è formato da dirigenti di organizzazioni anti-abortiste. 

Nel tempo la rivista ha pubblicato articoli che definiscono apertamente l’aborto “male morale”, che prospettano gravi rischi per la salute fisica e mentale della donna che si sottopone a interruzione volontaria di gravidanza, che associano l’assunzione di contraccettivi ormonali a un maggior rischio di aborto spontaneo nelle successive gravidanze.

Ci sembra un chiaro esempio di una tendenza in atto da alcuni anni: intorno alle organizzazioni anti-scelta si sta progressivamente costruendo un ecosistema della produzione di autorevolezza. Riviste peer-reviewed, società professionali, centri di ricerca, gruppi di esperti e conferenze adottano il linguaggio e le forme della scienza per sostenere posizioni prive di solide basi empiriche, oppure che appartengono al terreno dell’etica, della filosofia e della politica. 

Il funzionamento di questa macchina è sottile: selezionare determinate evidenze, il cosiddetto cherry picking, interpretarle in una direzione precisa, presentare come consenso ciò che è oggetto di discussione e soprattutto far apparire come conclusione scientifica ciò che la scienza, da sola, non può determinare. 

Occorre prestare attenzione, allora, a come si riferiscono queste voci. Il resoconto oggettivo di un dibattito scientifico non deve dare a tutte le parti coinvolte la stessa visibilità, una fallacia nota come false balance. La ricerca scientifica è fondata sulle evidenze e non tutte le opinioni hanno lo stesso grado di fondamento nella scienza. Nel giornalismo scientifico, lo spazio e il peso attribuiti alle diverse posizioni devono tenere conto della solidità delle evidenze che le sostengono.

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