Che cosa lega un liuto, una tromba, un organo e il telescopio alla nascita della scienza moderna?
La domanda può sembrare insolita, ma è proprio seguendo questa traccia che una ricerca condotta attorno al pensiero di Galileo e alle connessioni tra musica e astronomia ha portato alla riscoperta e valorizzazione di una parte del mondo sonoro del padre, Vincenzo Galilei, perduta o dimenticata per secoli. È da questo percorso che trae origine il progetto discografico Galilei: The Sound of Science (EMA Vinci classica), nel quale è possibile ascoltare anche nove prime registrazioni discografiche assolute di composizioni di Vincenzo e Michelangelo Galilei, provenienti da manoscritti e opere a lungo disperse, che gettano nuova luce sulla formazione culturale di uno dei padri della moderna scienza. Il progetto è accompagnato da un booklet, liberamente consultabile online, nel quale sono presentati i documenti e le fonti che hanno reso possibile la ricostruzione di questo repertorio.

Galileo e il linguaggio della musica

Galileo crebbe in una famiglia profondamente immersa nella musica, dove si suonava, si studiava matematica, si sperimentava sugli strumenti, e dove la poesia era spesso affidata al canto e all’accompagnamento del liuto. Suo padre Vincenzo era compositore, liutista, teorico della musica e una delle figure più importanti della cultura musicale del Rinascimento. Galileo stesso era un provetto liutista e suo fratello Michelangelo, virtuoso del liuto celebre in Europa, divenne musicista e compositore alla corte di Monaco di Baviera.

La ricerca da cui è nato Galilei: The Sound of Science ha preso le mosse dall’osservazione di come modelli musicali, analogie, strumenti e termini appartenenti al lessico della musica non solo ricorrano in tutta l’opera di Galileo, ma diventino veri e propri strumenti concettuali. Galileo li trasforma in argomenti a sostegno della nuova immagine dell’universo, della sua scienza del moto e, più in generale, della difesa del sistema copernicano. 

Anche lo strumento simbolo delle sue scoperte astronomiche è legato alla musica. Prima di essere chiamato telescopio, il cannocchiale veniva spesso denominato “occhiale a tromba”. Galileo stesso, nel 1609, utilizzò delle canne d’organo di stagno per costruire alcuni tubi del suo strumento. Persino il significato originario dell’aggettivo “telescopico” era legato alla struttura del trombone, il cui funzionamento si basa sullo scorrimento di elementi cilindrici l’uno dentro l’altro. In un orizzonte analogo si muoveva anche la spiegazione del pendolo che Galileo fornisce nei Discorsi e dimostrazioni matematiche, quasi fosse una trasposizione verticale della vibrazione della corda di un liuto.

Un nuovo sguardo su Vincenzo Galilei

A indirizzare la ricerca verso la figura di Vincenzo Galilei è stata però anche un’altra considerazione. Constatare come tra i filosofi del primo Seicento la sua opera fosse discussa e le sue ricerche fossero spesso paragonate all’approccio adottato da Galileo ha reso necessario esaminarne più da vicino la produzione e ricostruire l’ambiente culturale, scientifico e musicale nel quale si formò il giovane Galileo.

Per comprendere l’influenza del padre sul figlio, la storiografia si è concentrata su alcuni degli esperimenti che Vincenzo condusse sui corpi sonori e sulle corde vibranti negli ultimi anni della sua attività, quando Galileo si trovava nella sua abitazione di Firenze.

Ma guardare Vincenzo soltanto attraverso questi esperimenti o la celebre polemica con Gioseffo Zarlino rischia di restituirne un’immagine incompleta. Se vogliamo cogliere appieno il ruolo che ebbe nella vicenda intellettuale del figlio, dobbiamo porci anche una domanda diversa. Cosa ci dicono le fonti coeve di Vincenzo Galilei come compositore e del contesto culturale e sociale in cui operò e nel quale crebbe Galileo?

La risposta è meno scontata di quanto possa sembrare. Per una serie di vicende legate alla dispersione delle sue opere e alla fortuna storiografica dell’autore, Vincenzo è stato ricordato soprattutto come teorico della musica, liutista e autore di una delle prime composizioni di monodia accompagnata. Eppure era anche un profondo conoscitore del contrappunto (a testimoniarlo rimangono dei manoscritti) e un compositore prolifico di musica vocale polifonica, che si era confrontato con uno dei grandi temi del suo tempo: il rapporto tra musica e poesia. Di tutto questo abbiamo oggi una scarsa percezione perché le sue composizioni vocali, costituite da due libri di madrigali, sono andate perdute per oltre tre secoli e, anche successivamente, sono rimaste semisconosciute. Altre sono rimaste manoscritte – e mute – nei fondi della Biblioteca Nazionale Centrale di Firenze fino ai nostri giorni.

La musica perduta di casa Galilei: suono e poesia

Una parte importante della sua produzione vocale è stata dimenticata per secoli. Ma l’obiettivo dell’album non è soltanto registrare delle musiche rare. È cercare di dare voce a una dimensione della sua formazione che sino a oggi era rimasta in gran parte sconosciuta. Un mondo fatto anche di poesia, di musica vocale, di rapporti tra suono e parola.

Siamo alla fine degli anni Ottanta del Cinquecento e Galileo aveva superato i vent’anni. Si dilettava anche in componimenti poetici, studiava e commentava i poemi di Ariosto e Tasso; si dice che recitasse Petrarca a memoria. Non solo. Ancora nelle opere importanti della maturità, l’armonia dell’Orlando furioso di Ariosto è accostata al modello del cosmo copernicano, mentre la struttura disordinata della Gerusalemme liberata di Tasso è paragonata al sistema geocentrico di Tolomeo. Sono proprio questi gli autori che ritroviamo musicati da Vincenzo Galilei nei madrigali e non solo: Ariosto, Tasso, Petrarca, Giovan Battista Strozzi il Giovane (a cui Galileo rimase sempre legato). E Dante. 

La tradizione ha associato la produzione vocale di Vincenzo quasi esclusivamente al celebre Lamento del Conte Ugolino dell’Inferno della Divina Commedia di Dante, composizione che da secoli affascina studiosi e musicologi in quanto, secondo una testimonianza di Pietro de’ Bardi, sarebbe stata all’origine del genere musicale del recitar cantando. E come non ricordare che proprio alla fine degli anni Ottanta Galileo tenne due lezioni sulla struttura geometrica dell’Inferno di Dante all’Accademia Fiorentina? Di questa accademia era membro Giovan Battista Strozzi il Giovane, i cui versi erano stati messi in musica dal padre nel Secondo libro dei madrigali (1587).

Concentrati sul tentativo di ritrovare quell’opera perduta, gli studiosi hanno spesso trascurato un patrimonio altrettanto importante: i brani per voce e liuto che sono giunti sino a noi grazie a carte manoscritte rilegate in fondo a un esemplare del Fronimo di Vincenzo Galilei. Sono anche queste composizioni, rimaste silenziose per oltre quattro secoli, che possono oggi essere ascoltate. Forse un’esperienza musicale non lontana da quella del Lamento del Conte Ugolino; forse addirittura il laboratorio creativo che portò alla nascita di quella composizione entrata nella storia e nel mito.

Un ritratto in musica

Anche un altro recente ritrovamento ha contribuito a definire questa nuova immagine di Vincenzo Galilei – e, con essa, della formazione di Galileo. Si tratta di un ritratto identificato con Vincenzo quantomeno a partire dalla seconda metà del Settecento. Al di là del volto raffigurato, il dipinto contiene un vero e proprio ritratto musicale: la partitura di una fuga vocale a cinque voci su testo di Petrarca, che Vincenzo pubblicò in una raccolta di musica per liuto del 1584. Non si tratta di un dettaglio secondario, poiché ci restituisce l’immagine di un Vincenzo che si confronta con il più prestigioso repertorio poetico e musicale del Rinascimento. Anche questa composizione torna oggi all’ascolto nell’apertura dell’album: una fuga, dalla struttura circolare, sui primi versi del sonetto Hor che ’l ciel et la terra et il vento tace, che evocano il moto incessante del carro della notte nel silenzio che avvolge la Terra.

Il percorso conduce ancora una volta nella medesima direzione. Il Vincenzo Galilei che emerge da queste fonti si discosta dall’immagine tradizionale che ci è stata trasmessa e si rivela molto più complesso. Non è soltanto il teorico della musica, il liutista o il protagonista della riflessione che avrebbe contribuito all’affermazione della monodia accompagnata. È anche un compositore che si muove all’interno di una fitta rete di relazioni letterarie e che si confronta con la tradizione polifonica del suo tempo. Un orizzonte culturale che costituisce anche una delle chiavi per comprendere la formazione intellettuale di Galileo, erede di un ambiente nel quale poesia, matematica, musica, sperimentazione sugli strumenti e riflessione sulla natura dialogavano continuamente.

Scienza e musica: andata e ritorno

La ricerca è partita dalla scienza di Galileo e ha condotto a Vincenzo Galilei. Attraverso Vincenzo ha restituito una visione diversa su Galileo stesso, cresciuto in un ambiente nel quale la parola conviveva con il rigore quasi matematico della composizione contrappuntistica, dimensione resa nell’album anche attraverso l’esecuzione di importanti composizioni per liuto solo e per due liuti. 

Questa prospettiva ha influenzato anche le scelte discografiche, orientate a ridare centralità all’espressività della parola e del suono del liuto, così come alla chiarezza delle linee contrappuntistiche, elementi essenziali nella cultura musicale di cui Vincenzo fu uno dei massimi esponenti. L’obiettivo era anche quello di restituire un laboratorio sonoro nel quale rigore compositivo ed emozione procedevano assieme, e di contribuire a rileggere alcune pagine galileiane.

Non è infatti un caso che Galileo nel Dialogo abbia esaltato l’attività dei musicisti e che nel Saggiatore abbia tracciato, nella cosiddetta “favola dei suoni”, un parallelismo tra la ricerca del filosofo naturale e quella di un uomo che scopre nuove realtà sonore senza mai pervenire a una conoscenza esaustiva della natura. Parole che sono state affidate all’ultima traccia di Galilei: The Sound of Science, a dimostrazione di come il mondo musicale di Vincenzo Galilei non sia stato per il figlio solo un ricordo d’infanzia, ma una fonte di modelli, immagini e strumenti per la sua ricerca scientifica.