Per fortuna Matteo De Piccoli e Giovanni L. Montagnani hanno appena scritto Avete rotto l’atomo (edito da People, 384 pagine, 18€), un libro dove finalmente il dibattito sull’energia nucleare supera questa pericolosa e asfissiante polarizzazione pro-contro.
Il sottotitolo è Il libro che NON ti farà cambiare idea sul nucleare. E forse hanno ragione, purtroppo, perché chiunque sostenga ideologicamente l’adozione a tutti i costi del nucleare, e chiunque faccia il contrario, si troverà forse sommerso da una mole di dati troppo complessi da accettare. Il punto però è che la realtà sul nucleare è articolata e allo stesso tempo affascinante, quindi è davvero un peccato non poterne parlare e leggere con un approccio laico e disinteressato.

Non poteva mancare un preambolo sulla storia delle scoperte dell’energia nucleare, dai ragazzi di via Panisperna alla bomba atomica (anzi, nucleare), dalla centrale di Caorso a Cernobyl e Fukushima.
Il primo dato poi da ricordare sull’energia nucleare è che le sue emissioni di gas serra su tutto il ciclo di vita sono bassissime, circa come eolico e idroelettrico, e meno del fotovoltaico (che le ha comunque molto basse). Questo dipende dal fatto che ancora oggi l’energia per “fare le cose” è ancora prodotta in gran parte dai combustibili fossili. Tant’è, che se lo scopo è decarbonizzare – e guarda caso è proprio questo – non si può non tenerne di conto.
L’unico grafico per capire perché si crea energia dalla fissione è il seguente, che ritrae l’andamento dell’energia di legame in funzione dei nuclei atomici. Come si può vedere c’è un picco attorno al “gruppo del ferro”: i nuclei che vengono prima e quelli che vengono dopo hanno tutti energia di legami inferiore. Ecco perché se si spacca un nucleo di uranio si ottengono due nuclei più piccoli con energia di legame maggiore. Questa è l’energia guadagnata nei reattori nucleari e nelle bombe atomiche.

Se invece si fondono due nuclei di idrogeno (due isotopi per essere precisi) si ottiene un nucleo di elio. La differenza di energia tra prima e dopo rispetto alla fissione è molto maggiore: è la fusione (quella che non produce scorie radioattive). Tuttavia, «sono 50 anni che “la fusione arriverà tra 25 anni”», sgomberano il campo subito gli autori. Per la transizione ecologica possiamo tranquillamente dimenticarcela (ne parlavamo qui). Così come possiamo toglierci dalla testa l’irrealistica possibilità di gestire le scorie della fissione buttandole nel Sole: troppo costoso, troppo pericoloso, troppo assurdo.
Nel libro si ricorda anche che considerando una probabilità di avere un incidente grave ogni 100.000 anni per una centrale, si ottiene in realtà la probabilità di registrarne uno del 12%, se si tiene conto che ci sono più reattori in funzione contemporaneamente nel mondo (e che operano per svariati decenni). La sicurezza dell’energia nucleare è quindi alta, ma non troppo.
Ma al di là di incidenti e soluzioni irrealistiche, il nocciolo (scusate l’ironia) della questione è la gestione delle scorie, che gli autori propongono anche di non chiamare più “scorie”, dal momento che questo le carica di una connotazione negativa che non sempre dovrebbero avere. Una centrale nucleare produce una grande varietà di prodotti di scarto (più o meno radioattivi), sia proveniente dal materiale usato per la costruzione e la gestione (terra, indumenti, ecc.) sia dal combustibile. La sfida tecnologica ed economica si concentra qui. È molto economico buttare via tutti i rifiuti e archiviarli sottoterra affidandoli a ere geologiche future, con non pochi interrogativi etici e di effettiva sicurezza che non sarà mai permanente. Oltre al fatto che se «non si fa la differenziata», bisogna gestire una gran quantità di materiale. Esiste però la possibilità di riciclare qualcosa. Si può usare parte del combustibile “bruciato” come nuovo combustibile con le opportune modifiche alla tecnologia della centrale. Ed esistono più gradi di recupero. Così come si possono eliminare gran parte dei rifiuti prodotti dalla fissione. Questi processi, noti come breeding e burning, cioè “autofertilizzazione” e “trasmutazione”, possono allungare di molto la vita utile del combustibile nucleare senza doverne estrarre altro. Nel migliore dei casi si può arrivare a ottenere un rifiuto radiologico che decadrebbe in “soli” 500 anni, contro i 300mila iniziali (in realtà, per certi materiali si arriva anche ai milioni di anni di tempo di decadimento).
E allora perché non farlo? Perché non usare queste tecnologie che alleggeriscono di molto il fardello delle scorie? La risposta, per ora, è che più si richiede una prestazione migliore più tendenzialmente le tecnologie non sono sufficientemente mature e/o costano enormemente di più. Se non ci fossero questi ostacoli, il problema non si porrebbe (e comunque alcune di queste già si usano). Certo, serve tenere presente che anche nella migliore delle ipotesi non si può rinunciare a stoccare qualcosa in depositi geologici (quelli per i rifiuti più pericolosi che non possono restare in superficie). Alcuni sottoprodotti altamente radioattivi sono ineliminabili.
Il discorso sulla tanto inflazionata IV generazione ruota attorno a questi temi. Oltre al fatto che sostituire una flotta di reattori nucleari con altri più nuovi non è come sostituire un campo di pannelli fotovoltaici con altri che funzionano meglio. A Fukushima si sarebbe quasi certamente evitato il disastro se fossero stati usati reattori poco più evoluti. Il problema è che la tecnologia nucleare costa moltissimo in fase di costruzione e ha bisogno di tempi molto lunghi per ammortizzare il costo energetico, che a cascata ricade poi sulla bolletta. L’energia nucleare francese oggi costa poco perché i reattori sono stati costruiti decenni or sono, e oggi i consumatori non pagano più il costo di costruzione (per altro, la storia economica dell’energia nucleare francese è molto interessante, nel libro troverete un’ampia rendicontazione). Questo è il motivo per cui, almeno dal punto di vista economico, sia stato un errore strategico importante aver interrotto la costruzione della centrale di Montaldo di Castro e aver spento prima del tempo le altre centrali nucleari italiane.
Questo vale anche per quelli che ora vengono chiamati piccoli reattori modulari. A parte le piccole dimensioni di questi famigerati reattori, tutto il resto dell’infrastruttura necessaria (che si può anche visitare) non differisce troppo da quelli tradizionali e ha bisogno di fare economia di scala per abbattere i costi di costruzione. Quando sentite in slogan politici che l’Italia abbasserà le bollette grazie al nucleare state ascoltando una bugia bella e buona: le bollette oggi costano tanto perché c’è una guerra in corso e finché dipenderemo dai combustibili fossili la bolletta ve la terrete alta. In più, questi reattori – così come la IV generazione (tipologia di tecnologia che per la verità ne raggruppa molte al suo interno) – non sono ancora pronti per essere diffusi su larga scala.
E serve aggiungere un ulteriore ingrediente. Non è così vero che per compensare le fluttuazioni delle energie rinnovabili il nucleare sia la fonte costante migliore. È il problema, dicono glia autori, dell’”ultimo miglio”. In ottica di transizione energetica, si può tranquillamente riuscire a coprire il fabbisogno con le varie rinnovabili esistenti. Lasciando scoperto un 10%-20% che sarebbe forse meglio coprire con una fonte energetica costante. Come i combustibili fossili, come il nucleare, come le biomasse, ecc. Tuttavia, una centrale nucleare è economicamente ed energeticamente efficiente quando produce energia al massimo delle sue potenzialità. Alzare e abbassare la produzione energetica per altro, potrebbe anche stressare i materiali dell’impianto riducendone la vita media. Si può fare, ma i costi aumentano.
Il discorso però è che siamo di fronte a una crisi climatica inedita e ogni mezzo è necessario per ridurre il più possibile i gas serra. Scegliere il nucleare, come per altro suggerisce anche l’IPCC e gran parte della letteratura scientifica globale, è probabilmente necessario per coprire l’ultimo miglio di fabbisogno. Per una parte residuale del mix energetico, si intende. Così come è necessario usare biomasse, idrogeno, cattura e stoccaggio di carbonio e tutte queste altre tecnologie che non sembrano particolarmente carine. Oltre chiaramente a investire su sistemi di stoccaggio e accumulo energetico molto più potenti (le batterie), che sono la tecnologia ottimale da usare con le rinnovabili. Scegliere il nucleare è come decidere di comprare un bene di lusso, dicono gli autori, con i costi conseguenti, fino a che non ci saranno soluzioni migliori dal punto di vista ecologico ed economico.
L’importante, nel dibattito politico sulla programmazione energetica nazionale e internazionale, è che si resti su un piano di discussione che tenga conto delle evidenze scientifiche, delle capacità di gestione e delle competenze del paese e della volontà popolare (su cui le democrazie si basano). Usare il nucleare come scusa per rallentare il passaggio alle rinnovabili è dannoso e controproducente. Così come è stato ed è controproducente non avere ancora trovato un sito per il deposito unico nazionale per le scorie radioattive, che tra l’altro provengono anche dagli ospedali, a causa di un’apparentemente incorreggibile sindrome NIMBY (Not In My Backyard). Sindrome che colpisce anche la costruzione di parecchi impianti fotovoltaici ed eolici per la verità, contribuendo a rallentare la transizione energetica.
Insomma, il libro ci dà elementi per stare con i piedi per terra e per ripulire il dibattito dalle troppe scorie (queste sì) ideologiche e integraliste. Io lo leggerei.







