Sabato 13 giugno, lungo i Navigli di Milano, una sessantina di volontari ha passato poco più di un’ora a raccogliere ciò che la città lascia cadere a terra ogni giorno senza farci troppo caso. Il bilancio, presentato nell’ambito della nona edizione della Green Week, riporta 220 chili di rifiuti e 12.400 mozziconi di sigaretta, raccolti in quattro aree verdi tra la Darsena, la Conca del Naviglio, il Parco Segantini e il Giardino Nascosto, in parte anche in acqua con un’imbarcazione elettrica e con gli Stand up paddle (SUP). L’iniziativa, promossa dalle associazioni WAU! Milano, Marinai d’Italia e Parco Segantini, aveva un bersaglio preciso: il micro-rifiuto più diffuso e, a parità di dimensioni, tra i più dannosi. Giorni prima nell’area erano stati distribuiti alcuni raccoglitori di mozziconi anche in vista del loro riciclo a cura della startup Re-Cig.

Quei dodicimila mozziconi raccolti in un solo angolo di città sono la fotografia locale di un fenomeno globale. In Italia si disperdono nell’ambiente oltre 30 miliardi di mozziconi l’anno, circa due terzi di quelli consumati, al ritmo di più di mille al secondo. Per numero di pezzi questo rifiuto è il più disperso al mondo, rilascia sostanze tossiche ovunque, dalle città alle spiagge ai mari, e si frammenta in microplastiche persistenti, eppure nella percezione comune non viene quasi mai considerato un problema ambientale. È il mozzicone di sigaretta.

Una rassegna pubblicata nel 2026 su Environmental Chemistry Letters, basata su 130 studi condotti in 55 paesi tra il 2013 e il 2024, ha confermato che i mozziconi costituiscono in media il 12% di tutti i rifiuti rilevati negli ambienti acquatici, superando il 50% in diversi paesi. A livello globale si stima che ogni anno vengano dispersi nell’ambiente circa 4.500 miliardi di mozziconi.

Il filtro è di plastica, non di cotone

Molti credono che il filtro di una sigaretta sia qualcosa di simile al cotone, destinato a degradarsi rapidamente, ma non è così. I filtri sono composti da acetato di cellulosa, un polimero che, a differenza della cellulosa naturale, è modificato chimicamente per aumentarne durabilità e capacità filtrante. Questa modifica lo rende anche resistente alla degradazione microbica. Uno studio pubblicato nel 2026 su Environmental Pollution, il primo a seguire la decomposizione per un intero decennio in condizioni controllate, ha mostrato che la degradazione segue un andamento a più stadi: una rapida perdita iniziale di massa (circa il 15-20% nel primo mese, fatta di materiale superficiale e composti solubili) seguita da una fase lenta e prolungata dovuta alla resistenza dell’acetato di cellulosa. Nei suoli poveri di attività biologica, simili a molti contesti urbani, dopo dieci anni le fibre del filtro restano in larga parte intatte. Solo nelle condizioni più favorevoli, suoli ricchi di azoto e materia organica con comunità microbiche attive, la perdita di massa arriva fino all’84% a dieci anni.

Ogni filtro contiene oltre 15.000 filamenti di acetato di cellulosa che si staccano progressivamente. Una ricerca pubblicata su Science of the Total Environment ha misurato che un singolo filtro usato rilascia in media circa 100 microfibre al giorno. Uno studio più recente dell’Università di Buffalo, pubblicato su Journal of Hazardous Materials: Plastics, ha precisato che il rilascio inizia quasi immediatamente a contatto con l’acqua: circa 24 microfibre nei primi venti secondi, e tra 63 e 144 nell’arco di dieci giorni a seconda dell’agitazione dell’acqua. Gli autori sottolineano un aspetto che distingue questi contaminanti da altri: le microfibre non sono semplicemente plastiche che assorbono inquinanti dall’ambiente circostante, ma arrivano nell’acqua già cariche delle sostanze tossiche accumulate durante la combustione.

La plastica peraltro non c’è solo nel filtro. Uno studio pubblicato su Environmental Pollution nel 2026 ha analizzato il tabacco non bruciato di sigarette acquistate al dettaglio in diversi paesi, trovando microplastiche nella grande maggioranza dei campioni. L’ipotesi principale degli autori è che la contaminazione avvenga durante il processo produttivo, prima ancora dell’accensione.

Un cocktail di sostanze tossiche a rilascio lento

La plastica in realtà è solo l’antipasto. Una rassegna sistematica pubblicata su Science of the Total Environment nel 2024 ha catalogato le sostanze rilasciate dai mozziconi negli ambienti acquatici: metalli pesanti, idrocarburi policiclici aromatici (IPA), nicotina, composti BTEX (benzene, toluene, etilbenzene, xilene) e ammine aromatiche. Nel complesso i mozziconi possono rilasciare diverse migliaia di sostanze chimiche, decine delle quali cancerogene o mutagene. Un dato spesso citato in letteratura indica che un singolo mozzicone può contaminare fino a 1.000 litri d’acqua con concentrazioni di sostanze nocive rilevabili. (Una curiosità: l’azienda italiana Re-Cig voleva riciclare oltra la plastica dei mozziconi, la nicotina, presente in discrete quantita negli 0,30 grammi della cicca. Ma quando hanno scoperto dalla Guardia di Finanza che la nicotina è un monopolio di Stato hanno rinunciato, troppo complicato).

Un aspetto relativamente recente riguarda l’andamento della tossicità dei mozziconi nel tempo. Si è scoperto che è massima subito dopo la combustione, per il rapido rilascio di nicotina e altri composti solubili, ma si registra un secondo picco nella fase intermedia di decomposizione, probabilmente legato alla formazione di composti secondari durante la degradazione del filtro. In altre parole, anche un mozzicone vecchio di anni non è un rifiuto inerte.

Chi inquina paga, ma non ancora del tutto in Italia

Di fronte a questi dati, che si fa? La Direttiva europea 2019/904 sulla plastica monouso (SUP), recepita in Italia con il D.Lgs. 196/2021, applica il principio della responsabilità estesa del produttore (EPR) anche ai produttori di tabacco, imponendo loro di farsi carico dei costi di raccolta, pulizia e sensibilizzazione relativi ai rifiuti dei loro prodotti. È lo stesso principio che da decenni governa la gestione di imballaggi, rifiuti elettronici e pneumatici: chi immette un prodotto sul mercato è responsabile del suo impatto ambientale lungo l’intero ciclo di vita.

In Italia, a oltre tre anni dal recepimento della direttiva manca ancora lo strumento che dovrebbe renderlo effettivo: l’accordo di programma nazionale che fissa quanto e come i produttori rimborsano gli enti locali. Il negoziato è in corso  con i Comuni rappresentati dall’ANCI, i gestori dei servizi di igiene urbana e il consorzio Erion Care, costituito nel giugno 2022 dalle quattro principali multinazionali del settore (BAT, Imperial Brands, JT International e Philip Morris). Sul piano normativo qualche passo è stato compiuto, come la recente riclassificazione del mozzicone con un proprio codice di rifiuto, ma il nodo è economico: come stimare la quota dei costi di pulizia imputabile alle “cicche.” Nel frattempo l’Italia resta sottoposta a una procedura di infrazione europea sul recepimento della direttiva sula plastica. E come fanno notare organizzazioni come Tabacco endgame, finché non ci sarà un accordo soddisfacente fra le parti abbiamo un problema ecologico non di poco conto ancora da riscolvere.