C’è una tomba vicino Parigi che a una prima occhiata sembra raccontare una storia semplice: una comunità la scava, la usa, la tramanda ai figli. Il problema è che tra la prima e la seconda fase di utilizzo di quella tomba passano generazioni di silenzio e chi torna a seppellire i propri morti in quello stesso luogo, a quanto pare, non ha nulla a che fare con chi l’aveva costruita.
Sono persone arrivate da un altro luogo, che si sono semplicemente insediate nel vuoto lasciato da chi c’era prima (come i mammiferi che occuparono le nicchie ecologiche lasciate libere dai dinosauri quando questi si estinsero in massa). Ce lo dice uno studio pubblicato su Nature Ecology&Evolution, basato sull’analisi del DNA antico di 132 individui sepolti nel sito di Bury, a circa 50 km da Parigi.
È un dettaglio che potrebbe sembrare una curiosità tecnica, ma smonta uno dei concetti più usati e abusati nella narrazione popolare dell’archeologia: il collasso delle civiltà.
Un’idea seducente e tre modi di essere sbagliata
L’idea di “collasso” ha la tragicità giusta per essere raccontata: una società fiorisce, commette i propri errori e infine crolla su se stessa, lasciando rovine silenziose per gli archeologi del futuro. È il canovaccio avvincente per bestseller, documentari, TED.
Ma quando lo si confronta con i dati genetici e archeologici più recenti questo concetto si sfalda in almeno tre storie molto diverse tra loro.
La prima è quella di Bury: un vero e proprio rimpiazzo. Chi viveva lì prima muore, si disperde, o comunque scompare dai dati genetici e chi arriva dopo è un’altra popolazione. Lo stesso schema si osserva in Scandinavia, dove il cosiddetto declino neolitico locale è seguito dall’arrivo di popolazioni provenienti dalle steppe dell’Asia centrale, che rimpiazzano quella che viveva lì precedentemente.
La seconda storia è quella dell’assimilazione ed è forse la più controintuitiva: la cultura scompare, ma la popolazione resta. È il caso degli Etruschi. Gli studi genomici degli ultimi anni mostrano una sostanziale continuità genetica tra gli abitanti dell’Etruria del primo millennio a.C. e i Latini di Roma, e persino con la Toscana di oggi. Quando Roma conquista l’Etruria, non sostituisce una popolazione con un’altra: assorbe la stessa gente in una cultura diversa. La lingua etrusca, non indoeuropea e ancora oggi in gran parte indecifrata, si estingue. I geni restano. È l’opposto esatto di Bury: lì la cultura (le tombe collettive, i rituali) scompare insieme alla gente che la praticava; qui la gente resta e a scomparire è solo l’involucro culturale.
La terza storia è ancora più radicale: a volte il collasso semplicemente non è mai avvenuto. Il caso più clamoroso è l’Isola di Pasqua, Rapa Nui, il classico da manuale di “ecocidio”: una popolazione che avrebbe distrutto il proprio ecosistema per costruire i moai, crollando da 15-25.000 abitanti a poche migliaia prima dell’arrivo degli europei. Due studi del 2024, uno basato su immagini satellitari degli orti di pietra e uno genomico su resti umani, convergono su una conclusione opposta: la popolazione non è mai stata così grande e non mostra alcun segno di crollo genetico. Semplicemente, l’isola non avrebbe mai potuto sostenere più di poche migliaia di persone e quelle poche migliaia hanno gestito le risorse in modo sorprendentemente sostenibile per secoli. Il “collasso” di Rapa Nui, insomma, è un mito costruito a posteriori, utilissimo come parabola ambientalista, ma smentito dai dati.
Quando invece il collasso è reale: il ruolo dei patogeni
Ma ci sono casi in cui un vero declino demografico c’è stato: cosa svuota davvero un territorio abbastanza da renderlo disponibile per un rimpiazzo di popolazione?
Una risposta che sta guadagnando credito riguarda le epidemie.
Nel 2025, un lavoro pubblicato su Nature ha catalogato 214 patogeni preistorici identificati in oltre 1.300 individui antichi in Eurasia, ricostruendo una mappa delle malattie infettive che nessuno storico avrebbe potuto immaginare fino a pochi anni fa, incluso il più antico frammento genetico conosciuto di Yersinia pestis, il batterio della peste, in un campione di 5.500 anni.
Qui occorre però evidenziare un punto cruciale: i patogeni antichi non erano gli stessi patogeni delle pandemie storiche documentate. Quando la peste nera colpisce l’Europa nel 1348, affligge civiltà complesse con città, commerci internazionali, rudimentali sistemi sanitari e soprattutto una popolazione con una certa esposizione previa a malattie infettive.
Nel Neolitico il contesto è radicalmente diverso. Un insediamento agricolo contava poche centinaia di persone che vivevano in prossimità tra loro e con il bestiame, con nessuna immunità costruita nel tempo, perché quella malattia non esisteva nel loro ambiente.
Una malattia “nuova” che arriva in queste condizioni ha caratteristiche epidemiologiche diverse. Se è trasmissibile da persona a persona, come per esempio un virus respiratorio, può diffondersi rapidamente attraverso l’intera comunità in poco tempo. Se, come nel caso della peste, uccide il 30-40% degli infetti entro pochi giorni, una piccola comunità agricola perde in sei mesi più persone di quante ne uccida una carestia in un anno intero.
E non è un evento isolato: l’articolo mostra chiaramente che nel corso del Neolitico europeo si susseguirono diverse ondate di malattie. Neanche il tempo perché una comunità si riprendesse da una pestilenza, che nel giro di 2-3 generazioni arrivava un’altra malattia.
Nello stesso periodo, uno studio pubblicato su Science ha ricostruito come la virulenza di Yersinia pestis si sia progressivamente attenuata nel corso delle pandemie storiche. Si tratta di un processo di coevoluzione tra patogeno e ospite che racconta una storia più lenta e organica di quanto suggerisca la parola “epidemia”: un batterio meno letale si diffonde meglio, perché non uccide l’ospite prima di potersi trasmettere.
Ma nel Neolitico, quando il batterio era ancora wild, ancora non adattato ai tassi di trasmissione ottimali nel suo ospite umano, e quindi poteva essere molto più mortale.
Immaginate una malattia che nella forma più virulenta uccide il 50% dei contagiati: non è biologicamente sostenibile a lungo termine per il patogeno (uccide l’ospite, interrompe la catena di trasmissione), ma è devastante per le 300 persone che vivono in una piccola comunità come quella di Bury.
Una combinazione di fattori
Messe insieme, queste ricerche suggeriscono un quadro più complesso: non una sola causa fatale, ma una sinergia di più fattori.
La letteratura mostra che le epidemie nel Neolitico europeo si verificano spesso in periodi di stress ambientale, quali lunghi periodi di siccità, carestie, eccetera. Una comunità agricola già affamata, con malnutrizione cronica, ha un sistema immunitario compromesso. Una malattia nuova arriva (tramite contatti commerciali, migrazioni, o spostamenti di animali domestici) e in una popolazione già debilitata, si diffonde con effetti ancora più devastanti. Poi, quando la mortalità sale oltre una certa soglia, il sistema comincia a crollare: muoiono i capi, muoiono gli specialisti (gli artigiani, i portatori di conoscenza), le reti sociali si frammentano, il sapere accumulato non può essere tramandato perché non ci sono persone abbastanza adulte per trasmetterlo. Le terre restano abbandonate non perché i sopravvissuti non sappiano coltivare, ma perché non rimangono gruppi familiari sufficientemente grandi per gestire il lavoro agricolo.
Una tempesta perfetta di fattori: epidemia, malnutrizione, stress climatico, perdita di coesione sociale.
Perché gli esiti sono diversi: geografia, densità, tempistiche
Eppure, anche di fronte alle stesse pressioni, non tutti i territori rispondono allo stesso modo. La Scandinavia subisce il “declino neolitico” e viene rimpiazzata dalle popolazioni delle steppe. Bury subisce una trasformazione ancora più radicale: scomparsa totale della continuità genetica. Ma altrove, come nel caso degli Etruschi, una cultura può scomparire mentre la popolazione resta intatta. Cosa determina quale esito si verifichi?
Una parte della risposta è geografica e demografica. Bury si trova nel Paris Basin, una delle rotte naturali di migrazione da est verso ovest attraverso l’Europa. È una “porta d’ingresso”: quando la popolazione locale crolla per epidemia e stress ambientale, il vuoto non rimane tale a lungo. C’è gente in movimento, che da secoli prova a spostarsi verso ovest, seguendo i fiumi navigabili, le pianure percorribili. Nel momento in cui trovano un territorio spopolato, si insediano. Non c’è “invasione” nel senso bellico: è semplicemente occupazione di uno spazio libero. E quando non si incontra la popolazione precedente, perché è morta o è fuggita altrove, gli ultimi sopravvissuti si integrano velocemente nei nuovi gruppi e la continuità genetica si spezza totalmente.
La Scandinavia segue un pattern simile, ma con un elemento aggiuntivo: non è una sola migrazione, è un flusso continuo di gruppi che arrivano dalle steppe nel corso di più generazioni e il Neolitico locale non riesce a “resistere” a questa pressione migratoria perché è già debilitato dalle epidemie. Il risultato è un rimpiazzo completo.
Ma un territorio più remoto, meno connesso alle grandi rotte migratorie, come la penisola italica in alcuni periodi, o le zone montuose scarsamente popolate, potrebbe subire la stessa epidemia, perdere il 50% della popolazione, ma restare abbastanza isolato da evitare il rimpiazzo totale: i sopravvissuti si riorganizzano, la popolazione si ricostituisce nel giro di 5-10 generazioni, la cultura cambia radicalmente (perché i sopravvissuti devono reinventare molte tradizioni dal nulla), ma la continuità genetica persiste, anche se con un collo di bottiglia genetico, che marca quell’evento tragico.
Un’altra parte riguarda la densità e la complessità della società colpita. Gli Etruschi non erano semplici agricoltori neolitici: erano una civiltà complessa, urbanizzata, con una struttura politica e una rete commerciale consolidata, quando Roma, intorno al I secolo a.C., li conquistò. Tuttavia, il processo di “assimilazione” che segue è affascinante dal punto di vista genetico: Roma non sostituisce gli Etruschi, li assorbe. La gente resta, i figli imparano il latino accanto all’etrusco (poi il latino diventa dominante), adorano le divinità romane insieme a quelle etrusche (poi le divinità etrusche vengono rimpiazzate da quelle col nome romano), si integrano nell’esercito romano, nelle magistrature romane. L’identità genetica persiste, ma l’identità culturale scompare entro poche generazioni.
Nel Neolitico, dove la società è meno istituzionalizzata, il processo è diverso. Quando una comunità neolitica subisce una catastrofe demografica così grave da perdere più del 40% della popolazione in pochi mesi, l’impatto è sia genetico che culturale. La scomparsa dei ritual specialists, degli artigiani esperti, dei narratori che tramandavano la storia del clan, degli anziani che sapevano quali piante erano commestibili, può significare la perdita completa di quella identità anche se una frazione della popolazione sopravvive. Se i sopravvissuti sono dispersi, frammentati in piccoli gruppi, la cultura semplicemente scompare perché non c’è un nucleo sufficientemente coeso per tramandarla. Alcuni geni locali potrebbero sopravvivere negli incroci con i nuovi arrivati, ma la cultura è andata.
In altre parole: è il contesto che sceglie.
Un’epidemia massiccia in una zona remota devasterà la popolazione ma garantirà continuità genetica; un nuovo patogeno in una comunità su una rotta migratoria causerà un rimpiazzo totale. Infine, una conquista politica di una civiltà complessa porterà ad assimilazione culturale senza rimpiazzo genetico. Tre esiti, una sola macro causa.
Perché continuiamo a parlare di “collasso”
Se le cose stanno così, perché la parola “collasso” resiste così tanto nell’immaginario collettivo, dal Neolitico europeo a Rapa Nui, fino a certe letture superficiali del declino delle civiltà mesoamericane come i Maya, dove oggi si parla sempre più di riorganizzazione politica e migrazione interna piuttosto che di estinzione?
In parte perché è una narrazione più comoda: attribuisce la fine di una società a un fallimento interno, sia ambientale, morale, o politico, piuttosto che a dinamiche demografiche più lente, e meno raccontabili in un titolo sensazionalistico.
E in parte, forse, perché dice qualcosa delle nostre società odierne che si guardano allo specchio delle rovine antiche non per capire come funzionano davvero i cambiamenti demografici, le migrazioni, le trasformazioni culturali, ma per proiettarci le proprie ansie contemporanee sul crollo, sul declino, sulla fine imminente. È una forma di archeologia emotiva, ma non scientifica.
Il DNA antico, in questo senso, non rappresenta più uno strumento utile per costruire chi eravamo: rischia (in senso positivo) di diventare uno strumento “di correzione”, scomodo per le storie, spesso troppo lineari, troppo morali, troppo narrativamente soddisfacenti, che ci raccontiamo su noi stessi. Racconta cioè di come le cose possano essere ben più complicate e meno tragiche di come l’immaginazione ce le vorrebbe presentare.







