Nel 1925, a Dayton, una cittadina del Tennessee di meno di 2.000 abitanti, si aprì il processo al professor John Scopes, un supplente liceale di biologia accusato di aver violato il Butler Act, la nuova legge che vietava nelle scuole di ogni ordine e grado l’insegnamento di teorie che negassero la creazione divina dell’Uomo, narrata dalla Bibbia, postulando la sua discendenza da un ordine inferiore di animali. Nel “processo delle scimmie” (come lo chiamarono i media) la difesa di Scopes fu curata dall’American Civil Liberty Union, un’organizzazione laica che cercava di rinvigorire il principio di separazione tra Stato e confessioni religiose (garantito dal Primo emendamento della Costituzione, spesso però contraddetto da una politica plasmata sulla tradizione giudaico-cristiana). Ciononostante, il professore fu condannato e multato. Questa vicenda è remota solo apparentemente: ancora oggi il 40% degli americani continua a credere nella creazione, nonostante due sentenze della Corte Suprema abbiano sancito la liceità dell’insegnamento delle teorie darwiniane. Inoltre, quel processo ha gettato le prime ombre su quel rapporto tra scienza e potere che oggi ha toccato il nadir con il ministero della salute e dei servizi umani affidato a Robert Kennedy jr e con i definanziamenti punitivi delle università che non sottostanno agli ordini esecutivi del governo.
Dal creazionismo a Trump
Paolo Naso, docente di Scienza politica alla Sapienza Università di Roma, nel suo libro Dio benedica l’America (il titolo riprende quello della canzone di Irving Berlin God bless America) riepiloga, con dovizia di documentazione, la storia del fondamentalismo cristiano dal creazionismo a Donald Trump. Durante la presentazione del volume nella sede milanese della casa editrice, Ferruccio De Bortoli ne ha sollecitato la lettura da parte di chi cerca una risposta, almeno parziale, alla domanda che tutti tormenta: «Come siamo potuti arrivare a questo punto?».
Si può aggiungere un altro interrogativo: esiste davvero un’America mitologica cui è possibile tornare con un ribaltamento elettorale o Trump è al tempo stesso il prodotto e l’acceleratore di una progressiva crisi identitaria di massa e di un declino inarrestabile, come sostiene l’americanista Mario Del Pero nel suo libro Buio americano ?
Naso spiega come dal secondo dopoguerra si sia affermata negli USA una sorta di “religione civile”, con il presidente per sommo sacerdote che guida il popolo nella celebrazione della nazione, spesso di concerto con la religione vera e propria.
Il mito fondante di ogni civiltà di successo – scrive – è la convinzione del proprio eccezionalismo e della necessità di difendere il proprio canone civico dai “nemici” e dagli “incivili” che non vi si adeguano. Fin dall’alba della nazione, gli Stati Uniti si sono percepiti città sulla collina edificata per dominare l’ecumene, come prediceva John Wintrop, sbarcato a Salem nel 1630 per diventare governatore della colonia: «Saremo una città sulla collina. Gli occhi di tutte le persone del mondo sono su di noi. Se tradiremo Dio nell’opera che abbiamo intrapreso, egli ritirerà l’aiuto che ci ha dato».
Nel 1961, 331 anni dopo l’approdo dell’Arabelh nel Nuovo Mondo, il democratico John F. Kennedy, riferendosi alla missione antisovietica degli Usa, nell’assumere la presidenza diceva: «Oggi gli occhi di tutte le persone del mondo sono davvero su di noi e il nostro governare, in ogni ramo, a ogni livello, nazionale, statale e locale deve essere come una città sulla collina». Vent’anni più tardi, fu il repubblicano Ronald Reagan, nel discorso del suo primo insediamento, a ribadire: «Gli americani sono ancora impegnati a costruire una splendente città sulla collina».
I presupposti per l’egemonia planetaria
L’american exceptionalism ha giustificato dapprima l’espansione della nazione, sottraendo lo spazio vitale ai barbari nemici (autoctoni) e poi la sua egemonia planetaria. La sua prima esplicitazione è stata la dottrina formulata nel 1823 dal presidente James Monroe: l’America latina non sarebbe caduta in mano europea né avrebbe avuto in mano propria il suo destino, ma sarebbe stata il cortile di casa degli Stati Uniti. Oggi, in un’epoca in cui più che mai (e in tutto il mondo) è la religione a spronare le armi, il controllo dell’America latina è affidato anche al missionarismo evangelical che intende scalzare il cattolicesimo, reo di propagare la dottrina della giustizia sociale, occupando i posti chiave nei governi di Stati come Guatemala, Brasile e Argentina. Il presidente argentino Milei ha trovato l’appoggio degli evangelical in cambio della defiscalizzazione dei proventi delle chiese e l’atteggiamento antiscientifico del brasiliano Bolsonaro espresso nel negazionismo del coronavirus, «strategia di Satana e dei media per creare il panico tra la gente», era ispirato ad argomenti del fondamentalismo cristiano.
Se ci s’interroga sulle origini del fervore religioso negli Stati Uniti, si deve chiamare in causa la progressiva perdita di peso della classe media bianca (che incolpa la globalizzazione di aver trasformato il futuro da una frontiera da conquistare a un assillo quotidiano) e il definitivo fallimento del melting pot, uniti al calo della centralità americana nel mondo. In tale smarrimento, accentuato dalla pervasiva comunicazione via social, in cui si perde il valore oggettivo della verità, un appiglio identitario è offerto dalla religione e dal valore “inerrante” delle parole della Bibbia, che permette di rifuggire dalla complessità. Le conseguenze per la democrazia sono gravi, prima fra tutte il baratto della libertà con la sicurezza e il benessere.
La teologia della prosperità
C’è chi, come David Campbell, politologo dell’Università di Notre Dame e studioso della secolarizzazione, ritiene solo apparente la rinascita del cristianesimo che Donald Trump si è intestata nel suo discorso sullo Stato dell’Unione e vede i parcheggi gremiti delle chiese gigantesche e la virale predicazione televisiva come «…una goccia in un oceano le cui correnti da decenni allontanano le persone dalla religione». Se è vero – argomenta Campbell– che per il terzo anno consecutivo è diminuita la percentuale di chi si dichiara non religioso, nei decenni precedenti circa 40 milioni di americani hanno abbandonato la chiesa, cambiando il modo di riunirsi, di votare, di fare volontariato e di trovare un senso nella loro vita: un nuovo ribaltamento di tendenza richiederebbe tempi lunghi.
Trump, tuttavia, è intenzionato ad accorciare questi tempi, saldando l’alleanza della sua amministrazione con il cristianesimo conservatore, come dimostra la collocazione di Paula White-Cain a capo del neonato Ufficio per la Fede della Casa Bianca. La signora (un assaggio delle cui performance si può vedere qui) è un’esponente di spicco del Prosperity Gospel (il filone “teologico” che in Brasile ha sostenuto Bolsonaro) che ha fatto presa negli ambienti elitari (dai miliardari della Silicon Valley alle pop star) anche perché non è poi così estraneo alla mentalità americana, se si pensa che su tutta la valuta statunitense è apposto il motto In God we trust .
Theodore Roosvelt vi aveva rintracciato una sfumatura di blasfemia, dal momento che il danaro era la ragion d’essere della criminalità, ma le sue ragioni morali non convinsero il Congresso e il motto divenne definitivo grazie a una legge firmata da Dwight D. Eisenhower nel 1955.
La teologia della prosperità (se sei povero è perché sei un peccatore, se sei ricco è perché Dio ti ama) fa a pugni non solo con le Scritture («È più facile che un cammello passi per la cruna d’un ago, che un ricco entri nel regno di Dio», Matteo 19, 24; Marco 10, 25; Luca 18, 25 ) ma anche con la predicazione delle chiese protestanti storiche, dal pauperismo di Valdo, che ispirò san Francesco, fino al metodismo di John Wesley, schierato dalla parte dei proletari nella prima rivoluzione industriale (le Trade Unions inglesi ne furono molto influenzate) o di Nelson Mandela.
La bible belt, cintura dell’anchilostomiasi e dei linciaggi
Oggi, però, le mainline churches protestanti vivono negli Stati Uniti una profonda crisi, dovuta al sorpasso attuato dagli evangelici alla Billy Graham (new born in Christ) e dai veri e propri fondamentalisti cristiani, gli evangelical, radicati soprattutto nella cosiddetta America profonda, che giura fedeltà alla bandiera recitando il Pledge of Allegiance, in cui risuonano le parole One Nation under God (aggiunte durante la guerra fredda, in opposizione all’ateismo di stato dei Paesi comunisti). I sentimenti di questa parte della nazione, non decifrabili dalla cultura liberal e quindi non intercettabili dagli oppositori di Trump (con l’eccezione di Obama che controllava perfettamente il linguaggio biblico e, perciò, buona parte dell’elettorato devoto) sono magistralmente espressi nel best seller autobiografico Elegia americana di James D. Vance. Nel titolo originale Hillbilly Elegy, il primo termine indica le popolazioni dell’area dei monti Appalachi.
Scritto dall’attuale vicepresidente nel 2016, il libro racconta la storia della sua famiglia a partire dai nonni materni, che alla fine degli anni Quaranta lasciarono il Kentucky per l’Ohio per impiegarsi nell’industria metallurgica, fino al riscatto di JD che, entrato nei marines, diventa cattolico e studia a Yale. Dal libro emerge come la Rust Belt (cintura della ruggine) piagata dal declino dell’industria pesante e in cerca di un’identità, si appelli alla old time religion trasformandosi nella Bible Belt, nome coniato dispregiativamente nel 1925 dal giornalista HL. Mencken che la faceva coincidere con la cintura dell’anchilostomiasi e dei linciaggi.
La Bible Belt include gran parte degli Stati del sud: Mississippi, Utah, Alabama, Louisiana, Arkansas, Carolina del Sud, Tennessee, Carolina del Nord, Georgia e Oklahoma; è politicamente conservatrice e i suoi abitanti hanno la maggiore frequenza negli USA ai luoghi di culto e la minore ai college.
Dalla Bible Belt (Georgia) proveniva Jimmy Carter, che fu il primo candidato alla Casa Bianca a parlare esplicitamente della propria fede, professandosi cristiano “nato di nuovo” ed evangelical durante la campagna per le presidenziali del 1976.
Bisogna peraltro riconoscere che nel corso del suo mandato egli tenne saldo il principio della separazione tra Stato e confessioni religiose e che, col tempo, la sua interpretazione del cristianesimo cambiò, plasmata dal movimento per i diritti civili, tanto che l’appoggio dal mondo evangelical gli venne ritirato per le sue posizioni possibiliste nei confronti dell’interruzione di gravidanza e delle unioni omosessuali e, non da ultimo, per aver definito apartheid la condizione dei palestinesi nei territori occupati da Israele.
Quei teocratici dei repubblicani
La successiva elezione di Reagan nel 1980 riportò in auge il fondamentalismo, all’epoca impersonato dal pastore battista Jerry Falwell, originario della Virginia, che, come altri pastori battisti e pentecostali, varò l’era delle telepredicazioni e delle megachurch.
Il fondamentalismo modificò l’impianto culturale del partito repubblicano fino a farlo divenire teocratico: come disse nel 1995 Newt Gingrich, oggi convinto sostenitore di Trump, «In quasi tutti i Paesi il potere appartiene allo Stato ed è occasionalmente delegato agli individui. In America, il potere viene da Dio, va agli individui ed è occasionalmente delegato allo Stato».
George W Bush è stato il presidente che più insistentemente ha parlato della sua fede e della sua condizione di cristiano born again (si veda il documentario Faith in the White House di D.W. Balsiger, disponibile su YouTube), virando su toni apocalittici dopo l’11 settembre e durante l’operazione Iraqi Freedom. La chiesa metodista, cui Bush era formalmente affiliato, criticò severamente l’intervento armato in Iraq, invitando il presidente a pentirsi della sua politica estera incompatibile con l’insegnamento di Cristo, ma nel frattempo l’11 settembre aveva compattato il fronte dell’evangelismo conservatore.
Su questo fronte era schierato anche il cosiddetto sionismo cristiano, la lobby tuttora più attiva nel sostegno alla politica israeliana e persino più influente sul Congresso della stessa lobby ebraica, secondo un sondaggio del Pew Research Center, un centro di studi demografici di Washington.
Il quotidiano Haaretz ha calcolato che, negli anni, il sionismo cristiano ha riversato tra i 50 e i 65 milioni di dollari in Israele, in buona parte per finanziare gli insediamenti in Cisgiordania e non va dimenticato il suo ruolo nella decisione di Trump di spostare l’ambasciata americana da Tel Aviv a Gerusalemme.
Adultero, ma vicino al cuore di Dio
Il fondamentalismo ha trovato i propri campioni nei candidati alla presidenza repubblicani del dopo-Obama. Tra questi, Trump era il peggio messo quanto a indice di religiosità e di moralità: di remota discendenza presbiteriana, si era poi avvicinato alla Marble Collegiate Churh di New York di orientamento calvinista e vicina a quel vangelo della prosperità che ben si attagliava al tycoon, ma un sondaggio del Pew del gennaio 2016 rilevava che solo il 30% degli americani lo considerava “molto” o “abbastanza” religioso, mentre il 60% lo riteneva “non troppo” o “per niente” religioso.
Eppure Trump vinse: lo fece grazie al suo stile brutale (che culminerà in Capitol Hill) in grado di interpretare la rabbia che covava nella nazione e grazie al credito apertogli dai suoi sostenitori fondamentalisti: il pastore Jerry Falwell lo presentò come un “figliol prodigo”, paragonandolo al re David, vicino al cuore di Dio anche se era un adultero e un assassino.
La vittoria di Trump coronava la trasformazione del fondamentalismo religioso in una lobby politica in grado di condizionare la democrazia americana.
Nella sua seconda campagna presidenziale, Trump ha saputo far fruttare questo credito, invitando ripetutamente la gente ad acquistare la Bibbia da lui pubblicata, sottotitolata God bless the USA Bible e corredata dei testi sacri della religione civile americana (Dichiarazione d’indipendenza, Costituzione e Giuramento alla bandiera) e rivolgendosi al popolo cristiano con appelli che i commentatori secolarizzati del mondo occidentale hanno fatto l’errore di considerare ridicoli. La vittoria di Trump non è stata solo il risultato della debolezza della proposta democratica – scrive Paolo Naso – ma l’epilogo di un processo culturale di lungo periodo che ha spostato a destra importanti settori della classe media e persino di lavoratori impoveriti, catturati dalla suggestione MAGA che si contrapponeva alla leadership liberal responsabile del fallimento etico e morale della nazione.
Ne è uscita stravolta l’anima dello stesso partito repubblicano, non più legato al capitalismo manifatturiero, ma ormai preda di due gruppi dominanti: da una parte, le élites finanziarie e tecnocratiche e, dall’altra, il popolo della destra religiosa.
A tale proposito, vale la pena di riportare le parole dello storico del fascismo Emilio Gentile: «Quando religione e politica congiungono le loro forze nell’esercizio del potere, sacralizzando la politica o politicizzando la religione, per la libertà e la dignità umana, nel campo della politica come in quello della religione si annuncia una stagione incerta e insicura».






