Pubblicato il 04/09/2026Tempo di lettura: 8 mins
È uscito il 2 settembre un nuovo report dell’UNEP dal titolo Limiting Overshoot: Navigating exceedance of 1.5°C and pathways towards return. Il messaggio principale è che il superamento temporaneo di 1,5°C è ormai inevitabile date le traiettorie di emissioni e le politiche attuali. Ricordiamo sempre che stiamo parlando dell’aumento della temperatura media globale rispetto ai livelli preindustriali. La questione per i decisori politici non è più solo come evitare il sorpasso, ma come comprendere, prepararsi e navigare un futuro in cui le temperature globali superano il limite minimo sancito dall’Accordo di Parigi. L’altro messaggio importante è che ogni frazione di grado evitata riduce i rischi climatici, quindi di certo – come tutti quelli che si occupano di clima ripetono – non ha senso parlare di sconfitta o resa. Non è che sotto i 1,5°C c’è l’eden e sopra c’è l’inferno.
Nello scenario più ottimistico ritorna un numero che già da qualche anno avevamo iniziato a leggere: 1,8°C. Comunque sotto i 2°C, che sono l’altra famosa soglia, più “permissiva”, dell’Accordo di Parigi. Il rapporto delinea il percorso da intraprendere per ridurre i danni a barriere coralline, ghiacciai, evitare tipping point, assicurare sicurezza alimentare e idrica, salute, ridurre gli impatti nelle città, negli oceani, e via dicendo. Il percorso, appunto, è “overshoot, peak and decline” (superamento, picco, declino) e prevede tre fasi: risposta immediata, contenimento, resilienza di lungo periodo.

«Il report UNEP ci mette davanti a una dura realtà, quella del previsto sforamento di uno dei due obiettivi-limite dell’Accordo di Parigi», ci ha detto Jacopo Bencini, Presidente di Italian Climate Network. «La notizia non arriva sicuramente a freddo, anzi, i dati confermano un trend già ampiamente anticipato e che conferma la potenza distruttiva dell’inazione politica. A portarci sulla strada di 1,8°C sono infatti le politiche insufficienti dei governi e dei loro piani clima, gli NDC [gli obiettivi climatici ufficiali dei singoli paesi], ancora ampiamente inadatti (e spesso sottofinanziati a livello nazionale) rispetto alla sfida».
La noia mortale è il sentimento che chi parla di clima (e chi lo studia) prova nel ripetere ossessivamente le soluzioni da mettere in campo. Sono sempre quelle e servono sostanzialmente a ridurre le emissioni da un lato e adattarsi agli impatti climatici crescenti dall’altro. Come noto, NON sono una alternativa all’altra. Il report è categorico: mitigazione e adattamento sono fondamentalmente interconnessi e devono avanzare insieme in tutte le fasi. Non c’è gerarchia netta tra le due. Una mitigazione debole aumenta gli impatti e rischia di dirottare fondi verso risposte di emergenza invece che verso l’azione climatica, creando un circolo vizioso. Riduzioni rapide di CO2, metano e altri gas serra restano la priorità immediata. Contemporaneamente, anche la mitigazione di maggior successo non eliminerà il bisogno di adattamento: 1,5°C non è considerato sicuro per la maggior parte di nazioni, comunità, ecosistemi e settori. Serve un adattamento “trasformazionale”, non incrementale.

Ecco quindi che serve mettere in campo tutti gli strumenti necessari, e un ruolo dovrà averlo anche la rimozione di CO2 dall’atmosfera, ma con limiti forti e una governance robusta, scrive l’UNEP. Messaggio alle multinazionali fossili: rimuovere gas serra dall’atmosfera NON serve per continuare a estrare gas, petrolio e carbone, che vanno eliminati in ogni caso. L’altro tema di cui non ci si deve dimenticare è che equità e giustizia devono essere al centro della transizione, perché ci sono paesi che hanno responsabilità storiche maggiori di altri (per essere concisi: l’occidente, il G20, noi, quelli ricchi) e che hanno il compito di aiutare il resto del mondo.
Il pacchetto d’azione dell’UNEP ci dice che dopo un certo periodo di “overshooting”, di superamento del 1,5°C, si potrà tornare sottosoglia, ma questo purtroppo non elimina molte delle perdite che si registreranno, che saranno irreversibili e permanenti comunque. Questo percorso si estende verosimilmente fino a fine secolo, con gli scenari più ottimistici che vedono un ritorno sotto 1,5°C entro qualche decennio.
Anche in scenari in cui le emissioni nette negative di CO₂ raggiungano le 10 GtCO₂ [miliardi di tonnellate di anidride carbonica] all’anno, ovvero circa un quarto delle emissioni attuali di CO₂, il riscaldamento potrebbe ridursi solo di circa 0,05 °C per decennio. In altre parole, un decennio di riscaldamento globale al ritmo attuale di circa 0,25 °C per decennio potrebbe richiedere circa 50 anni per essere invertito, anche ipotizzando scenari ottimistici di CDR [Carbon Dioxide Removal, rimozione dell’anidride carbonica]. L’impiego attuale di queste tecnologie rimane ben al di sotto di tali livelli: nell’ultimo decennio, la rimozione durevole della CO₂ basata sul suolo ha raggiunto in media circa 2 GtCO₂ all’anno, mentre i nuovi metodi di CDR, che utilizzano tecnologie per catturare e stoccare il carbonio, hanno rimosso quantità pari a circa un millesimo di tale valore.
Sia la possibilità che la velocità di tornare sotto i 1,5°C una volta superati dipende da vari fattori: la riduzione delle emissioni a breve termine, mantenimento nel tempo di basse emissioni, uso massimo sostenibile di rimozione di CO2, risposta climatica del sistema Terra (e qui c’è più incertezza dovuta anche ai noti tipping point), capacità di governance globale (una volta arrivate le “condizioni di picco”, dice l’UNEP, lo spazio politico per costruire politiche climatiche si restringe), l’entità del livello di picco raggiunto.


Immagini tratte dal rapporto UNEP e tradotte
Ciò non toglie che il superamento diventi da temporaneo a permanente. Dipende, appunto, da quanto decisamente agiremo. Oltre circa 1,8°C, il declino verso 1,5°C entro il ventunesimo secolo diventa sempre più difficile, perché la capacità naturale di rimozione e trattenimento del carbonio si degraderebbe e la competizione con altri obiettivi di sviluppo sostenibile limiterebbe la fattibilità di strategie di mitigazione ad alta intensità di suolo. In altre parole, se per ridurre le emissioni instauro una fantastica dittatura climatica, andrò a comprimere diritti sociali e civili, partecipazione politica, e così via. Per quanto riguarda poi i tipping point, evidenze crescenti indicano che un riscaldamento sostenuto sopra 1,5°C aumenta il rischio di innescarne uno o più (vedi calotte antartica occidentale e groenlandese, AMOC, foresta amazzonica, ecc.).
Conclude Bencini: «Sta ora sempre più alla società civile, alla scienza, ai partiti politici spingere i governi a non vedere quella del clima come una partita persa in partenza verso le prossime COP, piuttosto, a prendere i lati – se così possiamo dire – positivi del report, ossia il fatto che esiste ancora tecnicamente la possibilità di contenere il danno». Ecco perché, alla prossima COP31 di novembre ad Antalya in Turchia «si dovrà avviare al meglio il percorso che porta al secondo check-up climatico previsto per il 2028, probabilmente in quella che sarà la COP della Cina, dove i governi dovranno necessariamente proporre strumenti per blindare Parigi mentre agiscono, secondo schemi plurilaterali e per piccoli gruppi, al di fuori delle sale negoziali».
Nel report ci sono un paio di focus sui costi economici e sulle ripercussioni legali che è interessante leggere. Li riassumiamo qui sotto.
- Lo stress da calore riduce la produttività, soprattutto in agricoltura (le stime indicano una perduta al 2050 in Ghana dell’8,5%, in Sri Lanka del 6/8%, in Guinea-Bissau del 9,5%), colpendo più i lavoratori manuali che quelli d’ufficio.
- Cali di resa agricola e di disponibilità idrica si traducono in perdite economiche più ampie. In Argentina l’assenza di misure può portare a compromettere il 25% dell’attuale superficie irrigata, causando perdite annuali per circa 837 milioni di dollari, danni ingenti sono previsti anche Ghana, Iraq, Pakistan, con impatti aggravati su Piccoli Stati Insulari (come la pesca alle Maldive).
- Eventi estremi generano danni economici crescenti e a cascata su trasporti e reti (in Pakistan le alluvioni del 2022 hanno causato oltre 30 miliardi di dollari di danni).
- Gli impatti climatici aumentano la povertà e colpiscono in modo sproporzionato i più poveri, spesso senza copertura sociale adeguata.
Molto interessanti anche le implicazioni legali che si presenterebbero in caso di superamento di 1,5°C.
- Il quadro giuridico internazionale (UNFCCC, Accordo di Parigi, UNCLOS – la convenzione sul diritto del mare – e i vari obblighi consuetudinari) resta imperniato su 1,5°C e continuerà a guidare gli obblighi degli Stati anche in caso di superamento: un percorso di overshoot non sostituisce questo quadro legale, ne cambia solo le circostanze applicative.
- In un parere consultivo 2025, la Corte Internazionale di Giustizia (ICJ) ha stabilito che 1,5°C è l’obiettivo primario concordato dalle parti dell’Accordo di Parigi, e che gli Stati devono esercitare una due diligence rigorosa nel preparare NDC coerenti con questo obiettivo. Il Tribunale internazionale per il diritto del mare ha analogamente legato gli obblighi di mitigazione alla soglia di 1,5°C e alle «migliori conoscenze scientifiche disponibili».
- Gli Stati devono regolare rigorosamente le emissioni di gas serra, incluse quelle di attori privati; l’ICJ ha identificato la produzione e il consumo di combustibili fossili, le licenze di esplorazione per idrocarburi e i sussidi alle fonti fossili come aree giuridiche dove l’inazione può costituire un illecito internazionale.
- La rimozione di carbonio è legalmente trattata come complementare alla mitigazione, non sostitutiva, e resta soggetta a vincoli su biodiversità, ambiente marino, diritti umani e interessi di altri Stati.
- Gli obblighi di adattamento acquistano importanza crescente sotto overshoot: gli Stati devono pianificare e agire con due diligence e alla luce delle «migliori conoscenze scientifiche», anche per i danni che persistono dopo il declino delle temperature.
- Gli Stati devono cooperare tramite finanza, trasferimento tecnologico, capacity-building e condivisione di dati scientifici, specie a beneficio degli Stati vulnerabili in via di sviluppo con minore accesso a informazioni tecniche.
Anche dal punto di vista giuridico, quindi, sembra esserci una sostanziale certezza sul fatto che il diritto internazionale riconosca e tuteli gli obblighi della transizione ecologica e punisca i trasgressori. Non sarebbe male, già che ci siamo, che l’ecocidio diventi finalmente il quinto reato internazionale presso la Corte Penale Internazionale.
Ora, ai Master di comunicazione della scienza insegnano che non si deve terrorizzare il pubblico (non si deve dire al fumatore/fumatrice che se continuerà a fumare morirà molto probabilmente di cancro ai polmoni in atroci sofferenze), perché questo produce una risposta di rigetto. La psicologia ha indagato ormai i vari bias comunicativi a cui prestare attenzione: non dare la soluzione magica, non guardare solo il proprio cortile, non fidarsi della prima impressione, ecc. (ne avevamo parlato anche nei corsi di formazione Ok!Clima). Ecco, le soluzioni le abbiamo date (anche questo è un imperativo della comunicazione climatica), e le ricordiamo a ogni santo articolo di clima che scriviamo. Sfugge, tuttavia, come in presenza di questi scenari ci si possa ancora concedere il lusso di non spaventare troppo le persone tranquillizzandole che tanto andrà tutto bene. Non è così, l’abbiamo visto anche stavolta. E come ogni volta ricordiamo che le scelte politiche climatiche dei governi (e dei parlamenti) passano innanzitutto attraverso il nostro voto alle urne elettorali, attraverso la partecipazione politica attiva e attraverso l’adesione collettiva alle azioni di mitigazione e adattamento climatico.
Il caldo sul lavoro è un’emergenza sanitaria in crescita
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È ampiamente condiviso come il cambiamento climatico si configuri come una reale emergenza sanitaria e una sfida epocale. Una riflessione su come tale emergenza sanitaria riguardi anche la salute e la sicurezza dei lavoratori è essenziale. Storicamente, la ricerca in ambito occupazionale ha consentito di identificare e caratterizzare rischi per la salute dei lavoratori dovuti a sostanze presenti anche negli ambienti di vita (solitamente a più bassi livelli di esposizione).







