Una delle affermazioni che, in prima battuta, stupisce studenti e studentesse è che l’evento più innaturale nella storia della nostra specie è stato l’invenzione dell’agricoltura. Per cui parlare di agricoltura o alimenti “naturali” non ha senso. E il termine “biologico”, usato per l’agricoltura, non ha una base scientifica; indica solo l’adesione a un insieme di pratiche più o meno definite su base normativa. Nel senso letterale del termine, qualunque agricoltura e qualunque cibo sono biologici.
L’associazione “biologico = naturale = più sano = più giusto” è una falsa narrazione, funzionale al marketing, in particolare di Slow Food, che vi si aggrappa per prendere forza politica e ricavi economici, e alle bugie sistematicamente raccontate da Coldiretti, che è il vero ministero dell’agricoltura in Italia. Naturalmente il biologico/naturale, nella percezione dei cultori snob del cibo, sarebbe anche “più buono”, nel senso del gusto e dell’etica. Sul primo si può rispondere con una battuta: de gustibus. Sul secondo non scommetterei un centesimo. A cominciare dal fatto che vietiamo la coltivazione OGM in Italia, ma importiamo dall’estero milioni di tonnellate all’anno di mangimi transgenici per alimentare le filiere che producono il nostro DOP. E che si manca di rispetto alle persone prossime alla sottonutrizione, anche in questo Paese, il cui reddito non consente loro di alimentarsi sanamente ma che devono guardare stellati chef o aspiranti tali che spadellano 7/24 su tutte le frequenze.
La gastronomia, come sa chiunque abbia letto qualche introduzione alla sociologia politica degli ultimi cinquant’anni, ha preso il posto dell’ideologia. Gambero Rosso e Slow Food sono nati da piattaforme di sinistra, anche comunista, e sono diventati punti di riferimento per un ceto snob che non ha problemi economici di accessibilità al cibo. Il biologico rappresenta una quota del mercato alimentare intorno al 4-5%, con punte superiori in alcuni segmenti come ortofrutta e lattiero-caseario. Eppure, riceve vantaggi economici e un’attenzione mediatica e culturale del tutto sproporzionata. La gran parte della produzione agricola è convenzionale e deve rispondere a esigenze di scala, sicurezza e accessibilità economica. In un contesto globale segnato da instabilità crescente e minacce alla sicurezza alimentare, trattare il biologico come il paradigma produttivo di riferimento è un lusso culturale che solo chi non ha problemi di accesso al cibo, a prescindere dal costo, può permettersi.
Le biotecnologie sono una risorsa rivoluzionaria, e dopo lungo periodo di uso per guadagnare economicamente e sul piano della sostenibilità, nell’ecosistema nord e sud americano, oggi diffondono inesorabilmente e per fortuna, in aiuto anche nei paesi dove l’agricoltura rimane precaria.
Il libro La speranza verde (Bompiani, 2026) di Vittoria Brambilla e Fabio Fornara, che sono tra i principali ricercatori italiani nel campo delle biotecnologie agrarie, illustra con rigore e ricchezza di argomenti i fatti appena riassunti, per lanciarsi poi in una pars construens. Che la contrapposizione naturale/artificiale, pur intuitiva, non regga a un’analisi scientifica, gli autori lo commentano alla luce del fatto che ora disponiamo di tecnologie di evoluzione assistita (TEA) con le quali possiamo fare in modo più preciso, rapido e controllato ciò che la selezione, naturale e artificiale, ha sempre fatto: modificare le piante per un vantaggio adattativo. Il genome editing interviene su sequenze geniche esistenti senza introdurre necessariamente elementi estranei, a differenza della ricombinazione genica via plasmidi usata nella maggior parte degli OGM classici.
Che il fraintendimento persista lo dimostra un articolo recentemente apparso su Scienza in rete, che solleva obiezioni alle TEA su basi in parte legittime, in parte epistemicamente fragili. Gli autori sollevano questioni reali: overselling, concentrazione dei brevetti, limiti delle prove parcellari, complessità degli agroecosistemi. Ma argomentano su fondamenta fragili e alcune premesse sono errate. Evoluzione assistita, in biologia molecolare, significa accelerazione della variazione e della selezione in laboratorio, non sostituzione dei processi naturali. Né più né meno: a che serve confondere il piano della metafora con quello del meccanismo? A che serve nell’economia argomentativa dell’articolo confondere il piano della metafora con quello del meccanismo? La fenomenologia della Regina Rossa descrive un processo evolutivo, non prescrive una rinuncia agli interventi. Se la corsa alle armi fosse un argomento contro le difese, non avremmo antibiotici né vaccini. Le pressioni selettive più intense che le TEA potrebbero generare sul patogeno sono un argomento eventualmente da falsificare e per il monitoraggio post-introduzione, non per il blocco preventivo. Se non si usano le TEA, si usano i fungicidi, con impatti agroecologici, evolutivi ed economici ben documentati. La critica alla «corsa alle armi tecnologica» dovrebbe applicarsi anche all’alternativa chimica.
La vite europea, il riso Arborio, il frumento moderno non sono prodotti dell’evoluzione naturale: sono il risultato di millenni di selezione artificiale intensiva. L’argomento che le TEA siano qualitativamente diverse richiederebbe una dimostrazione più che lessicografica. Mentre il richiamo a Morin, Jonas e Aristotele (al di là di una certa improvvisazione dei riferimenti bibliografici) è un’argomentazione per l’inerzia: siccome i sistemi sono complessi, non dobbiamo intervenire con strumenti precisi. La complessità è reale, ma non implica che gli interventi mirati siano destabilizzanti. Implica solo che vanno monitorati.
La citazione di Khaipho-Burch, nell’articolo su Scienza in rete, è il punto più debole. Gi autori lo usano per concludere che si sta facendo dell’overselling e si dovrebbe fare un passo indietro. Khaipho-Burch su Nature critica l’overselling dei risultati in parcella ma dice che le prove devono essere fatte meglio e a scala più ampia.
Quanto ai brevetti: la concentrazione del mercato sementiero esiste già e di fatto ha promosso l’innovazione fin qui – Bayer-Monsanto, ChemChina-Syngenta, Corteva. Le TEA si innestano su una struttura già oligopolistica, non la creano.
Gli autori richiamano la norma di reazione per sostenere la mancanza di controllo dei processi che portano dal genotipo al fenotipo, un continente biochimico che la selezione naturale attraversa alla cieca. L’ingegneria genetica moderna lavora precisamente sulle vie biochimiche che mediano quel rapporto: conosce il pathway, il prodotto proteico, può verificare l’espressione off-target. L’argomento degli autori si capovolge su sé stesso. C’è anche un’ironia nel citare Waddington: è stato proprio lui a introdurre i concetti di “paesaggio epigenetico” e “canalizzazione”, cioè la tendenza dei sistemi di sviluppo a produrre fenotipi robusti nonostante le variazioni genotipiche — il che va nella direzione opposta rispetto all’allarme implicito nella citazione.
L’EFSA, peraltro, valuta l’organismo modificato come sistema biologico integrato (tossicità, allergenicità, stabilità dell’inserto, effetti pleiotropici), non singoli geni in astratto. È il riconoscimento istituzionale che la questione della norma di reazione va affrontata empiricamente, non come argomento retorico per bloccare la ricerca. Confondere una difficoltà epistemica genuina (il rapporto genotipo-fenotipo è complesso) con una conclusione infondata (le biotecnologie sono più rischiose della selezione naturale) vuol dire fare una confusione classica tra complessità conoscibile e rischio intrinseco.
Il problema principale delle TEA è che la normativa in Europa rimane complicata. La Corte di Giustizia UE, con la sentenza C-528/16 del 2018, ha stabilito che le TEA ricadono sotto la direttiva OGM del 2001, estendendo la regolamentazione sulla base del processo produttivo, non delle caratteristiche del prodotto finale. Il legislatore del 2001 non aveva previsto queste tecnologie e improvvidamente non aveva previsto una revisione periodica della normativa sulla base delle innovazioni tecnologiche. La proposta di nuovo Regolamento EU (COM/2023/411) distingue le categorie di TEA in base al profilo di rischio del prodotto. Ma per ora si va avanti in ordine sparso. Con il Decreto Siccità del 2023, convertito in Legge n. 68, è stata autorizzata per la prima volta in Italia la sperimentazione in campo aperto delle TEA, prorogata al 31 dicembre 2026 con la Legge 199/2025. Nel 2024 Vittoria Brambilla ha piantato il primo campo sperimentale di riso TEA in Italia e in Europa — distrutto da terroristi ambientalisti. Nel 2025, con il supporto della Fondazione Bussolera Branca e la collaborazione dell’Ente Nazionale Risi, ha portato a raccolto tre campi.
Una riflessione personale. La questione della “naturalità” è comunque scivolosa. Nei corsi di bioetica rivolti ai biotecnologi spiego la fallacia naturalistica: “naturale” non è un criterio valido per stabilire sicurezza o accettabilità o eticità. Quando parliamo di TEA, qualche studente mi chiede perché torni utile l’argomento della naturalità per farle accettare. Ha ragione. “La mutazione ottenuta è indistinguibile da una spontanea” non dice nulla sulla sicurezza della tecnica. Il vantaggio reale delle TEA è opposto: sono più controllate della mutagenesi casuale, usata da decenni nell’agricoltura convenzionale senza che nessuno abbia chiamato queste varietà OGM. Difenderle per la loro apparente naturalità, invece che per la loro precisione, inverte questa logica.
L’argomento coerente dal punto di vista normativo, cioè etico, sarebbe: le TEA meritano una valutazione del rischio diversa dagli OGM classici non perché siano “naturali”, ma perché il loro profilo di rischio è strutturalmente differente. Studenti e stdudentesse questo argomento lo capiscono immediatamente. Il problema è che non funziona politicamente. “È come la natura” arriva diretto sul piano emotivo; “è più sicuro perché è più controllato” richiede una spiegazione tecnica. Il risultato sembra che l’argomentazione possa cambiare in base al pubblico: con gli scettici si usa la naturalità, con i sostenitori della scienza si usa la precisione.
L’uso strategico di argomenti fallaci, anche in buona fede, produce un costo epistemico reale: normalizza l’idea che la solidità di un argomento dipenda dal pubblico cui si rivolge. Nelle aule possiamo permetterci di non farlo. Fuori dalle aule, evidentemente, nessun attore politico sembra disposto ad ascoltarlo. Ma questa è una ragione per non cedere, non per adeguarsi.
L’uso strategico di argomenti fallaci, anche in buona fede, produce un costo epistemico reale. E forse non aiuta la costruzione di una comunicazione che abbia lo scopo anche di migliorare la cognizione sociale e l’uso della razionalità critica.







