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Lo scorso 30 agosto Al Jazeera ha pubblicato un lungo articolo d’opinione firmato da Dianne Woodward, ex docente di Scienze biologiche, oggi collaboratrice della Galilee Foundation, un’organizzazione che supporta i giovani e le giovani palestinesi nei loro percorsi di istruzione ed empowerment. Nel suo The toxic waste of the Gaza war has reached Israel, Woodward sottolinea una realtà semplice da enunciare, ma scomoda da accettare: Gaza e Israele condividono lo stesso mare, la stessa fascia costiera, la stessa struttura acquifera sotterranea. Quello che accade a una popolazione, prima o poi, raggiunge anche l’altra. Woodward lo scrive senza troppi giri di parole: «il governo israeliano non può isolare i suoi cittadini dall’impatto dell’ecocidio».

In effetti, a causa del collasso delle infrastrutture elettriche e sanitarie di Gaza, oltre 100.000 metri cubi al giorno di acque reflue non trattate finiscono nel Mediterraneo o sul terreno. Le correnti, che in quel tratto di costa si muovono da sud verso nord, le trasportano dritte verso le acque israeliane, tanto da aver costretto più volte alla chiusura l’impianto di desalinizzazione di Ashkelon per contaminazione da batteri fecali. 

A questo si aggiunge il capitolo delle macerie: circa 60 milioni di tonnellate di detriti che possono includere metalli pesanti, come piombo, mercurio, cadmio e tracce di altri metalli o residui di munizioni specializzate, oltre a particelle di fosforo bianco, esplosivi non esauriti, sostanze chimiche industriali e fibre di amianto diffuse provenienti da edifici più vecchi polverizzati. Sostanze che hanno proprietà cancerogene, mutagene, teratogeniche, neurotossiche, e bioaccumulative, rappresentando perciò rischi a lungo termine per la salute umana e per l’ambiente.

Israele, racconta Woodward, ha iniziato a trasferire parte di queste macerie fuori da Gaza verso siti non divulgati, ma sullo stesso territorio israeliano e in Cisgiordania, portando potenzialmente con sé metalli pesanti, amianto, residui di munizioni e persino resti umani. Nelle ultime settimane, l’Ong Euro-Med Human Right Monitor ha tracciato circa 100 camion israeliani al giorno che lasciavano la Striscia di Gaza con detriti.

Le agenzie internazionali come il Programma delle Nazioni Unite per l’ambiente (UNEP) e autorità ambientali regionali come il Gruppo di Lavoro sulla Gestione dei Detriti di Gaza stabiliscono che i trasferimenti debbano seguire protocolli rigorosi e procedure operative per isolare i pericoli, incluso il congelamento immediato di tutte le operazioni se vengono rilevati resti umani. Il trasferimento di questi materiali attraverso confini o giurisdizioni dovrebbe anche attivare quadri giuridici e rigidi standard di protezione delle acque sotterranee.

I critici hanno sottolineato che demolire siti che contengono fosse comuni potrebbe distruggere prove chiave di crimini genocidi. Ma in ogni caso, un trasferimento di detriti in ignoranza delle regole e dei regolamenti internazionali, mette a rischio la salute delle persone, palestinesi o israeliane che siano, nei pressi di raccolta e smaltimento.

Il problema, tuttavia, non nasce con l’attuale conflitto, ma lo precede di decenni: gruppi come EcoPeace Middle East denunciano da anni questa interdipendenza ambientale strutturale tra Gaza e Israele e i danni che una strategia ecocida può infliggere a tutte le persone e all’ambiente nel suo complesso.

La guerra come acceleratore di danno ambientale

Gaza non è un caso isolato, e non lo è nemmeno la sorpresa, spesso tardiva, con cui i governi si accorgono che il danno ambientale prodotto da un conflitto raramente resta confinato entro i territori in cui è stato inflitto.

Nel 1991, ritirandosi dal Kuwait, le truppe irachene di Saddam Hussein incendiarono o sabotarono tra i 600 e i 700 pozzi petroliferi, in quello che resta uno dei più grandi disastri ambientali deliberati della storia: le fiamme bruciarono per circa dieci mesi, riversando fumi tossici su un’area vastissima e creando centinaia di laghi di petrolio che, in parte, sono visibili nel deserto kuwaitiano ancora oggi.

Più o meno nello stesso periodo in cui veniva coniato il termine ecocidio erano gli Stati Uniti a sperimentarne in Vietnam una delle applicazioni più devastanti e durature: tra il 1961 e il 1971 vennero sparsi decine di milioni di litri di erbicidi, tra cui il famigerato Agente Arancio, per defogliare foreste e distruggere i raccolti usati dai combattenti Viet Cong. Decenni dopo, tracce di diossine tossiche sono state trovate nel latte materno delle donne vietnamite, a testimonianza di quanto a lungo un ecosistema, e i corpi di chi lo abita, possano restare segnati.

E poi c’è di nuovo l’Iraq: la guerra terminata ufficialmente nel 2011 ha lasciato in eredità, secondo diversi osservatori, un aumento significativo di difetti alla nascita e livelli elevati di piombo e uranio nella popolazione residente.

Tre conflitti diversi, tre epoche diverse, un’unica costante: la distruzione ambientale prodotta dalla guerra non si esaurisce con il cessate il fuoco, e spesso finisce per colpire anche chi l’ha causata. È proprio per dare un nome a questa dinamica che, cinquant’anni fa, è nato il concetto di ecocidio.

Ecocidio: la storia di una parola, il cammino di un reato

Il termine viene coniato nel 1970 dal biologo di Yale Arthur Galston, che lo usò per descrivere gli effetti della guerra chimica in Vietnam, definendolo la distruzione volontaria e permanente dell’ambiente in cui un popolo può vivere secondo le proprie scelte. Galston non si limitò a descrivere il fenomeno: ne propose subito la criminalizzazione, paragonandolo esplicitamente al genocidio. 

Otto anni dopo, nel 1978, il relatore speciale delle Nazioni Unite sul genocidio Benjamin Whitaker arrivò a proporre di inserire l’ecocidio nella Convenzione sul genocidio del 1948. La proposta non venne però adottata dalla sotto-commissione ONU competente, e il concetto rimase per decenni più un’intuizione morale che una categoria giuridica operativa.

La svolta arriva nel 2020, quando la Stop Ecocide Foundation convoca un panel indipendente di 12 giuristi internazionali per elaborare, finalmente, una definizione tecnica utilizzabile in tribunale. Nel giugno 2021 il panel presenta la propria definizione di ecocidio come: «atti illeciti o arbitrari commessi con la consapevolezza che esiste una probabilità sostanziale di danno grave e diffuso, oppure a lungo termine, all’ambiente». Una definizione pensata esplicitamente per includerlo come quinto crimine dello Statuto di Roma della Corte penale internazionale, accanto a genocidio, crimini contro l’umanità, crimini di guerra e aggressione.

Oggi, a metà 2026, l’ecocidio resta un concetto in movimento più che un reato compiuto. Sul piano internazionale, nel settembre 2024 Vanuatu, Fiji e Samoa hanno depositato formalmente la proposta di emendamento allo Statuto di Roma. La Repubblica Democratica del Congo vi ha aderito pochi mesi dopo. Nel dicembre 2025 l’Ufficio del Procuratore della Corte penale internazionale ha pubblicato una policy che, senza creare un nuovo reato, indica come perseguire il danno ambientale grave attraverso le norme già esistenti dello Statuto, inclusa quella, già in vigore, che mette sotto accusa gli attacchi militari condotti sapendo che causeranno un danno ambientale diffuso e sproporzionato rispetto al vantaggio militare atteso.

Il passo più concreto, però, arriva, per una volta, dall’Unione europea: la nuova Direttiva sulla criminalità ambientale 2024/1203, in vigore dal maggio 2024, introduce per la prima volta nel diritto di un’organizzazione internazionale una categoria di “reati qualificati” per condotte comparabili all’ecocidio, punibili con pene detentive fino a dieci anni. A livello nazionale, almeno una quindicina di paesi, tra cui Francia, Belgio e Vietnam, hanno già introdotto l’ecocidio nei propri codici penali.

Per Gaza, in particolare, il termine è finora usato soprattutto in sede di documentazione e advocacy: nell’ottobre 2024 il centro palestinese Al Mezan ha pubblicato un rapporto dal titolo Ecocide: Israel’s Deliberate and Systematic Environmental Destruction in Gaza, e nel settembre 2025 la Commissione d’inchiesta indipendente delle Nazioni Unite ha riconosciuto la distruzione ambientale come una forma di “grave danno” rilevante ai fini dell’accertamento del crimine di genocidio. Un passo importante, ma che resta comunque interno al procedimento per genocidio, non un’incriminazione per ecocidio in sé. Nessun tribunale ha finora emesso una sentenza di ecocidio riferita a Gaza: quello che esiste, per ora, è un quadro concettuale sempre più solido, ma non ancora una condanna.

Gaza: il ruolo dei metalli pesanti

Per l’inquinamento da metalli pesanti, Woodward richiama alcune incertezze. I dati più solidi di cui disponiamo non riguardano l’attuale conflitto, ma quelli precedenti. Uno studio del 2015, condotto su campioni di suolo prelevati da 14 crateri da bombardamento in terreni agricoli di Gaza dopo tre guerre successive, ha misurato concentrazioni di piombo pari a 4,5 volte il valore atteso e di cadmio quasi dieci volte superiori alla norma. Un secondo studio sulle acque di falda, condotto su pozzi scavati a mano, ha rilevato concentrazioni elevate degli stessi metalli (piombo, cadmio, rame, cromo), coerentemente con la stima, indipendente, secondo cui già prima dell’attuale conflitto circa l’80 per cento dell’acqua di falda di Gaza era considerata inutilizzabile per il consumo umano.

Sulla guerra in corso, però l’UNEP ammette esplicitamente, sia nella valutazione preliminare del giugno 2024 sia in quella aggiornata del settembre 2025, che la contaminazione di suolo e acquifero costiero da sostanze chimiche e metalli pesanti «potrà essere compresa pienamente solo attraverso campionamenti e analisi più dettagliati», che restano impossibili da condurre in modo sistematico per le restrizioni di accesso e le condizioni di sicurezza sul terreno. 

In altre parole: che le circa 61 milioni di tonnellate di macerie stimate dall’UNEP contengano piombo, mercurio, cadmio, amianto e residui di munizioni è altamente plausibile, coerente con la composizione nota dei materiali da costruzione demoliti e degli ordigni utilizzati, e già osservato puntualmente sul terreno, ma non è, a oggi, misurato in modo sistematico e aggiornato come lo era, per esempio, per i crateri del 2014. 

Anche un’inchiesta di data journalism realizzata da Bloomberg, basata su immagini satellitari e testimonianze locali, parla di acque reflue miste a piombo, mercurio e cadmio provenienti da ordigni inesplosi e da pannelli solari danneggiati, un quadro coerente con quello disegnato da Woodward, ma costruito, per necessità, più su indizi convergenti che su un monitoraggio scientifico continuativo.

È un dettaglio che non sminuisce la gravità della situazione, anzi. Il fatto che l’agenzia ONU competente dichiari apertamente di non poter accedere al terreno per misurare con precisione un rischio che considera comunque “senza precedenti” è, a suo modo, un ulteriore indicatore della gravità della crisi in corso.

La cecità di chi si crede altrove

Insomma, il ricorso all’ecocidio si ritorce anche su chi lo pratica, ma la consapevolezza spesso rimane vaga, anche a causa dei depistaggi e delle coperture messe in atto dagli attori in causa. Per esempio, all’inizio della guerra, nel novembre 2023, il ministro israeliano per il Patrimonio, Amichai Eliyahu, interpellato in un’intervista radiofonica sulla possibilità di sganciare una bomba atomica su Gaza, rispose che si trattava di «un’opzione». Vero, le sue parole gli costarono la sospensione immediata dal governo da parte di Netanyahu, che le definì prive di fondamento, ma rimangono paradigmatiche dell’idea che un simile atto avrebbe colpito “loro” e non “noi”, come se Israele fosse collocato altrove, fuori dalla mappa fisica in cui è effettivamente inserito. 

È esattamente l’errore concettuale che la vicenda delle acque reflue e delle macerie contaminate smentisce punto per punto: le correnti del Mediterraneo non conoscono checkpoint, le falde acquifere non si fermano ai confini amministrativi, i pesci migrano senza passaporto. Un territorio condiviso, o anche solo contiguo, come sono Gaza e Israele, o Gaza e la Cisgiordania, rende ogni forma di danno ambientale, per definizione, reciproco, indipendentemente dalle intenzioni di chi lo provoca.
 

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