Pubblicato il 15/05/2026Tempo di lettura: 7 mins

Serve fare due considerazioni per leggere il libro appena uscito di Gianluca Schinaia L’età delle matrici edito da Codice (384 pagine, 24 euro). La prima è che conoscere gli impatti dell’attività estrattiva non serve per delegittimare la transizione ecologica, anche se questa è una scusa spesso usata dai detrattori (ma poi detrattori di cosa?). Tra l’altro l’attività estrattiva è anche quella che si fa per risucchiare da sottoterra i combustibili fossili. La seconda considerazione è che gran parte delle metriche d’impatto per produrre tecnologie rinnovabili oggi riportano un quantitativo di emissioni di gas serra sul ciclo di vita destinato necessariamente a scendere, via via che la transizione procederà. Se oggi gran parte dell’energia la faccio con il fossile è chiaro che emetto anche per fabbricare una pala eolica; ma quando le rinnovabili avranno definitivamente superato carbone, petrolio e gas è evidente che la stessa pala eolica sarà molto meno “emissiva”. Il punto sta nel governare al meglio la transizione, non a caso il sottotitolo del libro è Terre rare, materie prime e dinamiche di potere. I rapporti tra stati sono al centro del controllo della transizione e non può che essere così.

La competizione catalizza l’innovazione, si pensi alla “corsa all’oro spaziale”, come scrive Schinaia – cominciata con l’US Commercial Space Launch Competitiveness Act firmato da Obama, che autorizza i privati a estrarre risorse extraterrestri. O, restando sulla Terra, al grande riscatto cinese. Dopo il dominio di Stati Uniti e Giappone, la Cina ha recuperato e superato tutti sulla destra investendo in studio (39 università cinesi offrono corsi in chimica delle terre rare, mentre nessuna università americana ne ha di simili), usando massicciamente risorse pubbliche, producendo quindi in scala, applicando dumping, restringendo le esportazioni. Forse anche troppo. Infatti Schinaia racconta come l’Unione europea importi ormai il 70% delle proprie terre rare dalla Cina e che le restrizioni cinesi all’export dei magneti hanno già causato rallentamenti produttivi nell’automotive continentale nel 2025. Per questo è positivo il senso alla base del Critical Raw Materials Act europeo, che vuole arrivare al 2030 con il 10% di estrazione interna, il 40% di raffinazione e il 25% di riciclo.

Il libro di Schinaia potrebbe far vacillare il lettore suscettibile a troppi dati, soprattutto se inanellati in una narrazione dove emerge chiaramente che la transizione va fatta non abbracciando gli alberi o sperando che tutti diventino brave persone, ma tenendo conto che purtroppo il pianeta è governato da potenti senza troppi scrupoli (che spesso votiamo noi, questo serve ricordarlo). Fare i video su TikTok o su Instagram dove si denuncia l’azienda cattivona che rade al suolo pezzi di foresta amazzonica è giusto, ma si tenga presente che quei video non sono gratis. Il cloud non è una nuvola: è cavi sottomarini, data center, transistor costruiti con decine di elementi rari. Uno smartphone moderno contiene circa 63 elementi chimici diversi, il doppio rispetto ai modelli di qualche anno fa, nonostante pesi molto meno. La rivoluzione digitale richiede quantità crescenti di materie fisiche, concrete ed esauribili. Anche questo è un fenomeno da governare, cioè dove i governi dei paesi hanno un ruolo cruciale.

È ovvio che sia così. Ricorda l’autore che la batteria agli ioni di litio è il risultato di decenni di ricerca (per altro premiata con il Nobel nel 2019) anche pubblica; che non è stato per magia se in un secolo siamo passati dal primo volo dei fratelli Wright nel 1903 alla guerra dei droni in Ucraina, passando per gli F-35 che contengono 417 chili di terre rare. A parte il fatto che è evidente che le materie prime critiche sono diventate munizioni geopolitiche, quello che non si può dimenticare è che non si fa nulla senza risorse pubbliche e apparati statali. Lo scriveva lo stesso Schinaia sull’ormai defunto Wired Italia: «Bisogna tornare a valorizzare i dipendenti pubblici come asset strategici del cambiamento e rinunciare alle numerose consulenze esterne per coprire quelle attività che devono essere patrimonio funzionale del settore pubblico».

Non abbiamo ancora detto cosa significa “matrice”. Il termine usato sin dal titolo serve per unificare in un unico cappello metalli preziosi, materiali critici, minerali e terre rare che condividono quattro caratteristiche: sono estraibili dal sottosuolo, sono alla base delle rivoluzioni tecnologiche in corso, sono al centro del contendere geopolitico e sono fondamenta del futuro umano. Vengono poi analizzati in dettaglio i “big six”: il litio (la cui domanda crescerà del 500% entro il 2050), il cobalto (estratto per il 60% nella Repubblica Democratica del Congo in condizioni spesso disumane), il nichel (da metallo disprezzato dai minatori a elemento chiave delle batterie), il rame (il più antico tra le matrici, oggi a rischio di deficit strutturale) e la grafite (il 90% dell’anodo delle batterie, raffinata al 97% in Cina).

Da questo punto di vista è utile ricordare che la transizione ecologica sarà responsabile di nuovi punti estrattivi, ma il netto tra le nuove estrazioni e quelle da chiudere oggi usate per i combustibili fossili sarà negativo. In altre parole: l’impatto sul suolo per estrarre i “big six” e compagnia sarà molto più che compensato dalla scomparsa dei combustibili fossili. Per altro, anche dal punto di vista dell’utilizzo delle risorse, oggi il combustibile fossile estratto ha una vita che termina dopo che viene bruciato, invece, il minerale estratto può essere usato di più e anche riciclato più volte.

Non è un argomento centrale del libro, ma non poteva mancare una parentesi sul negazionismo climatico, cioè il grande nemico per la consapevolezza pubblica di come stanno le cose ambientali oggi nel mondo. Ne vogliamo riportare un breve estratto.

Nel 1971, nelle tv d’oltreoceano girava uno spot che mostrava un nativo americano a bordo della sua canoa in un fiume pieno di rifiuti e circondato dallo smog. […] Una lacrima rigava il suo viso dai lineamenti duri e bruciati dal sole. Chiudeva una voce fuori campo: «Le persone inquinano, le persone possono fermare l’inquinamento». […] Si tratta di una delle pubblicità più famose per descrivere il mito del consumatore verde, costruzione della propaganda del negazionismo climatico. La pubblicità era finanziata da alcune tra le principali multinazionali americane che, per descrivere le cause del problema dell’impatto ambientale, cercavano di spostare l’attenzione sugli individui che consumano e tenere al riparo le aziende produttrici. […]

Mentre al giorno d’oggi il 99 per cento degli studi dei climatologi concorda sulle responsabilità antropiche del global warming, più del 90 per cento dei documenti dubbiosi sul climate change provengono da think tank vicini a ideologie conservatrici. Si tratta di ricchissime lobby come l’Heartland Institute, la Cooler Heads Coalition, il Cato Institute o l’Heritage Foundation. Solo per dare un’idea, tra il 2003 e il 2010, 140 fondazioni hanno mosso 558 milioni di dollari per finanziare oltre un centinaio di organizzazioni di stampo negazionista. Da dove arrivano questi fondi? Principalmente da aziende legate ai combustibili fossili. Finanziatori come la Koch Family Foundation, la British Petroleum, la Shell o la ExxonMobil. Quest’ultima in particolare è stata oggetto di un’inchiesta giornalistica nel 2016 che ha rivelato come, fin dal 1981, la Exxon fosse a conoscenza degli effetti potenzialmente catastrofici per il clima delle emissioni da combustibili fossili. […]

Green economy, energie rinnovabili, mobilità condivisa: salvare l’umanità sul pianeta significa superare l’economia estrattiva e il modello neoliberista. Non è un caso che l’invasione statunitense del Venezuela non sia stata ammantata da nessuna giustificazione etica, per quanto ipocrita: Trump ha parlato chiaramente di interessi petroliferi e ha più volte nominato i vantaggi per Big Oil derivati da questa operazione.

Schinaia ci dà anche qualche buona notizia. Il riciclo delle batterie elettriche, guidato da aziende come Redwood Materials sta diventando un settore industriale maturo: già oggi è possibile recuperare il 95% di nichel e cobalto dalle batterie dismesse. L’urban mining, cioè l’estrazione di matrici dai rifiuti elettronici urbani, potrebbe diventare una fonte fondamentale di materie prime seconde: una tonnellata di RAEE contiene più oro di una tonnellata di minerale estratto in miniera. Si parla di fitoestrazione e di estrazione del litio dalle alghe marine, strade parziali ma che indicano la direzione. E poi ci sono anche dei progetti italiani finanziati dalla Commissione Europea: Itelyum (riciclo di magneti permanenti a Frosinone), Circular Materials (recupero di rame e nichel a Padova), Glencore (impianto di riciclo di batterie al litio a Portovesme in Sardegna) e Solvay (riciclo del palladio a Rosignano).

Insomma, molti dati, molto spavento, ma anche molta capacità di invertire la rotta, come si continua a dire da qualche anno; rotta che, piaccia o no, è comunque già cambiata. Diciamo che siamo passati da una bolina che andava dritta a farci schiantare nella catastrofe fossile a un traverso. Non siamo ancora in lasco e men che meno in poppa, serve continuare a virare. E attenzione perché il vento può sempre impazzire. Per non rompere la vela potreste leggere Gianluca Schinaia e il suo L’età delle matrici e consigliarla magari a qualche politico (come molti dei libri che recensiamo qui per la verità).

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Nei giorni 15 e 16 maggio di cinquant’anni fa, a Bologna, si tenne il primo congresso nazionale di “Medicina democratica”, atto fondativo del movimento creato da Giulio Alfredo Maccacaro. Al centro dell’azione culturale e politica c’era il tema dei rapporti tra medicina e potere, oggetto di discussione nel mondo politico e tra gli intellettuali della sinistra occidentale da oltre un decennio.