In Italia e in Europa ha fatto molto caldo

A livello globale, il 2025 si posiziona come il terzo anno più caldo mai registrato, dopo il 2024 e il 2023, considerando insieme le temperature medie di oceani e terre emerse; se si guardano solo le terre emerse, è invece il secondo più caldo di sempre, dopo il 2024 (che fu il primo anno in cui la temperatura media globale superò temporaneamente 1,5°C). Il servizio Copernicus Climate Change Service indica per il 2025 un’anomalia di temperatura media globale di 1,47°C rispetto al periodo preindustriale e di 0,59°C rispetto al trentennio climatologico 1991-2020. Di seguito le anomalie termiche italiane sovrapposte a quelle globali.

anomalie termiche italia vs mondo

Secondo il più recente rapporto sullo stato del clima del Sistema Nazionale per la Protezione dell’Ambiente (SNPA) in Italia il quadro è simile: il 2025 risulta il quarto anno più caldo dall’inizio delle rilevazioni, preceduto solo da 2024, 2022 e 2023, con un’anomalia di 1,03°C rispetto al periodo 1991-2020 (circa tre decimi di grado in meno rispetto al picco del 2024). Il mese di giugno 2025 è secondo solo al record assoluto italiano del 2003, con un 3,23°C sopra la media storica.

anomalie termiche italia nel 2025

Anche i mari italiani hanno registrato un anno da record: la temperatura marina media annuale ha toccato i 20°C, con picchi oltre i 26°C in piena estate (26,64°C a luglio e 26,48°C ad agosto), superando di 1,18°C il riferimento del 1991-2020. Dal 1982 è il secondo valore più alto mai misurato. A livello europeo la temperatura superficiale del mare ha raggiunto invece il valore più alto mai registrato, con l’86% dell’area (percentuale record) che è stata interessata da condizioni di “ondata di calore marina”.

Montagne e ghiacciai in crisi

Sulla vetta del Monte Bianco (che è alto 4807 metri), storicamente una delle zone più fredde d’Europa, le temperature hanno superato lo zero più volte nelle scorse settimane: il 18 giugno (+0,8°C), il 24 giugno con una media oraria massima di +2°C, e ancora il 25 e il 26 giugno. Un fenomeno che nel 2025 si era già manifestato a settembre, con temperature positive misurate in vetta, e con un lungo periodo di caldo anomalo tra il 10 e il 12 agosto e un massimo di temperatura oraria oltre i 5°C. Poco distante, sulla parete nord del Cervino, un temporale ha scaricato pioggia e grandine oltre i 4000 metri il 25 giugno scorso, con lo zero termico salito fino alla fascia tra i 4300 e i 4800 metri: le immagini di cascate d’acqua lungo pareti hanno suscitato un certo scalpore. Per altro, sempre per il 2026, Copernicus già ci dice che questo giugno è stato il più caldo di sempre per l’Europa occidentale (e il secondo più caldo a livello globale, con temperatura media di 16,54°C, cioè 1,39°C sopra la media del periodo pre-industriale).

A livello continentale, tutte le regioni glaciali monitorate da Copernicus hanno registrato una notevole perdita di massa nel corso del 2025. La Groenlandia da sola ha perso circa 139 miliardi di tonnellate di ghiaccio, mentre l’estensione e la massa del manto nevoso globale di fine stagione sono risultate le terze più basse mai registrate.

Piogge sempre più irregolari e risorsa idrica in calo

In Italia, le precipitazioni disegnano un paese diviso in due. Nel 2025 le piogge complessive sono rimaste vicine alla media climatologica 1991-2020, ma con una distribuzione molto disomogenea: al Nord sono aumentate del 7%, migliorando il quadro idrico dell’area, mentre al Sud e nelle Isole sono diminuite del 5%. Questo squilibrio si riflette chiaramente sulla disponibilità di acqua: la risorsa idrica stimata a livello nazionale per il 2025 è di circa 128 miliardi di metri cubi, un valore inferiore alle medie storiche di oltre il 7%, del 4% rispetto al trentennio più recente e addirittura del 19% rispetto al 2024.

carenza di pioggia in italia a giugno

Anomalie della precipitazione cumulata mensile di giugno 2025 espresse in percentuali, rispetto al valore normale 1991-2020

L’inerzia climatica non deve demotivare la transizione

Il fatto che si stanno registrando record climatici è purtroppo del tutto normale, dal momento che abbiamo iniziato tardi a fare la transizione ecologica. Ancora non siamo neanche su una traiettoria che ci farebbe stare sotto i 2°C, anche se abbiamo scongiurato gli scenari peggiori. Per cui, vanno accolte come buone notizie la crescita di rinnovabili, mobilità elettrica, riforestazione e le altre importanti azioni di mitigazione climatica. Anche se si può fare molto di meglio.

A livello europeo, nel 2025 le fonti rinnovabili hanno coperto quasi la metà (46,4%) dell’elettricità prodotta nel continente, con il solare che ha raggiunto un nuovo record di contributo, pari al 12,5%. Secondo le più recenti valutazioni dell’ISPRA, il sistema europeo di scambio delle quote di emissione (ETS), la crescita delle rinnovabili e l’innovazione industriale stanno contribuendo concretamente alla riduzione delle emissioni di gas serra in Italia.

Anche il mercato delle pompe di calore è tornato a crescere: i dati europei preliminari indicano nel 2025 un +11% di vendite rispetto al 2024 con 2,34 milioni di unità vendute nei 13 Stati membri che hanno già comunicato i dati; la Commissione europea sottolinea che la crescita è maggiore nei Paesi con incentivi stabili. Motivo per cui andrebbero rafforzati.

I veicoli elettrici continuano a crescere

Secondo l’Agenzia europea dell’ambiente (EEA), le emissioni di gas serra delle auto elettriche sono già oggi inferiori del 17-30% rispetto a quelle di un’auto a benzina o diesel equivalente, calcolate sull’intero ciclo di vita del veicolo. Il margine di miglioramento è ancora ampio: con processi produttivi più efficienti e un mix elettrico sempre più pulito, le emissioni lungo il ciclo di vita di un’auto elettrica tipica potrebbero ridursi di almeno il 73% entro il 2050 rispetto ai livelli attuali. Intanto la diffusione prosegue: le nuove immatricolazioni nel 2025 di auto elettriche in Europa sono arrivate a rappresentare il 17,4% del mercato secondo l’Associazione europea dei costruttori di automobili (ACEA); nel 2024 la quota era del 13,6%, registrando quindi un aumento di quasi 4 punti percentuali in un anno. Considerando anche Regno Unito e Paesi EFTA (Islanda, Liechtenstein, Norvegia e Svizzera), la quota sale al 19,5%. La quota continua sostanzialmente a crescere di anno in anno, anche se senza politiche settoriali efficaci, l’Italia rischia di non raggiungere gli obiettivi di riduzione delle emissioni fissati per il 2030.

Tante foreste, ma in crisi

L’Agenzia europea dell’ambiente ricorda che le foreste coprono circa il 40% della superficie dell’Unione europea e costituiscono il più grande ecosistema terrestre del continente. Oltre a ospitare una quota rilevante della biodiversità europea, svolgono un ruolo essenziale nel fornire servizi ecosistemici fondamentali: la regolazione del ciclo dell’acqua, la protezione dal dissesto idrogeologico, la produzione di biomassa e legname e, appunto, l’assorbimento di CO₂. Tra il 1990 e il 2022 le foreste europee hanno assorbito circa il 10% delle emissioni di gas serra dell’Unione. Tuttavia, secondo il Joint Research Centre (JRC), la loro capacità di assorbire carbonio è in progressivo calo: nel triennio 2020-2022 il serbatoio di assorbimento medio (in inglese carbon sink) è diminuito di circa il 27% rispetto alla media del periodo 2010-2014.

L’EEA e il JRC attribuiscono questa tendenza a una combinazione di fattori, tra cui l’invecchiamento delle foreste, che ne rallenta la crescita, l’aumento dei tagli forestali, compresi quelli effettuati per il recupero dei danni causati da eventi estremi, e gli effetti sempre più evidenti dei cambiamenti climatici. Siccità ricorrenti, ondate di calore, incendi boschivi, infestazioni di insetti e parassiti, oltre a tempeste e schianti da vento, stanno infatti riducendo la capacità delle foreste europee di immagazzinare carbonio.

Il noioso imperativo di ridurre le emissioni resta valido e quando si monitora l’Italia non ha senso farlo senza considerare anche il resto d’Europa; è il motivo per cui assieme a SNPA e ISPRA abbiamo letto i dati di Copernicus, EEA e JRC. Ovviamente la transizione deve continuare in tutto il mondo, ma i paesi occidentali hanno più capacità tecnologica e più responsabilità storiche per poterla e doverla fare. E per aiutare quelli poveri e in via di sviluppo.