alcol:-l’epidemia-che-non-fa-rumore

Se Ennio Flaiano notava nel 2002 su Diario degli errori che «La battaglia contro l’alcolismo prende accenti birichini», William Faulkner aveva raccontato nel suo diario come andava la sua vita: «Due scotch al bar. Tre drink al mattino. Un daiquiri al Dirty Dick’s, tre bicchieri di vino rosso a pranzo e tre di vino a cena». William Faulkner creò pagine memorabili come Luce d’agosto o L’urlo e il furore, e vinse il Nobel per la letteratura nel 1949, ricordato meno per essere stato stregato dall’alcol, soprattutto negli ultimi anni, quando il bere sembrò tirare fuori un nuovo Faulkner, sempre più solo. 

Non fu l’unico caso: tra gli scrittori con un rapporto infelice con l’alcol si contano Hemingway, Scott Fitzgerald, Cheever, Highsmith, Capote, London, Duras, Bishop, Crane, Ginzburg, O’Brian o anche Bukowski. Ma sulla rivista Atlantic l’articolo Le origini dell’alcol come musa ispiratrice racconta: «Aggiungete Sinclair Lewis e John Steinbeck alla lista, e otterrete cinque degli otto premi Nobel per la letteratura nati negli Stati Uniti nel Novecento che avevano una storia di eccessi con l’alcol». 

Effetti letali

Da quando hai cominciato a leggere l’articolo, ogni 12 secondi è morta per l’alcol una persona e quindi la sostanza ha ucciso 2,6 milioni di persone nel mondo. In Europa ne perdiamo ogni giorno 800, in Italia per lo stesso motivo 48, ogni anno 17.000. Nel Vecchio continente l’alcolismo è di gran lunga la causa più comune di morte per malattie del fegato e provoca oltre 70.000 decessi ogni anno per cancro. Negli Stati Uniti, secondo la rivista Stat, l’alcol non è più considerato per ciò che è, cioè «una dipendenza che uccide quasi 500 americani ogni giorno e causa in un anno più decessi di tutte le malattie infettive messe insieme». 

Occorre affrontare il problema del consumo dell’alcol, avevano scritto Alex Krist e Katharine Bradley sul New England Journal of Medicine nel 2025: «L’abuso di alcol è l’ottava causa di morte e la quarta causa di riduzione della qualità della vita negli Stati Uniti». In quel periodo,  2020-2021, aggiungevano, «Sono stati registrati 178.000 decessi dovuti all’abuso di alcol: due terzi a causa dell’abuso cronico di alcol e un terzo a causa degli effetti acuti (per esempio, incidenti stradali, suicidio e overdose da alcol).» L’alcol è anche causa possibile di malattie del fegato, pancreatite, danni neurologici, malattie cardiovascolari, cancro. Inoltre, il suo abuso compromette le relazioni umane e di lavoro ed è associato alla solitudine e può generare disturbi ansioso-depressivi, disturbi da stress post-traumatico e da uso di sostanze». 

«L’abuso di alcol crea numerosi problemi nella società moderna, la cui rilevanza è testimoniata dalla costante attenzione che ricevono da parte di autori contemporanei, sia in ambito letterario che scientifico. Questi problemi possono essere divisi in tre categorie: psicologici, medici e sociologici». Così esordiva nel 1977 il capitolo Alcohol and Alcoholism del volume Principles od Neurology di Raymod Adamds e Maurice Victor, che hanno contribuito a creare la medicina statunitense. «Il principale problema psicologico è perché una persona beve, spesso con la piena nozione che una tale azione risulterà in un danno fisico a sé stesso e a un danno irreparabile alla sua famiglia». Sul piano medico la questione «comprende tutti gli aspetti dell’abitudine all’alcol, nonché le patologie derivanti dall’abuso. Il problema sociologico riguarda gli effetti dello stato di ebbrezza prolungata sulla famiglia e sulla comunità del paziente». Parole di medici fuoriclasse. Ma andiamo per ordine.

Il problema alcol nel mondo

Anche per l’OMS, nel 2025, occorre distinguere tra consumo e abuso: il consumo ha contribuito a 2,6 milioni di morti nel complesso, mentre l’abuso è costato la vita al 6,9 per cento degli uomini e al 2 per cento delle donne. «L’alcol, continua l’OMS, è il principale fattore di rischio per mortalità prematura e disabilità nella fascia di età tra i 20 e i 39 anni, rappresentando il 13 per cento di tutti i decessi in questa fascia d’età». Un’altra cosa che denuncia, senza clamore, l’OMS nel suo rapporto 2025, è che «le popolazioni svantaggiate e particolarmente vulnerabili presentano tassi più elevati di mortalità e ospedalizzazione correlati all’alcol».

L’alcolismo è un problema enorme, non risolvibile con l’idea che «alcolisti si nasce». Non si può rispondere che «alcolisti si diventa» conservando qualche gene difettoso nel DNA, visto che tra ebrei, mormoni e arabi che disapprovano sul piano morale gli alcolici il problema è semisconosciuto. La tempesta alcolica nel corpo umano deve misurarsi non solo con i messaggi di una doppia elica difettosa, ma anche con ciò che sente di verbale. 

L’epidemiologo Geoffrey Rose, nelle pagine del suo Le strategie della medicina preventiva, nel 1996 osservava che «fra tutte le minacce alla nostra salute l’alcol è quella che causa lo spettro più ampio di danni». L’alcol «fa vivere meno, […] danneggia il cervello, e quindi le capacità intellettive della persona, ha conseguenze su fegato, cuore e nervi, contribuisce alla depressione, alla violenza e gli si attribuisce più o meno un quarto di tutte le morti sulle strade, compresi quanti guidano in stato di ebbrezza, i pedoni sobri e quelli ubriachi».

Sul piano mondiale 

Il quadro è più composito: la sostanza ha sedotto una fetta importante del genere umano, con conseguenze molto diverse da Paese a Paese, comprese le economie più povere. Quasi la metà della popolazione mondiale di età superiore ai 15 anni consuma regolarmente alcol. Ma se l’Europa consuma, l’Africa sembra astenersi, il resto sembra mercato. Se restiamo un attimo ai dati 2022 OMS, la Regione europea è risultata quella più in cima quanto a rilievi. Un adulto medio della Regione ha consumato l’equivalente di 9,1 litri di alcol puro, la media regionale più alta a livello mondiale. 

In ogni caso, secondo il sito Stat, la dimensione economica sembra aver catturato tutti: «Persino i costi economici dell’abuso, che superano i 240 miliardi di dollari l’anno, una cifra superiore al debito sanitario complessivo di tutti gli americani, sono stati trascurati». È solo un esempio di quanto ha detto in altra forma quest’anno dal Lancet, ricordando che i mondiali di calcio maschili hanno fatto allargare gli orari di vendita degli alcolici in Massachusetts, New York, Canada e Gran Bretagna. La conclusione amara di Villalba e Torres nel loro The beautiful ad: alcohol promotion at the 2026 men’s World Cup è che: «I governi si comportano costantemente come se dare priorità al profitto […] fosse inevitabile per mantenere l’economia in funzione, anche quando settori non regolamentati, si tratti di alimenti, tabacco o, in questo caso, di alcol, hanno un effetto negativo sulla salute della popolazione».

Restano altre domande però. Perché il caos non creativo dei fatti di cronaca non si piega all’immagine alcol e violenza domestica? E a questa domanda tragica la rivista Lancet nel 2025 aveva risposto che: «Nel 2023, abbiamo stimato che 608 milioni di donne di età pari o superiore a 15 anni erano state esposte alla violenza domestica e 1,01 miliardi di individui di età pari o superiore a 15 anni avevano subito violenza sessuale durante l’infanzia».

E della seconda domanda che dire? Perché un numero crescente di giovani viene sedotto da bottiglie e barilotti? Per quale ragione degli inconsapevoli rischiano infezioni sessuali o disturbo da uso di alcol (o AUD)? Se lo chiedevano anche Tim Slade e Siobhan O’Dean in un editoriale di Lancet Public Health. Ed ecco la loro risposta: «dobbiamo cercare di capire come i modelli di consumo di alcol in rapida evoluzione delle nuove generazioni […] possano influenzare le tappe di sviluppo nella storia dell’AUD». Le ragioni del fenomeno AUD sono numerose quanto le dita delle nostre mani: biologia, costume, evasione, ignoranza, miseria, pressione economica, sofferenza umana. «La salute, osservava Italo Svevo, non analizza se stessa e neppure si guarda allo specchio; solo noi malati sappiamo qualcosa di noi stessi». 

Sappiamo quanti sono i bevitori e gli alcolizzati nel mondo?

Se la classifica dei consumi vede la Romania in cima con 17,1 litri  a testa ogni anno, in coda sopravvive il Kuwait, con 0,5 litri ogni 12 mesi. E se tra i primi cinque Paesi brillano tristemente quelli dell’Est europeo, tra i primi 10 troviamo un Paese europeo e uno africano. Nella classifica dei bevitori scarsi invece, a salire dal Kuwait, tra i primi 30 Paesi, si trovano tutti Paesi africani. In alcuni si beve 0,5 litri ogni anno e poi sempre di più sino a un litro, sempre ogni 12 mesi. In Italia, le ultime informazioni ufficiali dell’Osservatorio Nazionale Alcol (ONA) dell’Istituto Superiore di Sanità, dicono che nel 2020 il 56,2% delle donne e il 77,2% degli uomini “di età superiore a 11 anni” (formula burocratica ripetuta ovunque) ha consumato almeno una bevanda alcolica, per un totale di quasi 35 milioni di individui. 

Ma se ci allarghiamo dal nostro Paese possiamo trovare, per esempio, ciò che diceva l’indagine OCSE To prevent alcohol harmful use: ciascuno consuma ogni anno circa 7,8 litri di alcol puro, equivalenti grosso modo a 1,6 bottiglie di vino o a tre litri di birra a settimana per persona di almeno 15 anni. Ma ci sono gruppi di persone più a rischio in particolare, perché almeno una volta al mese il 22,1% degli adulti si dedica al binge drinking, “lo sballo del sabato sera”. Moda preoccupante, venuta soprattutto dai Paesi nordici e sempre più diffusa in Italia, con punte del 15% di bevitori fuori pasto intervistati. Così, lo 0,6% degli adulti ha una dipendenza dall’alcol e tra i ragazzi di 15 anni, il 17% delle ragazze e il 20% dei ragazzi si sono ubriacati almeno due volte. E pensare che i ragazzini che non si sono mai ubriacati hanno il 55% di probabilità in più di avere un buon rendimento scolastico.

Diagnosi e sottodiagnosi

Per tornare a Stat, la rivista sottolinea che per il problema dell’alcol occorre dare il giusto peso alla sostanza nelle diagnosi dei malati, mentre l’alcol resta una specie di mina vagante nelle diagnosi conclusive. Dire che una persona ha una “sofferenza epatica” o un’insufficienza epatica o persino una cirrosi non ci dice quanto tempo la persona passasse al bar. Scrive Stat: «Delle 178.000 morti che si verificano ogni anno a causa dell’alcol, circa un terzo è dovuto a cause come incidenti stradali e intossicazione da alcol» ma il resto viene da cancro, malattie cardiache, insufficienza epatica e altre malattie croniche dovute a un consumo eccessivo e prolungato. 

Per un’idea più completa serve uno sguardo ulteriore, quello dell’epidemiologo inglese Michael Marmot, utile a capire dove intervengono prezzi, disponibilità economica e cultura, cioè le variabili collettive. A queste si aggiungono le variabili personali, dalla genetica alla storia della persona, fino a quella che Marmot chiama “sottocultura”. Occorre aprirsi al diverso, è vero, ma il diverso può indicare il nuovo o rappresentare la fine. Nel caso drammaticamente esemplare dell’Unione Sovietica, prima del crollo in Russia, scriveva Marmot nel suo La salute diseguale: «L’alcol è una causa, ma dovremmo chiederci come mai, rispetto al passato, un numero maggiore di russi si uccideva usando il bere. Si può definire “il bere quantità fatali di alcol” come una scelta razionale per massimizzare l’utilità?». Sembrano pensieri di Nicolaj Gogol’ o considerazioni fuggite dai neuroni del medico Michail Bulgakov. 

Nessun livello di consumo di alcol è sicuro per la nostra salute

Nel 2025 l’ex responsabile della salute statunitense Vivek Murthy dichiarò che: «Il consumo di alcol è la terza causa prevenibile di cancro negli Stati Uniti, dopo il tabacco e l’obesità, aumentando il rischio di almeno sette tipi di cancro». E aggiungeva: «La maggior parte degli americani non è consapevole di questo rischio». 

Per la IARC, l’Agenzia internazionale per la ricerca sul cancro, nella sua informativa del 2025 titolava Alcol: nessun livello di consumo è sicuro per la nostra salute. E argomentava che anche bere piccole quantità di alcol aumenta il rischio della maggior parte dei tumori correlati.

La IARC inoltre ha classificato l’alcol come cancerogeno di Gruppo 1, quello a più alto rischio, insieme ad amianto, radiazioni e tabacco. Il rischio di sviluppare un tumore aumenta in maniera considerevole all’aumentare del consumo di alcol. Legata all’OMS e considerata una delle più affidabili fonti di studio per il cancro, la IARC spiega che ogni bevanda alcolica è causa possibile di cancro e ciò perché dall’etanolo deriva l’acetaldeide, una sostanza creata quando l’etanolo è metabolizzato dall’organismo, ed entrambi sono cancerogeni. «Esistono molti modi in cui l’alcol può causare la malattia, tra cui danni al DNA, stress ossidativo, cambiamenti ormonali e alterazioni del microbiota intestinale». Quindi interrompere o ridurre il consumo di alcol diminuisce il rischio di sviluppare il cancro. Gli uomini rappresentano oltre i tre quarti (il 78%) di questo carico di cancro potenziale in giro per il pianeta. 

L’alcol e gli incidenti

L’alcol continua a essere uno dei grandi nemici della salute per gli incidenti stradali, sostiene il Driving under the influence, a road safety priority della UE. E questo perché alcol, droghe illegali e i vari farmaci compromettono le capacità funzionali del conducente aumentando il rischio di incidenti. Con una concentrazione di alcol nel sangue di 0,5 g/L per i conducenti il rischio è stimato 1,4 volte maggiore a quello di un conducente sobrio, a 1,0 g/L quasi 5 volte superiore, e a 1,5 g/L circa 20 volte superiore. Per gli incidenti mortali, il rischio è ancora maggiore, soprattutto quando si associano alcol e droghe illegali. Nel 2025 nell’UE si stimava che dall’1,5 al 2% dei chilometri fossero percorsi con un tasso alcolemico illegale, in pratica da milioni di conducenti sotto l’influenza dell’alcol. Tra i decessi stradali nell’UE, uno su quattro è legato all’alcol, anche se questi stanno diminuendo più rapidamente rispetto ad altri. Per le infrazioni relative al consumo dell’alcol in gravidanza piuttosto comune, purtroppo, le percentuali variano da Paese a Paese e si stima che a livello globale si aggirino intorno al 10%, con punte fino al 25% in Europa. 

Per gli incidenti sul lavoro, il Centro regionale di documentazione per la promozione della salute (DORS) documenta che in Italia un numero variabile da 4 al 20% degli infortuni risulta legato al consumo di alcolici, direttamente o indirettamente. Su circa 940.000 denunce annuali all’Inail, si stima l’alcol come concausa da 37.000 a 188.000 incidenti. Numeri che fanno pensare, perché simili infortuni, scrive Lidia Fubini nel fascicolo di luglio 2023 di DORS, un numero che andrebbe letto per seguire la dinamica delle disgrazie umane «circa il 51 per cento avvengono in modo particolare, dicendo, a esempio: “ha urtato contro…”, ha messo un “piede in fallo” […].» Alcuni studi valutano che gli infortuni dovuti all’abuso di alcol siano il 10–20 per cento di tutti gli infortuni. Altri che hanno misurato l’alcolemia subito dopo l’infortunio evidenziano che circa il 4 per cento dei lavoratori infortunati presenta livelli elevati di alcol nel sangue». «L’assunzione di bevande alcoliche, conclude Fubini, rappresenta sempre un “rischio aggiuntivo” rispetto a un rischio lavorativo preesistente che deve essere sempre ridotto al minimo».

Mettere in pratica misure contro l’abuso di alcolici, almeno sinora, non ha dato risultati incoraggianti, dicono gli autori di un’indagine uscita il 28 luglio sul New England Journal of Medicine. I mezzi per lo screening (utili per identificare il consumo di alcol e disponibilissimi) sono «utilizzati raramente». Nella gestione dell’astinenza da alcol i protocolli non si sono adeguati alle prove recenti per ridurre l’impiego di benzodiazepine. E nonostante le buone prove di efficacia di trattamenti psicosociali e di farmacoterapie, per esempio il naltrexone, «per i disturbi legati all’uso di alcol la maggior parte delle persone non riceve questi trattamenti». 

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