Tutti gli uomini, per natura, desiderano sapere.
È l’incipit della Metafisica di Aristotele, che nella sua essenzialità afferma un carattere distintivo fondamentale della specie umana. Un carattere che si è evolutivamente affermato, insieme alla socialità, come il vantaggio competitivo che ha consentito alla nostra specie di divenire dominante in rapporto ad altre specie biologicamente altrettanto evolute. Il desiderio di sapere è presente in tutti gli esseri umani con una estensione che va dalla semplice curiosità all’amore per la cultura in tutte le sue forme e si spinge fino a chi dedica la vita ad estendere la conoscenza oltre ciò che è noto. I ricercatori appartengono a quest’ultima categoria e la loro tensione verso la decodifica dell’ignoto offre un contributo essenziale al progresso culturale e al successo della società.
All’evoluzione biologica per selezione naturale a cui ogni vivente, umano compreso, è soggetto, si è sovrapposta un’evoluzione specificamente umana su cui opera la selezione della storia. I vari insiemi umani, oggi principalmente stati nazionali o alleanze tra stati, ma anche gruppi etnici o tribali, competono tra loro per l’accesso alle risorse naturali, finanziarie, tecnologiche o intellettuali, e non è infrequente che la competizione degeneri nello scontro armato. Il risultato di questa competizione determina anche quali valori diventano dominanti. O almeno questo è quello che finora è sempre successo a dispetto di ogni auspicio di un futuro in cui l’umanità possa trovare un equilibrio di rispetto reciproco e di progresso comune. Nel contesto competitivo la creazione efficiente di valore è un fattore di successo dove ogni settore di attività gioca un ruolo e dove la scienza e la tecnologia sono protagoniste nel rafforzare e mantenere il successo nel tempo. La scienza cosiddetta di base (in realtà i confini tra scienza di base e applicata sono piuttosto indefiniti) ha il compito di garantire il continuo espandersi della conoscenza anche in campi senza una prospettiva evidente di una qualsiasi applicazione, ma con il risultato di non porre limiti ai gradi di libertà della creazione di sviluppi futuri non ancora immaginabili. La storia della scienza e anche di altre discipline ci insegna che ogni elemento di conoscenza, anche apparentemente “inutile”, ha la potenzialità di combinarsi, in modo imprevedibile, con altri elementi per produrre applicazioni e ulteriore conoscenza. È poi fondamentale che il valore della conoscenza produca valore per la società nel più ampio modo possibile e questo avviene (o dovrebbe avvenire) attraverso l’industria che nutre (o dovrebbe nutrire) la propria spinta innovativa nella conoscenza, sviluppando da questa tecnologie, prodotti, servizi e piattaforme di fruizione.
La scienza in sé prospera nella libertà di pensiero e di critica ed è trasparente a livello globale, traendo la sua forza motrice da reti mondiali di cervelli. Le cose sono diverse quando dalla conoscenza si passa alle applicazioni, già a partire dalle fasi antecedenti lo sviluppo di una tecnologia e fino alla sua industrializzazione. In questi passaggi, dove l’idea e il know-how sono generalmente protetti da barriere di varia natura, le nazioni che meglio hanno saputo creare le condizioni adatte allo sviluppo di un tessuto industriale interfacciato alla ricerca traggono i maggiori benefici dalla conoscenza prodotta a livello planetario. L’industria che si sviluppa in queste condizioni avrà tutto l’interesse a stimolare la politica a investire in ricerca e istruzione e magari a contribuire essa stessa al finanziamento della ricerca, ottenendo nel “giardino di casa” un accesso più immediato all’innovazione e alle competenze necessarie per implementarla. Si crea così un circolo virtuoso di reciproco vantaggio tra scienza e industria e di vantaggio per la società.
Le condizioni utili a innescare questo circolo virtuoso riguardano il contesto finanziario, fiscale, normativo, l’atteggiamento culturale verso l’impresa, la disponibilità di risorse umane adeguate e la facilità di interfacciamento e di travaso tra mondo della ricerca e industria. Stiamo parlando di imprese avanzate, capaci di generare elevati livelli di valore aggiunto attraverso investimenti e innovazione il cui successo, o addirittura la cui sopravvivenza, non sia legato in modo prevalente alla massima compressione dei costi. Fatti salvi i meccanismi distributivi della ricchezza, le imprese avanzate sono la nostra sola possibilità di mantenere e migliorare il nostro tenore di vita e di protezione sociale determinando la nostra capacità di crescere e di migliorare l’efficienza, vale a dire di incrementare il rapporto tra valore aggiunto prodotto e risorse impiegate per produrlo. Competere in modo prevalente sul denominatore di questo rapporto, ossia sulla compressione dei costi e principalmente sul costo del lavoro, significa condannare la società a una corsa senza freni verso la povertà diffusa.
Una delle spie d’allarme in questo senso riguarda un paradosso italiano: secondo i dati Eurostat siamo nella UE la penultima nazione, davanti solo alla Romania, come percentuale di laureati nella fascia tra 25 e i 34 anni, che risulta di circa il 31-32% rispetto a una media UE del 44-45%. Nonostante questo, i nostri giovani laureati faticano a trovare un impiego, sono spesso sottopagati rispetto ad altri Paesi ed emigrano. Nel 2023 sono emigrati 21.000 laureati, portando a 100.000 il numero nel quinquennio dal 2019 al 2023 su 190.000 giovani totali emigrati nello stesso periodo – a fronte, per inciso, di eserciti di braccianti sottopagati che importiamo, spesso clandestinamente, insieme a badanti e manovali. Quindi ci si domanda: se il pur basso numero di laureati è comunque in eccesso rispetto alla domanda dell’industria al punto da spingere gli stipendi verso il basso e i laureati a emigrare, quali figure richiede l’industria che lamenta di continuo il mismatch tra offerta di lavoro e tipologia di personale disponibile sul mercato? E verso quale tipo e metodologie di produzione punta?
Il quadro appare come quello di un’industria che mediamente non si colloca sul fronte avanzato del valore, un’industria che sembra mantenersi in una posizione difensiva dello status quo per paura, incapacità culturale di investire o di “perdere il controllo” (Veronica De Romanis, L’economia della paura, Mondadori). Un aspetto rilevante del problema è il livello di dipendenza dell’economia del Paese da micro, piccole e medie imprese che hanno oggettivamente una maggiore difficoltà a effettuare investimenti sufficienti in tecnologie e talenti, oltre che una barriera culturale a delegare ruoli chiave a risorse umane competenti. In realtà anche negli USA e in EU, come in Italia, PMI e microimprese rappresentano oltre il 99% del numero di imprese totali, ma la percentuale di PIL prodotto da queste in Italia è del 65% contro il 58% nella UE e il 43% negli USA. Indicativa è la quota micro-imprese (imprese con meno di 10 dipendenti) che in Italia ammontano a ben il 94,9% del totale. Questo fatto è stato uno dei rilievi che la UE ha recentemente posto come fattore di inefficienza del sistema produttivo da affrontare di fronte all’ennesima richiesta di flessibilità sui conti pubblici da parte dell’Italia.
Appare evidente come la politica industriale sia il fulcro sul quale appoggiare le riforme, semplicemente perché è l’industria che genera le risorse indispensabili. Appare altrettanto evidente che sia una necessità esistenziale perseguire un efficace collegamento tra lo sviluppo della conoscenza (dove peraltro l’Europa, Italia inclusa, vanta notevoli primati) e la piena messa a frutto delle sue ricadute industriali. Ciò si ottiene costruendo un ecosistema stimolante sia per nascita di start-up ad alta potenzialità, sia per la crescita dimensionale media delle imprese, attraendo investimenti finanziari, insediamenti di grandi imprese tecnologiche e facilitando processi di consolidamento. Certamente non offrendo premi fiscali a chi rimane piccolo attraverso meccanismi di flat-tax e forfetizzazione, come invece accade. La panoramica del tessuto imprenditoriale nei settori chiave è tutt’altro che incoraggiante per l’Unione Europea, e ancora meno per l’Italia. È ben nota la situazione che riguarda elettronica e software (microprocessori, memorie, IA e tecnologie produttive collegate), dove il peso delle maggiori aziende UE (come ASML, SAP, Infineon e STM) è piuttosto modesto rispetto ai colossi globali anche se, come nel caso di ASML, depositarie di esclusive capacità essenziali nella filiera globale. Spostando l’attenzione sulla situazione dell’industria farmaceutica, un settore ad alto valore aggiunto fortemente dipendente dalla ricerca, con notevoli implicazioni etiche e sociali e che per queste ragioni può essere considerata paradigmatica, la situazione non è molto diversa.
Tanto per cominciare, valutando le prime 100 farmaceutiche al mondo quotate in borsa per capitalizzazione di mercato, la somma delle prime tre rispettivamente di USA, Svizzera, UK e UE (in miliardi di dollari) ammonta ai seguenti valori: USA 1.895, Svizzera 614, UK 424, EU 367. L’Italia nelle prime 100 farmaceutiche quotate al mondo ha solo Recordati, con circa 12 miliardi di capitalizzazione. In realtà la maggiore azienda italiana è il Gruppo Menarini, che però non è quotata. Se facciamo lo stesso esercizio considerando il fatturato abbiamo: USA 577, Svizzera 148, UK 108, EU 215. L’Italia è a 3 miliardi con Recordati. Anche aggiungendo Menarini e Chiesi (non quotate) per arrivare a 3 saremmo circa a 13 miliardi di dollari. Sempre nelle prime 100 ci sono 31 statunitensi, 18 UE, 6 svizzere, 5 britanniche. Di italiane ce n’è una sola. Il paragone è solo con le industrie occidentali che nel loro insieme ancora conservano il primato, ma Cina, India e Corea stanno arrivando con una presenza numericamente importante (oltre al Giappone che è presente da sempre).
Ma come siamo messi con la ricerca biomedica e scienze della vita che sono l’humus di questa industria? Parlando di risultati di qualità prodotti, Europa e Italia ne escono decisamente meglio nel confronto. Anche se gli USA mantengono il primato globale per quanto riguarda la quota di articoli ad altissimo impatto, ossia la leadership nell’ 1% delle pubblicazioni più citate, l’Unione Europea genera circa il 17-21% delle pubblicazioni scientifiche globali nelle scienze della vita e biotecnologie, più degli USA col 15-16% e poco meno della Cina al 22%. Inoltre, l’impatto citazionale medio dell’UE misurato tramite l’indice FWCI (Field-Weighted Citation Impact) risulta stabilmente sopra la media mondiale. Vale a dire che un articolo biomedico medio europeo viene citato più della media globale. Quasi paradossalmente l’Italia questa volta figura molto bene, ponendosi in genere all’8°-9° posto al mondo per numero di pubblicazioni e con un impatto citazionale sempre sopra la media mondiale ed europea aggregata, in particolare in settori come la cardiologia, l’oncologia e le neuroscienze. Questi paradossalmente sono anche i settori di punta dell’industria farmaceutica di cui abbiamo visto la nostra sconfortante posizione nel ranking mondiale ed europeo. Va anche detto che l’Italia, secondo i rapporti ANVUR (Agenzia Nazionale per la Valutazione del Sistema Universitario e della Ricerca) e della Commissione Europea, è tra i primi Paesi al mondo per numero di pubblicazioni ad alto impatto in rapporto ai fondi pubblici investiti nella ricerca. A parità di budget speso, i ricercatori italiani producono un maggior numero di articoli inseriti nel primo 10% delle riviste più citate al mondo rispetto a ricercatori di paesi dove la ricerca è molto più finanziata, come Germania o Francia. C’è da domandarsi che cosa si potrebbe fare con finanziamenti in linea coi maggiori paesi europei.
Da quanto scritto, si possono proporre alcune conclusioni:
Scienza, alta formazione ed economia ad alto valore aggiunto, pur nelle rispettive specificità, devono farsi sistema per restituire valore alla collettività;
- intervenire su un solo elemento (“ci vogliono più laureati e più ricerca per crescere”) non produce automaticamente gli effetti sperati, ma è necessario intervenire su tutti gli elementi con una visione d’insieme;
- un’area essenziale di intervento riguarda la facilitazione sistematica di interfacciamento tra industria e università (in Europa esistono già esempi consolidati come la rete degli istituti Fraunhofer), per il quale scopo anche l’università, e non solo l’industria, deve evolversi culturalmente;
- è essenziale porre il focus sulla crescita dimensionale e culturale delle imprese e sulla creazione di un ambiente attrattivo per la grande industria al fine di trattenere nel territorio la giusta quota del beneficio che deriva dalla produzione di conoscenza.
Segnalo che in queste aree di intervento alcuni elementi della società civile si stanno muovendo ben prima della politica e cito due esempi diversi tra loro. Il primo, che riguarda lo sviluppo dimensionale dell’impresa, vede il Politecnico di Milano e la Bocconi unire le loro forze per facilitare l’evoluzione di start-up di successo verso lo stato di “unicorno” (aziende che da start-up arrivano a capitalizzare 1 miliardo di dollari) senza che queste siano necessariamente indotte a trovare all’estero condizioni favorevoli. L’altro è un esempio di industrializzazione diretta dei risultati della ricerca messa in atto da Telethon, per rispondere alla mancanza di interesse dell’industria verso alcuni farmaci per malattie rare, un modello che ha motivazioni etiche, ma che contiene insegnamenti generalmente validi di collegamento tra ricerca, generazione di impresa e sviluppo industriale.
Tornando al tema generale del sistema ricerca-industria, un grande vantaggio di USA e Cina è la capacità di essere efficaci concentrando le risorse per la ricerca e realizzando economie di scala nell’industria, contrariamente all’Europa dove la strada per uscire dalla frammentazione è ancora lunga, ma che è inevitabile percorrere congiuntamente come unione. Questo non esime l’Italia dal fare i propri “compiti a casa” sia perché il suo contributo come motore dello sviluppo è essenziale per l’Europa, sia perché anche nell’ipotesi, ancora utopica, di un’Europa altamente integrata è desiderabile evitare di divenire il meridione povero del continente. Come abbiamo già detto, viviamo in una competizione esistenziale soggetta alla selezione della storia e alla quale non ci possiamo sottrarre, pena l’impoverimento che in Italia, peraltro, sta già avanzando da decenni. Riuscirà la società civile a indirizzare i programmi della politica, quasi sempre tesa a occuparsi di rappezzi elettoralmente remunerativi, verso una visione lungimirante di sviluppo, benessere e promozione pacifica, seppur competitiva, di un sistema valoriale?






