Pubblicato il 19/06/2026Tempo di lettura: 6 mins

Un bambino al mare

Conosco un bambino così povero
che non ha mai veduto il mare.
A Ferragosto lo vado a prendere
in treno a Ostia lo voglio portare.

“Ecco, guarda”, gli dirò
“questo è il mare, pigliatene un po’!”.

Col suo secchiello, fra tanta gente,
potrà rubarne poco o niente:
ma con gli occhi che sbarrerà
il mare intero si prenderà.

Gianni Rodari

Rodari ha usato il mare come metafora della bellezza, immaginata e fantasticata, del mondo, che solo l’ingenua osservazione, perché vera e primaria, di un bambino può valorizzare. Lo stupore, determinato dalla ricchezza dell’immaginazione e dalla determinazione di perseguire un fine, anche in condizioni di povertà, rimanda a una immensità fantasiosa in cui c’è spazio anche per un futuro migliore. 
Questa filastrocca, pubblicata per la prima volta in
Filastrocche in cielo e in terra nel 1960, rimanda a tante altre esperienze simili e che fanno della “scoperta del mare”, della prima gita al mare, un passaggio importante nel percorso di crescita e sviluppo di un bambino. 
Nell’agosto 2017 l’associazione Salam di Taranto ha offerto a dieci bambini saharawi la possibilità di lasciare i campi profughi nei quali vivevano per trascorrere un periodo in Italia.  Il progetto prevedeva momenti dedicati ai controlli medici, allo svago e alla scoperta di un mondo diverso dal loro attraverso attività didattiche. Tra le attività svolte, i bambini sono stati accompagnati al Centro Recupero Tartarughe Marine “Luigi Cantoro”, e come testimoniato da un educatore «Appena arrivati nei pressi della Torre Aragonese un piccolo ha visto il mare. Ha guardato l’operatore del Consorzio e ha preso a mimare il movimento delle braccia in nuoto. Voleva tuffarsi. Era la prima volta che quel bambino vedeva il mare. L’emozione che si leggeva nei suoi occhi racchiudeva in un solo sguardo la forza di chi non si arrende alle brutture della vita, anche quando queste sono tanto forti da essere inimmaginabili per chi vive al riparo dalla guerra, e la gioia della scoperta di una cosa nuova». 
Il mare, come “scoperta di una cosa nuova che genera gioia”, accomuna i dieci ragazzi saharawi a molti coetanei italiani e al potenziale educativo, formativo, esperienziale di una gita, magari scolastica (oggi definita “viaggio di istruzione” e normata da apposita direttiva firmata dal ministro dell’Istruzione e del Merito). Imparare divertendosi in un ambiente naturale, che diventa un’aula a cielo aperto, dove conoscere le caratteristiche dell’ecosistema marino, attraverso attività esplorative, sensoriali e interattive (fare il bagno e giocare liberamente con i propri compagni di classe) può rappresentare un’esperienza unica (un’immersione educativa) anche per molti studenti italiani. 

Da qui non passi

Una gita scolastica è quindi fonte e causa di numerose e complesse reazioni, risposte (emozioni) associate al vissuto di ciascun partecipante. È quanto accaduto a Khaled e ai suoi compagni di classe, partiti da Ramallah in pullman per una gita scolastica al mare nei pressi di Tel Aviv, un viaggio di circa 70 km. Tuttavia il dodicenne Khaled viene respinto al checkpoint, unico in tutta la classe, perché sprovvisto di permesso. É stato identificato tra i partecipanti a una manifestazione antisraeliana, perciò non gli hanno rilasciato il permesso. Per superare la “barriera di separazione” che divide Israele dalla West Bank (la Cisgiordania il territorio palestinese parzialmente occupato da Israele) i palestinesi necessitano di un permesso, solo verso la Giordania non è loro necessario. Khaled non ha mai visto il mare, se non quando era ancora un feto nel ventre di sua madre Jasmine, morta precocemente (una fotografia appesa sopra il suo letto); ora vive con la nonna, i fratelli e il padre che lavora come muratore clandestino in Israele.  
Khaled ha nello zaino una fionda e dopo che è stato fatto scendere dal pullman, triste e rabbioso, la fa roteare e scaglia sassi nell’aria. Azione simbolo del sumud, la resistenza incrollabile, un’azione radicata quella del lancio di sassi contro l’oppressore israeliano tra i giovanissimi palestinesi, ben rappresentata dalla famosa foto, scattata il 29 ottobre 2000 da Laurent Rebours dell’Associated Press, del quattordicenne palestinese Faris Odeh che lancia una pietra a un enorme carro armato israeliano di fronte a lui durante la seconda Intifada. Dieci giorni dopo quella fotografia, Faris sarà ucciso da un soldato israeliano in un carro armato mentre lanciava pietre contro le truppe. 

Davide contro Golia

Davide contro Golia, torti ingiustamente subiti, rabbia e resistenza: sono i temi associati alle immagini delle sequenze iniziali di The sea, il prologo alla gita cinematografica a cui il regista israeliano Shai Carmeli-Pollak accompagna lo spettatore. Un’ora e mezza di buon cinema, coinvolgente, anche con momenti di suspense. Girato da un israeliano, un “nemico interno” per il ministro israeliano della cultura Miki Zohar, e da una troupe mista, è stato prodotto dal palestinese Baher Agbariya ed è distribuito da Mescalito Film, specializzata soprattutto nella diffusione di documentari e di opere indirizzate al racconto di realtà “marginali”, con l’apporto di Pueblo Unido, community media nata dall’esperienza della giornalista d’inchiesta Giulia Innocenzi e Food for Profit. Il film ha vinto cinque premi Ophir, l’equivalente dei nostri David di Donatello, al Jerusalem Film Festival. Candidato anche agli Oscar, ma non arrivato alla cinquina finale.

Più di vent’anni fa entrai nei Territori Occupati durante la Seconda Intifada. Quell’incontro con una realtà diversa da come la immaginavo mi sconvolse e cambiò la mia vita. Tornai più volte in luoghi che molti israeliani tendono a rimuovere; imparai l’arabo e nacquero relazioni profonde con persone che, sulla carta, avrebbero dovuto essere nemici. Mi colpì, in uno dei miei viaggi, quel diffuso desiderio del mare, di andare oltre il muro che separa West Bank e Israele.
Shai Carmeli-Pollak

Il desiderio del mare

Khaled (Mohammad Ghazawi) non desiste, al mare ci vuole andare, ha anche maschera e boccaglio, dono del padre Ribhi (l’arabo israeliano Khalifa Natour). Al ritorno dalla gita i suoi compagni di classe gli hanno descritto entusiasti e felici la giornata trascorsa al mare. Esce di casa all’alba e riesce a passare in Israele con alcuni operai, raggiungendo e disperdendosi in una Tel Aviv immensa e sconosciuta, per lui che non parla l’ebraico e ci giunge per la prima volta. Un operaio gli dà i soldi per l’autobus, alcuni passanti lo aiutano a dirigersi verso il mare, alcuni sono gentili, altri sospettosi o scontrosi. Scoperta la scomparsa di Khaled, la nonna avvisa il padre che lascia il cantiere e inizia a vagare alla ricerca del figlio. Un peregrinare parallelo, estraneo a entrambi per le strade di una città ostile a entrambi. Un road movie che narra di un viaggio che, sebbene destinato al fallimento sin dall’inizio, comunque consente di raggiungere la meta, con complicità e condivisione tra padre e figlio, e la speranza sorridente di conquistare una libertà negata.
Militari e poliziotti sono rappresentati per ciò che sono: uomini in divisa duri e inclementi. Così come la fauna umana delle vie di Tel Aviv tra fiumi di auto: donne in short con cani al guinzaglio, bulli o alternativi tatuati, osservatori impassibili all’arresto di Khaled e di Ribhi seduti ai tavolini di un café. Forse la sequenza tecnicamente migliore del film.  
Ma quello di Shai Carmeli-Pollak è cinema e così non c’è solo l’Odissea di Khaled dell’infrangersi dei suoi sogni adolescenziali, si racconta anche quella di Ribhi, piccola e semplice, ormai passata: mentre si avvia verso la spiaggia alla ricerca di Khaled capita nel negozio di Sara (Hila Surjon), ex amore reciso dal padre di lei, finita sposata a Shlomo, con figli.

Come Hind Rajab, anche Khaled è un bambino, è palestinese ed è un nemico. Voleva vedere, per la prima volta nella vita, il mare, così desiderato, così vicino geograficamente, ma geopoliticamente lontano. A entrambi, tanti e troppi bambini, è impedito di sognare e di desiderare. Khaled viene arrestato, Hind muore, a sei anni. Khaled può essere ancora aiutato a scoprire il mare, a vivere i sogni, ad abitare anche luoghi immaginari, ad alimentare desideri… a crescere e divertirsi in una Palestina libera. 
 

Scongelare i cervelli, salvaguardare i ghiacciai

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Perché la crisi climatica non ci smuove? Perché continuiamo a posticipare l’inevitabile? Perché ignoriamo chi verrà dopo di noi? Perché cambiare ci costa così tanto? Perché distruggiamo il più prezioso dei beni comuni: la nostra casa, la Terra? Perché crediamo ancora nella crescita infinita, su un pianeta che ha limiti ben precisi? Perché neghiamo l’evidenza? Perché non ci fidiamo della scienza?