deumanizzare,-violentare,-prostituire:-lo-sfruttamento-sessuale-delle-donne-migranti-tra-tunisia-e-libia

«(A Sfax) i poliziotti sono venuti a prenderci dopo aver rotto tutto. Non so come sia successo, ci hanno violentato, capisci. Durante un’irruzione della polizia nelle zitounes*, la polizia ha violentato le donne, compresa mia figlia, che è rimasta incinta… Sì, ti arrivano addosso, sì… non sapevo cosa fare, mi hanno picchiato e volevo difendere mia figlia che è stata violentata».

Questa è la testimonianza di FTM, che racconta di essere stata portata in una struttura a Characharah, in Libia, dove donne e bambini vivono in condizioni estreme e dove carcerieri e acquirenti dispongono dei loro corpi.

Il processo di negoziazione e di scambio tra guardie e soggetti esterni è chiamato barnamiche, ma è solo uno degli ultimi passaggi ai quali uomini e donne detenute sono sottoposti. Comincia tutto molto prima: con un arresto, una perquisizione, un documento distrutto, un viaggio dentro camion per il bestiame.

Quella di FTM non è una storia isolata: è uno dei 33 racconti raccolti da dicembre 2024 a febbraio da RR[X] – gruppo internazionale di ricerca che ha scelto di rimanere anonimo per proteggere ricercatori e ricercatrici, collaboratori e testimoni – in partnership con ASGI, Border Forensics, The Routes Journal, On Borders e Melting Pot Europa. Il rapporto Women State Trafficking, in cui sono raccolte queste storie, denuncia violenze di genere,  tratta di donne migranti tra Tunisia e Libia e sfruttamento sessuale.

Secondo RR[X], tra giugno 2023 e dicembre 2025, circa 7.400 persone sarebbero state vittime della tratta di Stato: una stima per difetto, calcolata sulle 59 operazioni di espulsione collettiva dalla Tunisia alla Libia che il gruppo dichiara di avere documentato attraverso le testimonianze.

Il primo rapporto aveva individuato cinque passaggi: arresto in Tunisia, trasporto verso il confine, detenzione nelle aree di frontiera, passaggio e vendita a gruppi armati libici e, infine, detenzione nelle prigioni libiche fino al pagamento di un riscatto. Il nuovo rapporto aggiunge a questa sequenza una domanda: cosa succede alle donne quando il riscatto non può essere pagato?

Diciannove delle persone intervistate sono donne, tre delle quali minorenni; tredici sono madri di bambini piccoli o neonati e cinque erano incinte al momento dell’arresto e dell’espulsione.

Le interviste, condotte da una ricercatrice con esperienza nei servizi antitratta, non raccontano soltanto singoli episodi di violenza, ricostruiscono una sequenza: dall’arresto e dal trasferimento forzato dalla Tunisia alla detenzione in Libia, fino al sequestro e allo sfruttamento. In alcuni casi, le testimoni e i testimoni hanno condiviso con RR[X] immagini audio e video che, secondi i ricercatori e le ricercatrici, hanno permesso di ricostruire i tempi e i luoghi delle violenze.

Le testimonianze sono organizzate attorno a tre verbi: deumanizzare, violentare, prostituire.

Deumanizzare: da persona a corpo prigioniero

Nelle aree di frontiera tra Tunisia e Libia, le persone vengono rinchiuse in spazi che le testimonianze descrivono come gabbie o recinti metallici. Alcuni hangar sono sovraffollati, privi di ventilazione e di servizi igienici; in alcuni casi l’acqua distribuita sarebbe salata o destinata agli animali.

Le pratiche raccontate dalle persone migranti mostrano «una progressiva distruzione della dignità personale, attraverso la cancellazione di status, diritti e umanità. L’arresto arbitrario, la distruzione dei documenti, le perquisizioni pubbliche, il trasporto in condizioni degradanti, la reclusione in spazi assimilati a gabbie e, infine, la cessione a soggetti armati terzi non sono dunque episodi isolati, ma si configurano come segmenti di una medesima filiera, finalizzata alla trasformazione delle persone in merci. Da soggetti titolari di diritti a corpi trattenuti, trasferibili e scambiabili liberamente», si legge nel report.

Anche la cura si trasforma in uno strumento di coercizione. Le testimonianze descrivono la privazione di acqua e cibo e il diniego di assistenza sanitaria. Tra le violenze subite dalle donne detenute ci sono anche numerosi casi di aborti indotti dalle condizioni di deprivazione. Inoltre, neonati e bambini piccoli sono stati trattenuti in condizioni igieniche estremamente precarie.

La gravidanza diventa un’ulteriore vulnerabilità: le donne sono costrette ad affrontare da sole emergenze mediche, gravidanze indesiderate e aborti spontanei all’interno delle celle, in totale assenza di personale medico e con l’unico supporto delle altre recluse. Come viene ribadito più volte nel report, non è soltanto l’assenza di un medico a rendere queste condizioni particolarmente gravi. È il fatto che, secondo le testimonianze, la richiesta di aiuto rimanga senza risposta anche quando le conseguenze sono evidenti. «L’assenza di cure mediche non si configura come una conseguenza involontaria di una disattenzione o come il prodotto di una più generale condizione di inefficienza, bensì come una tecnica di coercizione, al limite della tortura, nei confronti di un soggetto razzializzato, il cui genere delinea una condizione di ulteriore vulnerabilità», spiega RR[X].

Violentare: le dinamiche del potere

Il rapporto raccoglie racconti di ispezioni corporali invasive effettuate da uomini in uniforme, anche in luoghi esposti alla vista degli altri detenuti. In alcuni casi, le perquisizioni sarebbero sfociate in veri e propri abusi sessuali. Una delle testimonianze raccolte nel rapporto racconta di oltre 70 persone trasferite dalla Tunisia alla Libia. Secondo la donna, al confine sarebbe avvenuto uno scambio tra i due gruppi: «Ci hanno venduto in cambio di taniche di carburante». Dopo lo scambio, uomini e donne sarebbero stati trasferiti in diverse strutture detentive.

Le violenze non si interrompono una volta attraversato il confine. In Libia, raccontano le donne intervistate, gli stupri possono diventare quotidiani. Le guardie entrano nelle strutture detentive, scelgono alcune donne e le portano fuori, talvolta con il pretesto di un lavoro. In altri casi le donne vengono trasferite in edifici abbandonati nei pressi delle prigioni, dove subiscono violenze e poi vengono riportate in cella. Una testimone racconta di donne selezionate quotidianamente e portate fuori dalla prigione per essere violentate. Un’altra descrive perquisizioni intime ripetute e la selezione di donne per lavori che si rivelano poi essere violenza sessuale.

Lo stupro non è soltanto una forma di violenza individuale, ma uno strumento di potere usato anche contro chi assiste. Il rapporto denuncia anche episodi di violenza sessuale compiuti davanti ad altri detenuti, compresi mariti, padri e figli. La donna diventa il bersaglio diretto; la sua famiglia, quello indiretto. La minore età non costituisce una protezione dalla violenza fisica e i bambini possono essere costretti ad assistere alle violenze subite dalle madri.

Il corpo, a questo punto, non è più soltanto prigioniero, è un corpo sul quale il potere può esercitarsi senza limiti.

Prostituire: quando la prigione diventa mercato

Le testimonianze permettono, secondo RR[X], di ricostruire il passaggio dalla prigione al lavoro forzato e, per molte donne, dalla prigione alla prostituzione forzata. Il meccanismo funziona così: chi non può pagare il riscatto resta detenuto. Per le donne che non dispongono di una rete familiare in grado di procurare il denaro, il lavoro sessuale forzato diventa in alcuni casi il modo imposto per estinguere il debito. Tra le 19 intervistate, 7 sono state avviate al lavoro sessuale forzato nelle cosiddette “case della prostituzione”, ulteriori luoghi di detenzione e sfruttamento.

Nel report si accenna anche al processo di negoziazione e scambio delle donne facendo riferimento a dei “cataloghi”. Una delle testimonianze, infatti, racconta di essere stata fotografata dalle guardie. Gli uomini arrivano nelle strutture, osservano le fotografie, scelgono le donne e trattano con le guardie.

Una delle donne intervistate racconta di essere stata venduta da una guardia libica, portata in un bordello e costretta alla prostituzione. Dice di non avere avuto scelta sui clienti né sul prezzo: il denaro veniva incassato dai proprietari. Il lavoro poteva inoltre estendersi fuori dal bordello, con trasferimenti nelle case dei clienti o per lavori domestici. Il debito, alla fine, era considerato saldato e solo allora arrivava la possibilità di uscire.

Una testimone racconta di essere stata venduta in due bordelli diversi mentre aveva con sé la sorella di otto anni, costretta ad assistere a ogni abuso. Quando la testimone si rifiutava di
prostituirsi, veniva costretta sotto minaccia di sottoporre la sorella alla stessa violenza.

RR[X] parla di “schiavitù per debito”, temporanea nella durata ma imprevedibile nella sua fine, e capace di trasferire le donne dalle prigioni alle case di prostituzione forzata o al lavoro domestico.

Le responsabilità dell’Europa

«Dal 2023 a oggi, la Tunisia, grazie all’impiego di ingenti fondi europei, ha costruito un sistema di intercettazioni in mare, arresti ed espulsioni collettive verso la Libia che colpisce migliaia di migranti e rifugiati di origine subsahariana, fra cui numerose donne, famiglie, minori e bambini», denuncia RR[X] in apertura del rapporto.

Nel febbraio 2026 il Parlamento europeo ha approvato l’inserimento della Tunisia nell’elenco UE dei Paesi di origine sicuri. Una scelta contestata da numerose organizzazioni non governative e associazioni per i diritti umani.

Ripercorrendo quanto successo prima di questi eventi, nel febbraio 2025, dopo la pubblicazione del primo rapporto, il Ministero degli Esteri tunisino aveva respinto le denunce definendole «accuse calunniose» e basate su «notizie false e fuorvianti». Nella risposta del marzo 2025 a una comunicazione dell’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i diritti umani, la missione tunisina a Ginevra aveva sostenuto di non avere ricevuto denunce relative al coinvolgimento delle autorità tunisine nella tratta e di non avere quindi avviato indagini.

RR[X] cita inoltre un rapporto del 2025 del Dipartimento di Stato statunitense sulla tratta di esseri umani con delle segnalazioni secondo cui alcuni funzionari tunisini avrebbero “venduto” migranti alle autorità libiche e a gruppi armati per sfruttarli nel traffico di manodopera e nel traffico sessuale.

Sul piano giudiziario, con il supporto legale di Asgi, due ricorsi sono stati depositati contro la Tunisia alla Corte africana dei diritti dell’uomo e dei popoli. Si fondano sulle testimonianze di due sopravvissuti oggi in Italia e mirano a far emergere la responsabilità dello Stato tunisino per «detenzione arbitraria, violenza, espulsione collettiva e vendita di esseri umani a reti di sfruttamento libiche».

Nelle raccomandazioni finali di Women State Trafficking si chiede protezione immediata per le vittime e i testimoni, accesso pieno alle strutture della Guardia nazionale tunisina al porto di Sfax e nelle aree di frontiera tra El Meguissem (Tunisia) e Al Assah (Libia), un’indagine internazionale indipendente anche sulle fosse comuni e la sospensione di ogni nuovo finanziamento europeo per le politiche di frontiera verso Tunisia e Libia finché non saranno chiarite le responsabilità.

*Derivato dalla parola araba che significa “olive” (zaytoun), questo termine è usato per descrivere accampamenti informali all’aperto o rifugi di fortuna nascosti tra gli uliveti o nei campi.
 

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