L’open access nasce da un’idea logica, semplice e condivisibile: i risultati della ricerca scientifica, soprattutto quando finanziata con fondi pubblici, devono essere accessibili a tutti. Non solo agli studiosi delle università più ricche, non solo agli abbonati delle grandi biblioteche, non solo a chi può permettersi il costo spesso molto elevato degli articoli scientifici.
Da questo punto di vista, l’accesso aperto rappresenta una conquista culturale. Ha infatti dato corpo a un principio fondamentale: la conoscenza scientifica è un bene pubblico, e la sua circolazione non dovrebbe essere limitata da barriere economiche. La storia recente dell’open access, dalla Budapest Open Access Initiative alla Dichiarazione di Berlino, fino alle raccomandazioni europee, si è sviluppata proprio intorno a questo ideale. Anche Scienza in rete ha più volte discusso il tema, riconoscendo l’importanza dell’accesso libero alla letteratura scientifica e il ruolo dell’open science nella democrazia della conoscenza.

Il problema, dunque, non è l’open access in quanto tale. Il problema è ciò che una (gran) parte dell’open access è diventata. In molti casi, infatti, l’accesso aperto non ha eliminato la barriera economica, ma l’ha semplicemente spostata: dal lettore all’autore. Prima bisognava pagare per leggere; ora, sempre più spesso, bisogna pagare per pubblicare.

È qui che l’open access rischia di trasformarsi in qualcosa di diverso: non più accesso libero alla conoscenza, ma pay to publish. O, in modo ancora più selettivo, publish if funded.

Dal lettore all’autore: la barriera cambia posto

Il modello tradizionale dell’editoria scientifica era fondato sugli abbonamenti. Le università, le biblioteche o i singoli lettori pagavano per accedere agli articoli. Era un sistema profondamente problematico: gran parte della ricerca scientifica viene prodotta da ricercatori pagati con fondi pubblici, valutata gratuitamente da altri ricercatori attraverso il sistema di peer review e poi venduta dagli editori alle stesse istituzioni che l’hanno resa possibile. Pietro Greco, su Scienza in rete, ricordava già anni fa l’assurdità di un sistema in cui la comunità scientifica produce, valuta e infine ricompra ciò che essa stessa ha generato.

L’open access nasce proprio per correggere questa distorsione. Ma alcune sue forme, soprattutto il cosiddetto “gold open access”, introducono un altro problema. L’articolo diventa liberamente accessibile ai lettori, ma i costi di pubblicazione vengono caricati sugli autori, sulle loro università o sui loro progetti di ricerca attraverso le article processing charges, le APC. Per dare un ordine di grandezza, una rivista come British Journal of Cancer richiede oggi un APC di circa 4.490 euro per articolo, e tariffe simili o superiori sono prassi nelle riviste di punta dei grandi editori commerciali. Per pubblicare una lettera o un articolo su Science o Nature, per dire, si arriva a circa 12.000 euro.

Il risultato è ambiguo. Da un lato, certamente più persone possono leggere. Dall’altro, non tutti possono pubblicare. La conoscenza diventa aperta in uscita, ma selettiva all’origine.
Questa distinzione è cruciale. La pubblicazione non è un dettaglio secondario della ricerca. È il modo in cui un risultato entra nello spazio pubblico della scienza, viene discusso, criticato, verificato, confutato o utilizzato da altri. Se la possibilità di pubblicare dipende anche dalla disponibilità di fondi, allora al criterio scientifico si aggiunge un criterio economico.

Non basta più avere qualcosa di valido da dire. Bisogna anche potersi permettere di dirlo nel luogo giusto.

Una nuova disuguaglianza nella ricerca

I sostenitori dell’open access sottolineano giustamente che esso riduce le disuguaglianze nell’accesso alla lettura. Uno studente, un medico, un ricercatore di un paese povero, un cittadino interessato possono leggere gratuitamente articoli che prima sarebbero rimasti dietro un paywall. Questo è un vantaggio reale.

Ma dal lato della produzione scientifica la situazione è diversa. Se pubblicare costa migliaia di euro, il sistema favorisce chi lavora in università ricche, in grandi gruppi internazionali, in istituzioni ben finanziate o in progetti che prevedono esplicitamente fondi per la disseminazione. Penalizza invece i ricercatori indipendenti, i giovani studiosi, i precari, le piccole università, gli atenei meno finanziati, le discipline meno dotate di grant, e tutti coloro che portano avanti linee di ricerca non immediatamente allineate alle priorità dei finanziatori.

L’open access non elimina quindi la disuguaglianza, ma semplicemente la riconfigura. Prima il problema era: chi può leggere? Ora diventa anche: chi può permettersi di pubblicare?
La promessa di democratizzazione rischia così di produrre un effetto paradossale. I ricercatori con meno risorse possono leggere di più ciò che pubblicano i ricercatori con più risorse, ma hanno meno possibilità di rendere visibile il proprio lavoro. La scienza diventa più aperta come archivio, ma non necessariamente più equa come processo di produzione.

Il nodo dei finanziamenti

Il problema diventa ancora più serio quando l’open access viene reso obbligatorio – pena la restituzione del budget – nei progetti finanziati, e questo accade ormai costantemente a livello nazionale ed europeo. In apparenza, il principio è ragionevole: se una ricerca è pagata con fondi pubblici, i suoi risultati devono essere pubblicamente accessibili. Ma nella pratica, finché il sistema resta dominato dal modello gold con APC, questo obbligo finisce per rafforzare una dipendenza strutturale della ricerca dai finanziamenti.

Per pubblicare in open access servono fondi. Per avere fondi bisogna spesso aderire a linee tematiche, priorità strategiche, obiettivi sociali, sanitari, tecnologici o economici stabiliti da agenzie, ministeri, fondazioni o programmi europei. Molte di queste priorità sono legittime e importanti. Ma non esauriscono lo spazio della ricerca possibile.

La scienza vive anche di domande inattuali, laterali, minoritarie, speculative o semplicemente visionarie, non immediatamente applicabili. Vive di ricerche che all’inizio non sembrano utili, non sono facilmente finanziabili, non rispondono a una parola d’ordine del momento. Se la visibilità editoriale dipende sempre più dai fondi, queste forme di ricerca rischiano di essere penalizzate.

Non si tratta di censura. Si tratta di qualcosa di più sottile: una selezione economica preventiva. Si pubblica più facilmente ciò che è già stato finanziabile. E ciò che è finanziabile è spesso ciò che si adatta meglio a priorità definite altrove.

La libertà della ricerca non consiste soltanto nel poter pensare liberamente. Consiste anche nel poter far circolare liberamente i risultati del proprio pensiero. La tensione si scioglie solo se, accanto all’obbligo di apertura, si costruiscono infrastrutture editoriali che non scarichino il costo sull’autore: torneremo più avanti su questa alternativa.

Gli editori e il nuovo mercato dell’open access

Un altro punto riguarda il ruolo dei grandi editori scientifici. L’open access avrebbe potuto ridurre il loro potere. In molti casi, invece, lo ha trasformato, configurando una sorta di oligopolio.

I cosiddetti contratti trasformativi nascono per accompagnare il passaggio dal modello ad abbonamento al modello ad accesso aperto. In Italia, questi accordi sono negoziati a livello consortile dal servizio CRUI-CARE, l’organismo della Conferenza dei Rettori delle Università Italiane che cura le contrattazioni con i grandi editori. In sostanza, le università aderenti pagano un canone complessivo che include sia l’accesso in lettura sia un certo numero di pubblicazioni in open access per i propri autori, senza che questi debbano versare individualmente l’APC. Purtroppo, ci sono già piccoli e medi atenei nel nostro paese che dall’inizio dell’anno corrente non hanno rinnovato questo accordo. 

Sulla carta, l’idea è ragionevole: spostare progressivamente il sistema dagli abbonamenti alla copertura dei costi di pubblicazione in accesso aperto. Nella pratica, però, gli importi sono molto rilevanti. Secondo i dati raccolti dall’AISA (Associazione Italiana per la promozione della Scienza Aperta) a partire dalla documentazione resa pubblica da CRUI-Amministrazione trasparente, il contratto italiano con Elsevier rinegoziato nel 2023 ammonta a oltre 167 milioni di euro, quello con Springer-Nature a oltre 45 milioni, quello con Wiley a oltre 36 milioni. Sono cifre che, complessivamente, superano i 250 milioni di euro di risorse pubbliche destinate a un numero molto ristretto di interlocutori privati.

Il punto non è soltanto quanto si spende. È a chi si paga e per quale sistema. Se risorse pubbliche o universitarie molto consistenti vengono usate per alimentare un mercato editoriale oligopolistico — un mercato in cui pochi grandi gruppi commerciali realizzano margini di profitto fra i più alti di qualunque settore industriale — allora l’open access rischia di diventare una nuova forma di finanziamento pubblico a favore di infrastrutture private. In altre parole: cambia il modello di pagamento, ma non necessariamente il rapporto di potere.
Le metriche e la corruzione degli indicatori

La degenerazione dell’open access a pagamento si inserisce in un fenomeno più ampio: la trasformazione della ricerca in un sistema governato da metriche quantitative.
Da anni la produzione scientifica viene valutata attraverso indicatori: numero di articoli, citazioni, impact factor, ranking delle riviste, classificazioni, quartili. Gli indicatori possono essere utili, ma diventano pericolosi quando smettono di misurare un’attività e iniziano a determinarla. È il principio di Campbell, vicino alla più nota legge di Goodhart: quando una misura diventa un obiettivo, cessa di essere una buona misura secondo il noto meccanismo dell’eterogenesi dei fini.

Se il sistema premia il numero di pubblicazioni, i ricercatori saranno spinti a pubblicare di più. Se premia le pubblicazioni in certe sedi, quelle sedi acquisiranno un potere crescente. Se premia l’open access senza interrogarsi sui suoi costi e sulle sue condizioni, il sistema produrrà sempre più open access, anche quando questo significa pagare cifre sproporzionate.
In questo contesto, gli autori diventano clienti perfetti. Devono pubblicare per fare carriera, per ottenere fondi, per superare valutazioni, per essere visibili. Gli editori lo sanno. E un mercato che prima vendeva l’accesso ai lettori può riconvertirsi vendendo la pubblicazione agli autori. Il rischio è che la rivista scientifica non sia più soltanto un luogo di selezione e circolazione del sapere, ma anche un punto di estrazione economica da un sistema accademico già sottoposto a forti pressioni valutative.

Il caso Cancer Research UK

Un segnale interessante arriva da Cancer Research UK (CRUK), una delle più importanti fondazioni britanniche per la ricerca oncologica. Il 1° aprile 2026 la fondazione ha annunciato che, a partire dall’ottobre dello stesso anno, non finanzierà più i costi di pubblicazione in open access dei propri ricercatori (né tramite block grants alle istituzioni, né tramite l’uso dei fondi residui di progetto). La ragione, esplicitata nel comunicato ufficiale della fondazione, non è un rifiuto dell’accesso aperto: ai ricercatori CRUK resta l’obbligo di rendere disponibili i propri lavori su Europe PMC, eventualmente attraverso la via green, cioè il deposito dell’Author Accepted Manuscript dopo un periodo di embargo. Ciò che viene messo in discussione è la sostenibilità economica dell’attuale modello commerciale, dominato da APC sempre più elevati.

Il caso è importante perché mostra che la critica all’open access commerciale non coincide con una difesa del vecchio sistema chiuso. Si può essere favorevoli all’accesso aperto e, allo stesso tempo, contrari al finanziamento indiscriminato delle APC. Si può volere una scienza più accessibile senza accettare che la pubblicazione diventi una tassa di ingresso.

Il diamond open access o gli archivi liberi come alternativa

Esiste un modello più coerente con l’idea della conoscenza come bene comune: il diamond open access. In questo modello non pagano né i lettori né gli autori. Le riviste sono sostenute da università, istituzioni pubbliche, consorzi, società scientifiche o infrastrutture comunitarie.

È il modello che più si avvicina all’ideale originario dell’open access. Non sposta la barriera economica: la rimuove. Non chiede al lettore di pagare per accedere, né all’autore di pagare per contribuire. Science Europe e cOAlition S hanno riconosciuto il valore di questo modello, definendolo come una via non commerciale, accademica e comunitaria all’accesso aperto.

Naturalmente, il diamond open access non è una soluzione magica. Richiede risorse, infrastrutture, lavoro editoriale, competenze tecniche, riconoscimento istituzionale. Una rivista diamond deve poter competere con riviste commerciali dotate di marchi prestigiosi, piattaforme efficienti, impact factor consolidati e grande visibilità internazionale.

Per questo non basta invocare il diamond open access, ma bisogna mettersi al lavoro  per costruirlo: servono finanziamenti pubblici, piattaforme condivise, biblioteche universitarie più forti, società scientifiche coinvolte, criteri di valutazione meno dipendenti dai marchi editoriali commerciali. Soprattutto, serve riconoscere che la comunicazione scientifica è parte dell’infrastruttura pubblica della ricerca, non un servizio accessorio da acquistare sul mercato.

Forse, la base concettuale per un diamond open access potrebbe essere rappresentata da piattaforme aperte già esistenti come arXiv e bioRxiv, dove gli autori pubblicano gratuitamente il pre-print del loro articolo (senza peer review), che è accessibile a tutti e può anche essere commentato da un punto di vista scientifico. Ovviamente, l’infrastruttura, che è appunto un server di preprint, e la filosofia di queste piattaforme non possono essere ancora considerate un sistema editoriale completo, ma rappresentano un ottimo prototipo di una possibile infrastruttura pubblica, comunitaria e non-APC della comunicazione scientifica.

Difendere l’open access dalla sua degenerazione

La critica qui proposta non è una critica acefala all’accesso aperto. È, al contrario, un tentativo di difenderlo dalla sua degenerazione commerciale. Una scienza davvero aperta non può essere una scienza in cui tutti possono leggere ma solo alcuni possono pubblicare, in cui la visibilità dipende dalla ricchezza dell’istituzione di appartenenza, in cui le risorse destinate alla ricerca vengono assorbite da costi editoriali sempre più elevati (a fronte di una riduzione reale dei costi editoriali con la digitalizzazione dei processi), in cui il principio della conoscenza come bene comune diventa l’occasione per rafforzare nuovi monopoli.

L’open access è nato per liberare la conoscenza. Ma nessun principio, per quanto giusto, è immune dalle proprie applicazioni concrete. Anche le buone intenzioni possono produrre effetti perversi quando entrano in sistemi dominati da incentivi economici, metriche quantitative e poteri editoriali concentrati. Per questo occorre distinguere: l’accesso aperto alla conoscenza è un fine da difendere, il pay to publish non lo è.

La domanda decisiva, allora, non è se vogliamo una scienza aperta, ma quale scienza aperta vogliamo: una scienza in cui la conoscenza circola liberamente perché la comunità scientifica ne governa le infrastrutture, oppure una scienza in cui l’apertura diventa un nuovo mercato, pagato dagli stessi ricercatori e dalle stesse istituzioni pubbliche che producono il sapere.

Questo testo nasce dalla rielaborazione di una petizione pubblicata il 23 aprile 2026 da Riccardo Manzotti e Simone Rossi, sottoscritta da studiosi di diverse discipline: filosofia, neuroscienze, medicina, fisica, bioingegneria, linguistica, giurisprudenza, economia, semiotica e scienze cognitive. La pluralità delle adesioni mostra che il problema non riguarda una singola area del sapere, ma l’intero ecosistema della ricerca.