Pubblicato il 03/07/2026Tempo di lettura: 8 mins

L’interessante analisi del professor Sossai ha messo in luce i concetti di memoria e di amnesia legati alla storia della sanità pubblica. Le grandi emergenze sanitarie lasciano sempre dietro di sé un’eredità complessa. Attraverso la sofferenza che producono hanno la capacità di modificare le società. 
Rappresentano degli acceleratori per la ricerca e cambiano il modo in cui guardiamo alla salute, alla scienza e alla sicurezza collettiva. Ogni epidemia lascia sul campo oltre alla sofferenza, degli insegnamenti: come nasce una minaccia, quanto rapidamente può diffondersi, quali fragilità emergono nei sistemi sanitari, ma soprattutto come la conoscenza, da sola, non basta. La storia della salute pubblica è piena di lezioni apprese. Dalla peste al colera, dall’influenza spagnola del Novecento alla SARS, da Ebola fino al Covid-19, ogni crisi ha prodotto dati, analisi e raccomandazioni. Eppure, non sempre queste lezioni sono diventate capacità collettiva e permanente. Spesso sono rimaste memoria ed è proprio qui che si colloca la vera sfida del nostro tempo.
Bisogna costruire sistemi capaci di agire prima che una nuova crisi esploda. È necessario trasformare la memoria in preparedness e trasformare la preparedness in capacità operativa.

Le emergenze biologiche come norma, non come eccezione

Per molti anni abbiamo pensato alle epidemie come a eventi eccezionali. Oggi però le zoonosi emergenti, i cambiamenti climatici, la pressione sugli ecosistemi, la mobilità globale e la velocità degli scambi hanno modificato il rapporto tra esseri umani e patogeni. Un focolaio locale può diventare in poche settimane una minaccia internazionale.
Questo non significa vivere nella paura ma significa accettare una realtà nuova. Le emergenze biologiche sono diventate una componente strutturale del nostro tempo. Per questo la preparedness non può essere una misura temporanea. Deve diventare un impegno permanente delle istituzioni.
È proprio questa la visione richiamata anche dall’articolo del professor Sossai. La preparedness non può dipendere da strutture create durante l’emergenza e destinate a scomparire quando la crisi termina. Richiede istituzioni permanenti, capaci di mantenere attive e reattive nel tempo competenze, infrastrutture e reti di collaborazione. In questa prospettiva si collocano sia la Fondazione Biotecnopolo di Siena sia l’European Vaccine Hub, nati per rendere stabile una capacità scientifica e organizzativa che non può essere ricostruita ogni volta da zero. L’ultima pandemia ha segnato una frattura storica. Non soltanto per il numero di vittime o per l’impatto economico e sociale. Il suo lascito più profondo è stato un altro. Ha infatti mostrato che la sicurezza sanitaria non può dipendere dalla sola capacità di reagire ma deve fondarsi sulla capacità di prepararsi all’evento che non può più essere catalogato semplicemente come imprevisto.
Questa preparazione non coincide con un piano di emergenza. La preparedness è un sistema che integra sorveglianza, ricerca, dati, produzione, logistica, formazione, cooperazione internazionale e capacità decisionale. È l’insieme delle condizioni che consentono a una società di vedere prima, capire prima e agire prima.
La preparedness moderna non è una risposta sanitaria. È una politica di sicurezza. Coinvolge la salute pubblica, ma anche la ricerca, l’industria, la diplomazia scientifica, la capacità produttiva e la governance delle istituzioni. Come la difesa, la protezione civile o la sicurezza energetica, essa ha valore soprattutto quando non viene chiamata in causa. Il suo successo si misura spesso nelle crisi evitate, nei rischi contenuti e nei tempi ridotti di risposta. Anche la migliore evidenza scientifica, da sola, non è sufficiente. Le decisioni durante una crisi sono il risultato dell’interazione tra conoscenze scientifiche, credibilità delle istituzioni, qualità della comunicazione, contesto sociale e capacità di governo. La preparedness consiste proprio nel rafforzare tutti questi elementi prima dell’emergenza. Per questo realtà come l’European Vaccine Hub e la Fondazione Biotecnopolo di Siena non rappresentano soltanto luoghi di ricerca. Sono infrastrutture nelle quali la produzione di conoscenza si integra con la cooperazione internazionale, la costruzione della fiducia e la capacità di trasformare l’evidenza scientifica in decisioni efficaci. Dopo il Covid, l’Europa ha compreso questa lezione e ha iniziato a costruire una nuova architettura della preparedness. La preparazione alle emergenze sanitarie è entrata nel cuore delle politiche europee. La sorveglianza epidemiologica e genomica, lo sviluppo di contromisure mediche, la cooperazione tra Stati e la costruzione di reti scientifiche sono diventati elementi di una strategia comune.

Nessun Paese può affrontare da solo una minaccia biologica globale 

Un approccio di rete è indispensabile anche per il sistema scientifico più avanzato. Come il sistema sanitario più solido ha bisogno di dati condivisi e come la migliore ricerca ha bisogno di infrastrutture capaci di trasformare una scoperta in una risposta. La storia offre un precedente significativo. A partire dal Quattrocento, Venezia costruì una rete di lazzaretti permanenti per controllare l’ingresso delle epidemie senza interrompere gli scambi commerciali. Non erano semplici luoghi di quarantena. Erano infrastrutture strategiche che proteggevano insieme la salute pubblica, l’economia e la sicurezza della Repubblica. Oggi la preparedness si esprime con strumenti profondamente diversi, fondati sulla ricerca, sulla genomica, sulle piattaforme vaccinali e sulle reti scientifiche internazionali. Ma la logica è la stessa: costruire capacità di previsione e gestione permanenti prima che la crisi si manifesti. Per questo la preparedness del XXI secolo non si basa su singole eccellenze isolate. Si basa su ecosistemi, su nodi scientifici connessi tra loro, piattaforme comuni, procedure già sperimentate e competenze che non si disperdono quando l’emergenza finisce.
In questo quadro si colloca anche l’European Vaccine Hub. Il suo significato va oltre il singolo progetto di ricerca. Rappresenta un modello nuovo. Mette in rete competenze europee per accelerare lo sviluppo di vaccini e contromisure contro future minacce biologiche. Il suo valore è tecnologico, organizzativo, culturale, istituzionale. Perché prepara oggi le relazioni, le competenze e i metodi che serviranno domani. 
È dentro questa trasformazione che va letto anche il ruolo dell’Italia e della Fondazione Biotecnopolo di Siena. La scelta di creare un centro nazionale dedicato alla preparedness pandemica rappresenta un salto di qualità. Non nasce per rispondere a una singola emergenza. Nasce per mantenere nel tempo competenze, tecnologie e capacità scientifiche e per contribuire alla costruzione di una risposta stabile alle minacce biologiche emergenti. 
Una cinghia di trasmissione in grado di collegare ricerca, innovazione e sicurezza sanitaria.
Un’infrastruttura di preparedness non è un centro di ricerca tradizionale ma va molto oltre. Non produce soltanto conoscenza ma deve trasformare la conoscenza in prontezza con attività permanenti di controllo e monitoraggio tempestivo e appropriato.
L’obiettivo primario è quello di ridurre la distanza tra scoperta scientifica, sviluppo tecnologico e risposta operativa e fare in modo che il tempo tra l’identificazione di una minaccia e la disponibilità di una contromisura sia sempre più breve.
Il Covid-19 ha mostrato che questo è possibile. I vaccini sono stati sviluppati in tempi straordinariamente rapidi. Ma quella rapidità non è stata improvvisata. È stata il risultato di decenni di ricerca in immunologia, biologia molecolare, genomica e piattaforme vaccinali. La grande innovazione non nasce durante la crisi. La crisi rivela il valore dell’innovazione costruita prima.

Dalla reattività all’anticipazione

La nuova frontiera della preparedness sarà sempre più predittiva. Dovrà usare la genomica, l’immunologia strutturale, la biologia computazionale e l’intelligenza artificiale per accorciare il tempo tra minaccia e risposta.
Questo è il passaggio da una preparedness reattiva a una preparedness anticipatoria.
In passato si aspettava l’emergenza. Poi si mobilitavano risorse. Oggi dobbiamo fare il contrario. Dobbiamo costruire strumenti prima che servano, conoscere meglio i virus che potrebbero emergere, preparare prototipi vaccinali, creare librerie di anticorpi, formare ricercatori capaci di lavorare su piattaforme diverse. 
La preparedness non è dunque soltanto un problema di memoria. È un problema di architettura. Una società impara davvero da una crisi quando cambia le proprie istituzioni. Quando rende permanenti le capacità nate durante l’emergenza. Quando impedisce che competenze, reti e infrastrutture si disperdano al ritorno della normalità.
In questo senso la preparedness è memoria organizzata. Una memoria incorporata nei laboratori, nelle piattaforme, nelle reti scientifiche, nei sistemi di sorveglianza, nei percorsi di formazione e nelle istituzioni che lavorano ogni giorno anche quando non c’è una crisi in corso.
Resta però una difficoltà. Molto di ciò che viene costruito nel campo della preparedness è poco visibile. Se un sistema funziona, spesso nessuno se ne accorge. Una minaccia identificata precocemente, una variante monitorata in tempo, una rete scientifica già pronta, una risposta più rapida sono risultati fondamentali, ma raramente diventano notizia.
Questo crea un paradosso. Più la preparedness è efficace, meno viene percepita. E se non viene percepita, rischia di essere sottovalutata. Per questo raccontare la preparedness è parte della preparedness stessa. Non per promuovere una singola istituzione ma per costruire una cultura pubblica della prevenzione.
Le società devono sapere che la sicurezza sanitaria non nasce nelle ore della crisi ma negli anni precedenti. Nasce dagli investimenti nella ricerca, dalla cooperazione internazionale e dalla capacità di mantenere viva l’attenzione quando l’emergenza non occupa più le prime pagine.
La sfida dei prossimi anni sarà quindi rafforzare la cultura di governo della salute pubblica per limitare quella dell’emergenza. Per questo occorre rafforzare le infrastrutture di ricerca e consolidare le reti europee con la consapevolezza che ogni euro investito in preparedness è un investimento in stabilità, salute e futuro.
Le future pandemie non potranno essere escluse. La storia insegna che nuovi patogeni continueranno a emergere ma la storia non ci condanna a ripetere sempre lo stesso schema. Possiamo scegliere di non ricominciare ogni volta da zero.
La preparedness è questa scelta. È il passaggio dalla memoria all’azione. È la capacità di trasformare l’esperienza del passato in protezione per il futuro. È una responsabilità scientifica, istituzionale e civile. L’Europa ha iniziato questo percorso. 
L’Italia ne è parte e con la Fondazione Biotecnopolo di Siena può contribuire a renderlo più solido. Ora il compito non è immaginare la preparedness come un progetto futuro ma rafforzare quella che stiamo costruendo oggi, perché diventi un patrimonio permanente della sicurezza sanitaria globale.