ventiquattro-anni-senza-stephen-gould-(e-ci-manca)

Ricordo la prima volta che ho sentito parlare di Stephen Jay Gould. Doveva essere giugno o luglio, perché faceva già piuttosto caldo.

Mi trovavo nel laboratorio del piano interrato dell’Istituto di Farmacologia “Egidio Meneghetti” di Padova, dove lavoravo alla mia tesi di laurea in biologia. Ricordo con precisione quella mattina, quando incrociai nel corridoio Federico, uno dei ragazzi che lavorava in un altro laboratorio nello stesso seminterrato, già laureato e nel pieno del suo periodo di dottorato. Ci incrociammo nel corridoio, camminando un po’ di fretta. Io avevo il secchiello del ghiaccio in mano per iniziare la mia giornata di lavoro e dopo un rapido saluto stavamo andando ognuno per la sua strada, quando Federico all’improvviso si girò e mi disse: “Ah, ho appena letto un libro molto carino, secondo me ti piace. È su argomenti di biologia evolutiva… l’autore è un certo Gould… bello, anche se secondo me è un po’ troppo forte nelle sue affermazioni. Se vuoi te lo presto”. Gli risposi che sì, mi sarebbe piaciuto leggerlo e dopo qualche giorno me lo portò in laboratorio.

Era l’inizio estate del 1991 e quella fu la prima volta che mi imbattei in Stephen Jay Gould. Il libro era Wonderful life. The Burgess Shale and the Nature of History (trad. it. La vita meravigliosa. I fossili di Burgess e la natura della storia). Rimasi folgorato. Decisi immediatamente che dovevo averlo. In quel momento nelle librerie non era disponibile, quindi lo cercai nella biblioteca della mia facoltà. Qualche settimana dopo ne avevo una copia rilegata, ottenuta producendo una lunga serie di fotocopie clandestine: la possiedo ancora oggi.

“Non ho più smesso di leggere qualsiasi cosa trovassi di Gould”

Da quel giorno non ho più smesso di leggere ogni cosa che riuscivo a trovare di Gould. Intervallavo le raccolte dei suoi saggi a uno dei suoi libri monografici tra i quali, alcuni anni dopo la versione fotocopiata, proprio il libro che me lo fece conoscere, La vita meravigliosa, che riuscii finalmente ad acquistare e rilessi. Non so perché decisi di rileggerlo, ma ricordo che avere in mano il libro vero e proprio mi trasmise una sensazione di autentico privilegio per averlo trovato e sentii che dovevo rileggerlo, quasi per una forma di rispetto nei suoi confronti per averlo letto la prima volta in fotocopie.

Così facendo, senza rendermene conto, diedi inizio proprio con questo libro a ciò che in seguito presi l’abitudine di fare sempre, cioè rileggere ad una certa distanza di tempo tutta la sua produzione scientifica, perché quella prima volta scoprii che al mio cervello accadeva qualcosa di eccitante. Sono uno di quei lettori che riduce i libri (anche quelli universitari) in uno stato pietoso: tantissime sottolineature, annotazioni a bordo pagina, asterischi, frecce e richiami. Ogni pagina finisce per diventare una mappa del mio modo di leggere e di pensare. Un metodo un po’ bizzarro, si potrebbe pensare, ma certamente utile. Ma nonostante queste numerosissime chiose possano rendere noiosa la rilettura di un testo nel quale non ti puoi aspettare più alcuna sorpresa, mi accorsi che mi accadeva esattamente il contrario. Qualcosa mi spingeva a rileggere con una speciale attenzione proprio le pagine che risultavano intonse o poco evidenziate. E puntualmente vi trovavo sempre qualcosa di sorprendente, un suo pensiero stimolante che nella prima lettura non aveva attirato la mia attenzione. Ecco, questo è uno dei tanti piccoli effetti collaterali che l’incontro con Gould ha avuto su di me e ancora oggi questo metodo mi è rimasto, per qualunque cosa io legga.

Man mano che mi immergevo nelle sue opere sentivo che moltissime delle caratteristiche che trovavo così compiutamente espresse in Gould e che ammiravo erano presenti dentro di me come inclinazioni, che aspettavano solo il modo ed il momento di esprimersi. Il costante confronto con le sue idee mi permise, anzitutto, di maturare in modo completo la mia prima e fondamentale riflessione da aspirante biologo che si stava interrogando sul mondo che lo circonda: la strada più proficua per leggere la natura ed imparare da essa non è quella dei facili riduzionismi né quella delle giustificazioni di comodo, ma quella più irta che porta ad ammirare la sua irriducibile complessità, accettare la sua imprevedibilità e godere, infine, della bellezza della sua sorprendente diversità.

Una visione della vita di forza straordinaria

Arrivai, così, a cogliere fino in fondo l’impatto dell’idea gouldiana di contingenza: l’evoluzione non ha un fine prestabilito, e l’essere umano è tutt’altro che il culmine necessario della natura, ma solamente un piccolo ramoscello contingente in un cespuglio evolutivo incredibilmente ramificato. Immerso in queste riflessioni, mi sorpresi a provare quasi un senso di liberazione per aver trovato in questa visione della vita una forza straordinaria. Mi venne spontaneo chiedermi perché una conclusione che a me appariva tanto semplice e, soprattutto, così liberatoria, fosse invece tanto difficile da accettare per la nostra specie. La risposta mi sembrò quasi disarmante: accettare davvero fino in fondo la contingenza gouldiana significava mettere in discussione l’idea che fossimo qualcosa di speciale, il punto verso cui necessariamente tendeva la storia della vita. Significava fare i conti con una forma di arroganza profondamente radicata nel nostro modo di concepirci e riconoscerci finalmente per quello che siamo. Ogni nuova lettura era come raggiungere una vetta più alta della precedente, che si spostava sempre più in alto alla lettura successiva.

Avevo letto le prime tre o quattro raccolte di saggi e mi decisi a leggere un altro dei suoi libri monografici, La freccia del tempo, il ciclo del tempo: mito e metafora del tempo geologico. Dopo poche pagine la mia reazione fu semplicemente “Wow… È pazzesco!!”. Ebbi la precisa sensazione di esser riuscito a capire profondamente la geologia, in precedenza qualcosa di molto lontano da me. Ma più ancora, imparai da questo libro un’altra lezione fondamentale sulla presunta oggettività della scienza e di coloro che la praticano: nella scienza non tutto è sempre come appare. Addentrandomi nei capitoli, mi resi conto che un argomento così lontano dai miei interessi principali stava diventando come un romanzo d’avventura, carico di suspense, dove i protagonisti avevano ingaggiato uno scontro mortale tra generazioni. Pagina dopo pagina, percepivo che qualcosa stava accadendo. Pur non conoscendo gli argomenti, mi sentivo come preso per mano e guidato in modo magistrale in quel labirinto di teorie contrastanti, finché arrivai a capire nitidamente che tutto lo scontro si giocava sul palcoscenico del più classico degli errori: le storie dei progressi della scienza vengono sempre raccontate perpetuando la narrazione manichea secondo cui ci sono gli scienziati dei decenni o secoli passati, con buone intuizioni ma inevitabilmente erronei in quanto ancora arretrati, contrapposti ai loro colleghi più moderni, necessariamente illuminati in quanto dotati di maggior rigore scientifico e perciò sempre nel giusto.

Gould distrugge questa narrazione di comodo e, attingendo al suo talento narrativo migliore, ci mostra perché non si debba mai rinunciare ad una lettura integrale e senza pregiudizi delle opere dei diversi protagonisti, unita a un’analisi della dimensione umana e psicologica di uno scienziato. Scoprii, così, che la figura del vecchio geologo, da sempre liquidato come autore di teorie arretrate e poco scientifiche, si rivela essere molto più rigorosa del collega più moderno, per tutti il vero eroe e fautore della visione corretta della geologia. La sorpresa che ebbi di fronte a questa storia, ma soprattutto il modo in cui Gould riuscì a raccontare questa epica battaglia, mi provocarono una sensazione indescrivibile, quasi uno stato di eccitazione.

Dopo altre raccolte di saggi, iniziai a rivolgere il mio pensiero al suo Ontogenesi e Filogenesi. Per lungo tempo l’argomento non mi aveva attirato particolarmente: lo avevo sempre immaginato ostico, quasi troppo da specialisti e forse anche un po’ noioso rispetto all’incredibile fascino che avevano avuto su di me fino a quel momento tutti i suoi saggi e, più ancora, i primi due libri che avevo letto. Avevo quindi rinviato il momento di leggerlo, aspettando l’ispirazione giusta. Capii che era arrivata quando un giorno, ripensando a quel libro, fui improvvisamente attraversato da un desiderio irrefrenabile di leggerlo. Mi aveva scosso un pensiero: e se Gould fosse stato capace di riservarmi una sorpresa anche su questo argomento? Come sarà riuscito a trattarlo? Avrà fatto un’altra delle sue magie narrative? Sentii che lui non poteva aver tradito la mia fiducia… E fu un’ennesima rivelazione. Avevo studiato quegli argomenti all’università, ma pareva che fino a quel momento non avessi capito nulla del mondo pazzesco che si celava dietro quell’aspra diatriba scientifica, finché non fu Gould ad illuminarla con la sua genialità. Ogni volta le stesse emozioni mi scuotevano. Arrivai, così, fino all’ultima raccolta di saggi della quale Gould curò l’edizione quando era già nuovamente malato (I Have landed), e fu ancora una volta una sorpresa commovente. Non sapevo, però, che l’apoteosi dovesse ancora arrivare. Ebbi l’occasione di sperimentarla quando mi infortunai un ginocchio (a posteriori ho pensato che sia stata una benedizione) e dopo l’operazione rimasi in malattia per un mese. A casa un mese intero… e avevo da poco comprato La struttura della teoria dell’Evoluzione, l’opera che è stata definita la sua “mostrografia”, il gigantesco testamento scientifico sulle sue idee sull’Evoluzione, 1.700 pagine di Gould a tutto campo. Fino a quel momento non avevo ancora avuto il coraggio di affrontare il libro, ma era arrivato il momento. Inutile dirlo: l’ho letto compulsivamente, divorato. Mi sentivo come un fiume in piena e riempii le pagine di annotazioni. Capitolo dopo capitolo, accumulai anche decine di fogli a parte di appunti e riflessioni. L’ho riletto a pezzi più volte di ogni altra sua opera, in alcuni momenti l’ho ripreso in mano anche solo per pochi giorni per il gusto di averlo sulle ginocchia e rileggere le sue parole capaci di ispirarmi sempre qualcosa… e sì, l’ho portato con me in alcuni anni come libro di vacanza.

Rigore scientifico e una rara forma di compassione umana

Questo era Stephen Jay Gould.
Aveva una qualità rarissima: riusciva sempre a tenere insieme rigore scientifico, profondità storica, onestà intellettuale e una rara forma di compassione umana. Non spiegava solo l’evoluzione al suo vasto pubblico, per la maggior parte composto da persone non addette ai lavori (questo era proprio il suo più grande orgoglio), ma insegnava piuttosto come pensare. Il monito era di non fermarsi mai alle prime convinzioni, di andare oltre ed esplorare, ad esempio, l’immenso valore euristico dell’errore nella scienza o il peso della storia nella produzione delle idee.

A distanza di quasi due decenni dal mio primo incontro con Gould ero arrivato al punto di aver letto praticamente tutto quello che era disponibile e rintracciabile in italiano, così decisi di cercare in rete se ci fosse qualcos’altro che non conoscevo. Scoprii Pikaia, un sito online dedicato all’evoluzione il cui nome era ispirato proprio dalla straordinaria parte finale del libro di Gould che cambiò per sempre il mio pensiero, La vita meravigliosa. Scrissi nella posta dedicata ai lettori se qualcuno avesse altre cose contenenti scritti di Gould diversi dalle raccolte di saggi e dai libri più noti. Una lettrice mi rispose che aveva una collezione di vecchi numeri della rivista Airone, dove ricordava fossero ospitati numerosi articoli di Gould e me li regalò. Che dire, era sempre lui, il solito meraviglioso e spumeggiante Gould che anche in quelle sedi minori era sempre raffinato come nei suoi grandi libri, perché per lui la divulgazione non doveva e non poteva mai diventare sterile semplificazione, ma sempre responsabilità morale. Vorrei terminare ricordando i due aspetti a mio avviso forse più sorprendenti della sua vita di uomo e di scienziato, quelli che più hanno fatto vibrare le mie corde profonde, lasciando in me un segno indelebile.

Impegno sociale e battaglia politica

Sono due gli aspetti che mi hanno sorpreso più di tutte le altre tematiche da lui trattate, perché lontani dalle sue specifiche materie di competenza, e proprio per questo più sorprendenti.

Il primo aspetto riguarda il Gould impegnato socialmente. Non è mai stato un politico, ma si è sempre sentito profondamente coinvolto nelle vicende della società in cui viveva con il forte senso civico di chi sente di dover fare la propria parte. Ecco perché non poteva che essere sua la più straordinaria e convincente discesa in campo per difendere la biologia come disciplina troppo spesso strumentalizzata e piegata da interessi politici personalistici per legittimare il potere. Intelligenza e pregiudizio è il più potente strumento scientifico di critica che io abbia mai letto, capace di demolire e smontare completamente qualunque presunto valore scientifico dei concetti di razzismo biologico e innatismo. La forza del libro non sta solo nell’essere riuscito a far capire ai lettori in modo straordinariamente semplice – ma profondo – che l’errore più grande che si possa fare sarebbe quello di considerare quelle idee potenzialmente sensate nel periodo storico del passato nel quale sono nate perché, in realtà, erano comunque fattualmente sbagliate. Gould va anche oltre, ci illumina come solo lui ha saputo fare, perché scava prima di tutto nella dimensione psicologica di tutti i personaggi esaminati riuscendo, poi, a fondere magistralmente questa dimensione che lui riteneva sempre fondamentale (amava ripetere che nessuno scienziato è scienziato e basta, siamo tutti prima uomini) con l’analisi puntuale dei loro dati scientifici, dimostrando quanto e come essi furono influenzati da convinzioni a priori e forti pregiudizi. Solo così capiamo perché queste idee sono state difese, a quali bisogni volevano rispondere, perché seducano ancora così tanto e, infine, perché ritornino ciclicamente. Lessi questo libro quando ero già più adulto rispetto alle prime letture da studente universitario e l’incontro con il testo fu non solo la svolta che stavo cercando su questo argomento, ma anche la cosa interiormente più toccante che mi sia mai capitata leggendo un libro. Ricordo che mentre lo leggevo una voce dentro di me mi diceva: “Ecco… è questo quello che cercavo! È questa storia così raccontata e questa analisi così unica che mi mancava!”.

Ma il Gould forse più inatteso, e per questo ancor più ammirevole, emerge nell’altra sua grande battaglia civile, quella contro il cosiddetto “Creazionismo Scientifico”. Nel 1981 lo Stato dell’Arkansas approvò, quasi in sordina, una legge che imponeva alle scuole dello Stato di dedicare nei programmi didattici un trattamento equo all’insegnamento della teoria dell’evoluzione assieme a quella del cosiddetto “Creazionismo Scientifico”. Dietro le quinte di questa iniziativa si celava un gruppo di aderenti a un’organizzazione religiosa della California, che usava argomentazioni pseudo-scientifiche per tentare di dimostrare la verità letterale del racconto biblico della Genesi. Contro questa legge fu intentata una causa grazie all’American Civil Liberties Union (organizzazione americana per la difesa dei diritti civili che sostenne la difesa), che riunì un gruppo straordinariamente eterogeneo di ricorrenti, tra i quali genitori, insegnanti, membri di numerose altre confessioni religiose e alcuni scienziati di varie discipline. Tra questi fu chiamato a testimoniare in qualità di esperto di evoluzione Stephen Jay Gould.

Non delegò ad altri il compito al quale era stato chiamato e andò in tribunale. La sua testimonianza fu strategicamente fondamentale perché riuscì a demolire la credibilità del creazionismo scientifico dimostrando che i suoi membri stavano usando una retorica ingannevole. Per farlo, Gould usò come argomentazioni alcuni dei suoi cavalli di battaglia già tante volte presenti nei suoi saggi e libri e lo fece senza arroganza, trattando gli avversari come cittadini eventualmente da convincere, non come nemici da attaccare e schiacciare. Lo fece con una chiarezza e semplicità disarmante, senza tecnicismi, per farsi comprendere dal giudice federale che doveva decidere sulla causa e che, alla fine del processo, dichiarò quella legge incostituzionale.

Gould ci insegna in modo magistrale che la scienza non deve essere usata né per giustificare presunte disuguaglianze tra le persone, utili a cercare scorciatoie morali per giustificare certe azioni, né per avallare ed imporre dogmi per i propri interessi. Ecco perché l’ho amato e lo amo: perché impersonifica ciò che io avevo sempre voluto diventare; perché si espose, perché rischiò, perché decise di perdere tempo e forse anche prestigio e serenità per qualcosa che in fin dei conti non gli serviva ma che riteneva giusto. Sono riuscito a trovare in rete la trascrizione del verbale di quel famoso processo e sono riuscito a leggere l’intera testimonianza originale che Gould rese in tribunale. Si poteva respirare la bellezza dei suoi pensieri.

Eclettismo ed erudizione

Un’ultima riflessione a compendio del mio percorso lungo il sentiero di Gould. Credo che rappresenti uno dei rarissimi esempi di coesistenza di eclettismo ed erudizione. Il suo eclettismo gli ha donato la capacità di muoversi con naturalezza tra discipline ed interessi diversi, riuscendo sempre a cogliere collegamenti che nessun altro riusciva a vedere. Era eclettico non tanto e non semplicemente per i molti interessi che aveva, ma più profondamente nel modo di ragionare. Ogni saggio o libro, che parta da una partita di baseball, da un’opera di Mozart, dalla caratteristica architettonica di una basilica, da un quadro fiammingo, da un’opera letteraria o da un fatto politico… porta sempre il lettore, senza quasi che se ne accorga, a discutere di profondi concetti di evoluzione, di contingenza, di selezione naturale o di storia della biologia. L’unicità del suo eclettismo era questa: non una semplice varietà di interessi, ma la capacità affascinante di costruire inaspettati ponti concettuali.

Ma Gould era senz’altro anche un erudito. Ce ne accorgiamo quando realizziamo che i suoi ponti concettuali non sono intuizioni improvvisate. Qualunque riferimento bibliografico non solo a tutti i personaggi più importanti delle sue discipline, ma anche a tutte le figure apparentemente minori o del passato anche al di fuori dei suoi ambiti specialistici (come potevano essere un Leonardo da Vinci o le centinaia di altri personaggi di ogni campo del sapere che sfilano nei suoi saggi) era sostenuto da una documentazione impressionante. Gould non solo verificava personalmente tutte le citazioni e i dettagli ma, cosa che più di ogni altra sua caratteristica mi impressionò, cercava sempre tutte le fonti nell’originale e molto spesso, laddove riusciva con il suo non trascurabile plurilinguismo, le leggeva nella lingua originaria dell’autore per avere la certezza di cogliere dalle sfumature dei termini la vera essenza dei loro ragionamenti.

Questa vastissima ed approfondita conoscenza che lo annovera di diritto tra gli uomini più eruditi del suo tempo era il risultato della quintessenza di ciò che in piccolo sentivo essere la voce più forte dentro me: il desiderio insaziabile di conoscenza che scaturiva da una curiosità indomabile. Ne emerge un uomo che aveva nell’eclettismo il suo modo più naturale di pensare e collegare i fatti più disparati, e nell’erudizione il fondamento rigoroso del suo metodo. Moltissimi altri scienziati sono stati prevalentemente o eruditi o eclettici, ma nessuno, a mio avviso, era mai riuscito a fondere assieme entrambi questi aspetti espressi a livelli così eccelsi. Questa fusione ha dato vita in lui a quella dimensione che lui stesso dichiara essere sempre stata la sua vera diversità e che invita tutti i suoi lettori a ricercare.

Qualche anno fa mi capitò di fare un’ultima scoperta che mi emozionò profondamente. Cercando ancora una volta in rete qualcosa che non conoscessi di Gould, scoprii che in numerose università italiane erano state dedicate all’impatto della sua vastissima opera scientifica tesi di laurea non solo nei suoi campi di competenza della paleontologia, antropologia o biologia, ma persino in discipline come la filosofia, la linguistica e le scienze cognitive. Rimasi colpito non tanto dal loro numero, quanto dal fatto che discipline così diverse tra loro riconoscessero in lui un reale punto d’incontro fecondo. Questa è la concreta dimostrazione che la sua opera è stata effettivamente capace di abbracciare il sapere umano in tutta la sua ricchezza e diversità.

Non riesco ad immaginare un tributo più grande a Gould.

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