Pubblicato il 08/05/2026Tempo di lettura: 6 mins
«Gentile direttore del New England Journal of Medicine…»: peccato che l’indirizzo fosse quello dell’editor di Jama. È successo mille volte, racconta Robert M. Golub: il destinatario era lui, all’epoca executive deputy editor della seconda rivista, e tutte le volte che ha letto un’intestazione così clamorosamente sbagliata ha pensato che gli autori della mail non dovessero essere campioni della cura del dettaglio. Succede. Come succede di dimenticarsi le tracce delle revisioni ancora visibili o di inciampare in sciatterie di formattazione, e anche molto peggio. E succede perché nessuno ha mai dato ai ricercatori una formazione solida su come si pubblica un paper scientifico. Quindi ecco che il libro di Luca De Fiore, Come non pubblicare in medicina. Guida pratica per farsi detestare da publisher, editor, referee e altre creature misteriose (Il Pensiero Scientifico Editore, 2026), arriva a colmare questa lacuna. Golub lo scrive nella prefazione e aggiunge: si tratta di errori correggibili e ci si può e deve riflettere. Ma con il libro di De Fiore lo si può fare senza soffrire troppo, perché l’autore sfida il tema ad altissimo rischio noia con il suo stile arguto e un po’ giocherellone, e si diverte a rovesciare il discorso. E a spiegare come non farsi accettare un articolo, o come pubblicarlo malissimo, mettendo a punto una ricetta di una decina di ingredienti capace di garantire un gustosissimo fallimento.
Questo è il secondo libro che Luca De Fiore dedica all’editoria scientifica biomedica, un tema che per ricercatori e medici è quotidiano ma anche terribilmente opaco. Del primo abbiamo già parlato. Si intitola Sul pubblicare in medicina, è uscito due anni fa, e guarda il sistema dall’alto: i numeri da capogiro (cinque milioni di articoli all’anno, trentamila riviste indicizzate, un’industria da trenta miliardi di dollari), le distorsioni dell’impact factor, le trappole delle riviste predatorie, il paradosso di un’industria che guadagna miliardi senza pagare né gli autori né i revisori. Questo secondo volume cambia prospettiva: guarda il sistema dal basso, dal tavolo del ricercatore che sta scrivendo il suo bel paper.
Perché De Fiore conosce quel sistema come pochi altri in Italia. È direttore del Pensiero Scientifico Editore, casa editrice scientifica fondata nel 1946. Dirige la rivista Recenti progressi in medicina, indicizzata su Medline e Scopus, ed è revisore per il BMJ sui temi della cattiva condotta nella comunicazione scientifica. È stato presidente dell’Associazione Alessandro Liberati, il network italiano della Cochrane, ed è membro della European Association of Science Editors. Negli ultimi anni si è dedicato al tema con passione: su LinkedIn è diventato una voce seguita e costante nel dibattito sulla qualità della ricerca e dell’editoria scientifica. Ed è di fatto editore che sta smontando di fronte a noi pezzo per pezzo la macchina in cui lavora, non per sabotarla ma per mostrare come funziona davvero, e come potrebbe funzionare meglio.
Il pretesto narrativo del libro, il “non” del titolo, è divertente e in parte funziona anche se non regge allo stesso modo per tutti i tredici capitoli. Perché le ragioni per cui un articolo non viene pubblicato (o viene pubblicato male) non sono tutte uguali. A volte dipendono dall’autore: ha scelto la rivista sbagliata, ha fatto erroretti, non ha curato le figure, ha sopravvalutato la portata del suo lavoro, ha litigato con i referee. E allora glielo si può spiegare. Ma a volte le ragioni sono strutturali: il sistema non pubblica i risultati negativi e lì l’autore può poco, anche se ha tutte le ragioni del mondo. A volte sono ragioni etiche, come la mancanza di approvazione da parte di un comitato etico, quindi in quel caso è l’editore che non pubblica a fare la cosa giusta.
Nel complesso si arriva a una specie di paradosso sottile: questo è un libro dichiaratamente dalla parte dei “buoni”, un libro impegnato che vuole migliorare il sistema, e il gioco del rovesciamento ironico alla lunga entra in tensione con la sua stessa serietà.
Detto questo, il libro è denso di contenuti che meritano attenzione. Per esempio il primo capitolo, dedicato al publication bias (cioè alla mancata pubblicazione dei risultati negativi): tema noto agli addetti ai lavori che De Fiore argomenta con precisione e con dati aggiornati, mostrando le conseguenze concrete della scomparsa dei risultati “scomodi”. Distorsione della letteratura, sopravvalutazione degli effetti dei trattamenti, spreco di risorse nella replicazione di studi: risulta qui ben chiara la dimensione etica della pubblicazione scientifica, e soprattutto della non pubblicazione.
Ma parliamo anche di intelligenza artificiale. De Fiore dice apertamente che il re è nudo: l’IA la usiamo già tutti. E allora il punto non è se usarla, ma come, e soprattutto se dichiararlo. E poi c’è la parte sulla comunicazione dei risultati delle proprie ricerche, anche qui in continua evoluzione: social network di tutti i tipi fanno già parte della vita dei ricercatori e delle ricercatrici, e non sono un vezzo o una vetrina per i più vanesi. Per De Fiore possono anzi essere uno strumento per fare ricerca migliore, per costruire collaborazioni, per rendere visibile il lavoro di chi altrimenti resterebbe ai margini. Controcorrente rispetto a un certo snobismo accademico, De Fiore lo sostiene appoggiandosi anche ad alcune testimonianze di ricercatori e ricercatrici particolarmente attivi con i “nuovi” mezzi di comunicazione.
Un discorso a parte merita il capitolo undicesimo, Nasci donna, che l’autore definisce «il capitolo che non avrei voluto scrivere». I numeri sono impietosi: le donne pubblicano meno, pubblicano in posizioni meno prestigiose, non ricevono quelle firme “in regalo” che spesso spianano le carriere maschili, sono sottorappresentate nei comitati editoriali, fanno meno peer review. Lo sappiamo, ma continuare a nominare il problema è ancora l’unico modo per non far finta che sia risolto. Qui, essere donna è certamente un modo per non pubblicare, ma la correzione non può essere intestata al soggetto: deve essere un lavoro di sistema, e nemmeno limitato a «publisher, editor, referee e altre creature misteriose».
Di altro tipo sono i capitoli più strettamente pratici: come scegliere la rivista giusta, come gestire la relazione con i reviewer, come non sopravvalutare il proprio lavoro, come rispettare le scadenze. Qui il libro mantiene le promesse del sottotitolo ma si rivolge soprattutto a chi è alle prime armi. Chi ha già una certa esperienza con il meccanismo della pubblicazione troverà alcuni di questi consigli un po’ familiari.
Nelle conclusioni il libro rialza lo sguardo. Come può evolvere un sistema editoriale che ha così tanti vizi ma che resta ancora così necessario e presente? De Fiore riprende uno scenario proposto dallo storico direttore del British Medical Journal dal 1991 al 2004, Richard Smith: trasformeremo le riviste in spazi di discussione e confronto, mentre i risultati della ricerca impareremo a depositarli su infrastrutture pubbliche accessibili a tutti. È «la grande disintermediazione», che separa il contenuto scientifico dalla vetrina editoriale.
Forse è un’utopia, ma nell’attesa di raggiungerla De Fiore ci indica con chiarezza il problema: il territorio dell’editoria scientifica sta cambiando sotto i nostri piedi, e noi stiamo cercando di disegnarne la mappa mentre camminiamo. L’intelligenza artificiale appiattirà la forma della scrittura scientifica, e a quel punto contare non sarà più la forma: sarà il rispetto delle regole, la trasparenza, l’integrità. Avremo sempre più bisogno di una bussola etica, e sempre meno di una bussola tecnica. Perché non si tratterà più di evitare le gaffe con gli editor alla Golub, ma di ripensare tutto il sistema e di fare uno sforzo collettivo per migliorarlo.
Estinzioni lente come l’oblio: il tempo che non vediamo
Pubblicato il 08/05/2026
Siamo soliti raccontare le estinzioni del passato, dai dinosauri a quelle della megafauna del Pleistocene, come eventi rapidi e traumatici. Quando ci riferiamo alle estinzioni in corso oggi, invece, tendiamo a vederle come processi lenti, gestibili e, quindi, ancora reversibili.
In entrambi i casi, la nostra percezione è distorta e la scala temporale non è quella corretta. Questo errore non è neutro, ma ha delle conseguenze.





