A chi legge quotidianamente la cronaca sportiva capita spesso di imbattersi in notizie tutt’altro che inattese. Non è certo una sorpresa che nei giorni scorsi l’Argentina abbia superato l’Austria grazie a due gol di Lionel Messi. Una sensazione analoga l’ho provata quando ho letto dell’ennesimo caso di positività a sostanze dopanti in una competizione internazionale di atletica. Sarà il solito maratoneta keniano, ho pensato, considerando che con oltre 140 atleti sospesi negli ultimi anni il Kenya è uno dei Paesi più frequentemente coinvolti in vicende antidoping.

La notizia ha però assunto un significato completamente diverso quando è emerso che l’atleta accusato di aver fatto uso di eritropoietina (EPO) era il marciatore altoatesino Alex Schwazer. Non perché si trattasse di un atleta italiano, ma perché se mi avessero chiesto quale atleta avesse oggi meno probabilità di essere coinvolto in un nuovo caso di doping, avrei senza alcun dubbio risposto proprio Schwazer. La sua carriera è stata infatti segnata tanto da straordinari successi agonistici quanto da sospensioni per violazione delle norme antidoping.

Secondo quanto comunicato dall’agenzia antidoping tedesca, il marciatore altoatesino sarebbe risultato positivo all’eritropoietina in occasione dei Campionati tedeschi di marcia su strada disputati nell’aprile 2026. La sostanza vietata sarebbe stata rilevata sia in un campione urinario sia in un campione ematico raccolti durante il controllo anti-doping.

Per Schwazer si tratta del terzo procedimento antidoping della carriera. Il primo risale al 2012, quando l’atleta ammise l’assunzione di eritropoietina prima dei Giochi Olimpici di Londra. Il secondo si aprì nel 2016, dopo la positività all’EPO rilevata in un controllo effettuato alla vigilia delle Olimpiadi di Rio de Janeiro, dando origine a uno dei più controversi contenziosi della storia recente dell’antidoping internazionale.

Il caso Schwazer è oggi interessante non tanto per alimentare l’ennesimo processo mediatico a carico di un atleta, quanto perché offre l’occasione per riflettere sulla qualità delle procedure che regolano i controlli antidoping. Nel dibattito pubblico si tende infatti a passare rapidamente dalla notizia di una positività al giudizio finale. In mezzo, però, esiste un passaggio fondamentale: la costruzione della prova scientifica.

La credibilità del sistema antidoping non dipende, infatti, soltanto dalla capacità di individuare una sostanza vietata. Dipende anche dalla solidità delle procedure che accompagnano il campione biologico dal momento del prelievo fino al laboratorio e dalla presenza di adeguate garanzie per l’atleta nel caso in cui emergano errori analitici, anomalie procedurali o contestazioni tecnicamente fondate.

Come vengono raccolti i campioni antidoping: dal prelievo all’analisi

Per comprendere perché una positività antidoping possa trasformarsi in una sanzione sportiva è necessario capire come vengono raccolti, conservati e analizzati i campioni biologici degli atleti. La procedura segue protocolli internazionali definiti dalla World Anti-Doping Agency (WADA) e applicati dalle organizzazioni antidoping nazionali. L’obiettivo è garantire che il campione analizzato dal laboratorio provenga effettivamente dall’atleta controllato e che non possa essere alterato durante le fasi di raccolta, conservazione, trasporto e analisi.

Nel caso delle urine, l’atleta produce il campione sotto osservazione diretta da parte di un incaricato del controllo antidoping. L’urina viene raccolta in un contenitore apposito e successivamente suddivisa in due flaconi sigillati, identificati come campione A e campione B. Il primo è destinato all’analisi iniziale, mentre il secondo viene conservato per un’eventuale apertura e analisi successiva. Una volta completata la procedura, i flaconi vengono sigillati e contrassegnati con codici identificativi univoci, in modo che il laboratorio non conosca l’identità dell’atleta.

La raccolta del sangue segue una logica analoga. Il prelievo viene effettuato da personale qualificato mediante kit certificati e anche in questo caso i campioni vengono identificati tramite codici univoci. Da quel momento entra in funzione una rigorosa catena di custodia che documenta ogni passaggio, dal luogo del prelievo fino al laboratorio accreditato dalla WADA.

Se il laboratorio rileva nel campione A una sostanza vietata o un marker compatibile con il suo utilizzo, viene notificato un risultato analitico avverso. A questo punto si apre la fase di gestione del risultato: l’atleta può chiedere l’apertura e l’analisi del campione B, presentare osservazioni e sollevare eventuali contestazioni procedurali. L’esito finale non dipende quindi da un singolo dato analitico, ma dall’insieme delle verifiche scientifiche e procedurali che accompagnano il controllo.

È importante sottolineare che, ai fini dell’accertamento antidoping, gli unici campioni ufficialmente riconosciuti sono il campione A e il campione B raccolti, sigillati, identificati e conservati secondo gli standard internazionali. Eventuali campioni residui o altri materiali biologici conservati al di fuori della catena di custodia ufficiale non possono sostituire l’analisi del campione B prevista dalla procedura, poiché non ne è garantita e documentata la tracciabilità lungo tutte le fasi di conservazione, trasporto e custodia.

Questo aspetto è particolarmente rilevante nel caso Schwazer, nel quale il dibattito pubblico si è concentrato su un campione residuo, identificato come campione C, che la difesa dichiara sia stato conservato da Sandro Donati, ex allenatore di Schwazer e protagonista di numerose battaglie contro il doping nello sport italiano. Questo materiale potrebbe eventualmente essere usato come elemento tecnico o difensivo, ma non ha lo stesso valore procedurale dei campioni A e B previsti dalla normativa antidoping internazionale.

Ciò che colpisce non è tanto l’uso che può essere fatto di tale campione, ma il fatto stesso che esista. Gli standard internazionali WADA sulla raccolta delle urine prevedono infatti che, una volta riempiti correttamente i contenitori A e B e completate le verifiche richieste sul campione, l’urina residua non destinata all’analisi venga eliminata, con possibilità per l’atleta di assistere allo smaltimento. Se una parte di quel residuo è stata effettivamente conservata al di fuori del circuito ufficiale, si porrebbe quindi un interrogativo sulla corretta applicazione della procedura di raccolta. Questo non implica automaticamente alcuna invalidità dei campioni ufficiali, ma rappresenta comunque un elemento che merita chiarimento.

Una positività può derivare da un’alterazione del campione o da un errore?

Nella conferenza stampa seguita alla notizia della nuova positività, uno degli aspetti emersi ha riguardato la possibilità che il campione biologico di Schwazer possa essere stato alterato o che il risultato possa essere errato. È un dubbio legittimo, anche alla luce del precedente contenzioso che ha coinvolto il marciatore altoatesino. Tuttavia, per affrontare la questione è necessario fare alcune precisazioni.

Manipolare deliberatamente un campione antidoping non è semplice. I campioni di sangue e di urina vengono raccolti seguendo procedure standardizzate, identificati tramite codici, sigillati e accompagnati da una rigorosa catena di custodia che documenta ogni passaggio dal prelievo fino al laboratorio. Nel caso del sangue, in particolare, l’intervento umano sulle provette dopo il prelievo è estremamente limitato e qualsiasi alterazione intenzionale richiederebbe il superamento di numerosi controlli procedurali e tecnici.

Ciò non significa tuttavia che il sistema sia infallibile. Nessun metodo scientifico lo è. Errori analitici, problemi procedurali, contaminazioni o interpretazioni controverse dei risultati rappresentano eventualità rare ma teoricamente possibili. È proprio per questo motivo che il sistema antidoping internazionale non si basa esclusivamente sull’analisi di laboratorio, ma prevede una serie di garanzie aggiuntive, tra cui il campione B, la documentazione della catena di custodia, il diritto alla controanalisi e la possibilità di contestare eventuali anomalie procedurali.

Non mancano, infatti, precedenti che mostrano come una positività iniziale possa essere successivamente corretta o ridimensionata. Il caso più noto degli ultimi anni è quello dell’australiano Peter Bol, inizialmente indicato come positivo all’EPO sintetica e successivamente scagionato dopo ulteriori verifiche. A ciò si aggiunge la letteratura scientifica che ha segnalato, in condizioni particolari, la possibilità di risultati falsamente positivi nei test urinari per eritropoietina. Si tratta di eventi rari, ma proprio la loro esistenza giustifica l’adozione di procedure di verifica e controverifica particolarmente rigorose.

La credibilità dell’antidoping moderno nasce quindi dall’equilibrio tra due esigenze complementari: da un lato la capacità di individuare chi viola le regole, dall’altro la capacità di dimostrare in modo trasparente, verificabile e riproducibile come si è arrivati a quella conclusione.

Tra giustizia sportiva e tribunali civili

Un aspetto spesso poco compreso nei casi di positività al doping riguarda il rapporto tra giustizia sportiva e giustizia ordinaria. Le procedure antidoping internazionali sono costruite attorno a standard tecnici e regolamentari rigorosi e tendono a valutare i casi sulla base della conformità delle procedure e dell’evidenza analitica disponibile. Per questo motivo le conclusioni raggiunte da tribunali ordinari e organismi sportivi non necessariamente coincidono.

Lo stesso caso Schwazer rappresenta un esempio significativo. Nonostante le conclusioni del Tribunale di Bolzano avessero sollevato dubbi sulla gestione dei campioni relativi alla positività del 2016, la squalifica sportiva rimase in vigore e le decisioni assunte dagli organismi antidoping internazionali non furono modificate.

Come finirà l’attuale caso Schwazer? Al momento è impossibile dirlo. Tuttavia, al di là dell’esito specifico della vicenda, il cosiddetto campione C ha già riportato al centro del dibattito una questione più generale: quanto possiamo fidarci delle procedure che regolano i controlli antidoping?

La risposta non è semplice. Da un lato, il sistema costruito negli ultimi decenni dalla WADA e dalle organizzazioni antidoping nazionali rappresenta uno dei più sofisticati esempi di integrazione tra scienza, regolamentazione internazionale e controllo di qualità. Dall’altro, proprio perché le conseguenze di una positività possono essere enormi per la carriera e la reputazione di un atleta, ogni dubbio procedurale finisce inevitabilmente per alimentare interrogativi sulla solidità dell’intero sistema. Ed è proprio questa fiducia, più ancora del destino sportivo di Alex Schwazer, a essere oggi nuovamente sotto esame.