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Lunedì scorso, sul Danubio, vicino alla centrale nucleare romena di Cernavoda, è stata fatta esplodere una carica sul letto del fiume per far arrivare più acqua ai sistemi di raffreddamento, messi in crisi dalla siccità. In Francia EDF ha fermato nelle ultime settimane reattori a Chooz sulla Mosa, a Cattenom sulla Mosella, a Golfech sulla Garonna e a Bugey sul Rodano: nessun guasto, nessun problema di sicurezza, semplicemente l’acqua dei fiumi è troppo calda o troppo poca per raffreddare gli impianti restando dentro i limiti ambientali. In Germania sul Reno, a causa dell’abbassamento del livello dell’acqua, le navi mercantili devono fermarsi o viaggiare scariche, spostando parte delle spedizioni sui TIR. In Italia il Po a Pontelagoscuro è sceso intorno ai 220 metri cubi al secondo, contro i 400 che servono a contrastare la risalita del cuneo salino, e i gestori hanno segnalato possibili riduzioni di produzione per le centrali termoelettriche di Chivasso e Sermide, che dal fiume prendono l’acqua di raffreddamento.

Sono episodi diversi che raccontano la stessa cosa. Servizi vitali come l’elettricità dipendono da una risorsa che il cambiamento climatico rende meno abbondante e più calda proprio nei giorni in cui la domanda di energia va al massimo, perché tutti accendono i condizionatori. Lo stesso vale per le rotaie che si deformano, per l’asfalto che si ammorbidisce, per gli acquedotti che perdono pressione. Il rischio climatico ha smesso di essere una previsione ed è diventato un vincolo operativo quotidiano.

Di quanto stia diventando un problema centrale per un Paese fisicamente vulnerabile come l’Italia parla il rapporto Rischio climatico in Italia. Scenari, costi e opzioni di risposta, firmato da Matteo Calcaterra, Carlo Carraro, Massimo Tavoni con altri ricercatori del Centro Euro-Mediterraneo sui Cambiamenti Climatici (CMCC), Politecnico di Milano, Ca’ Foscari, Istituto Universitario Europeo e Università di Siena. Il punto di partenza degli autori è che gli impatti sono già in corso e che, a prescindere da quanto sapremo fare nella transizione energetica dei prossimi anni, peseranno in modo crescente per i decenni a venire.

Ci scaldiamo il doppio della media

L’Europa si scalda a una velocità circa doppia rispetto alla media globale, e l’Italia, per la sua posizione nel Mediterraneo, sta nella fascia più esposta del continente. Intorno al 2035 il riscaldamento medio italiano supera i 2 gradi rispetto all’era preindustriale, in tutti gli scenari considerati, compreso il più virtuoso: fino a metà degli anni Trenta il clima è già scritto dalle emissioni passate, e le scelte di oggi decidono cosa accade dopo. La Pianura Padana, cuore produttivo del Paese, è già a 2-2,5 gradi in più.

Su questo sfondo si combinano tre fenomeni. Le ondate di calore, la cui severità annua è già quattro o cinque volte quella storica al 2030 e che al 2050 portano in Italia da 30 a 58 giornate aggiuntive all’anno, con gli aumenti percentuali più forti nelle aree alpine e prealpine, cioè dove il caldo estremo prima non c’era. La siccità cronica, che non è semplicemente pioggia che non cade: gli indici che misurano solo le precipitazioni danno per l’Italia un segnale incerto, quelli che tengono conto anche dell’acqua sottratta dall’atmosfera più calda peggiorano nettamente. Al 2050 Sardegna e Basilicata risultano fra le aree più aride d’Europa, ma anche Piemonte ed Emilia-Romagna vedono triplicare la severità della siccità. E gli incendi, che su un territorio più secco e più caldo diventano progressivamente meno gestibili, come si è visto quest’anno in molte parti del mondo, e che la Commissione europea classifica fra i rischi critici per l’Europa meridionale.

Nello stesso tempo la pioggia ordinaria cala, al Sud fino a un terzo, mentre quella estrema aumenta: in Marche e Lombardia la quantità massima d’acqua che cade in cinque giorni arriva a raddoppiare. Non è un paradosso ma fisica elementare, perché l’aria più calda trattiene più vapore e quando piove, piove tutto insieme, su terreni induriti che assorbono peggio. Vivere così significa alternare, nello stesso anno e spesso nello stesso territorio, le autobotti e le esondazioni. La robustezza di queste proiezioni è alta: sulla siccità 18 regioni su 20 mostrano un accordo fra i modelli pari o superiore al 90 per cento.

Gli impatti, il catalogo è questo

I danni diretti annui alle infrastrutture italiane passano da circa 0,4 miliardi di euro del periodo storico a 2 miliardi entro il 2030 e a 5 entro il 2050; contando i servizi interrotti e le catene di fornitura spezzate, il costo totale al 2050 sta fra 11,5 e 18 miliardi l’anno. Gli autori insistono su un punto: l’adattamento delle infrastrutture non è un tema marginale di politica ambientale, è una priorità di investimento pubblico, di pianificazione territoriale e di politica industriale. Senza un salto di scala nella qualità dei dati, nella capacità progettuale e nella continuità amministrativa, avvertono, il Paese rischia di imboccare una traiettoria di regressione infrastrutturale difficile da invertire.

L’agricoltura è colpita soprattutto attraverso l’acqua, meno disponibile e soprattutto meno prevedibile: il caldo aumenta l’evaporazione, riduce le riserve di neve che alimentano i fiumi in primavera e mette in competizione usi agricoli, civili, industriali ed energetici. A rischio sono le colture che fanno il valore dell’agroalimentare italiano, mais, riso, olivo, vite, ortofrutta, con una perdita stimata al 2050 fra 12,5 e 30 miliardi di euro a seconda dello scenario. E non è solo questione di raccolti: nelle aree più esposte la terra si deprezza fino al 16 per cento entro fine secolo, ed è il patrimonio che gli agricoltori portano in banca come garanzia.

Il turismo, scrivono i ricercatori, non entra in una fase di declino lineare ma di riallocazione selettiva dei flussi e della redditività, in cui erosione costiera, calore, acqua ed ecosistemi diventano fattori economici centrali e non più sfondo ambientale. Negli scenari più caldi la domanda si contrae dell’8,9 per cento, con perdite dirette fino a 52 miliardi, la maggior parte delle spiagge è destinata a erodersi e il turismo montano invernale, che regge l’economia di intere vallate, entra in crisi strutturale per mancanza di neve.

Sul lavoro l’effetto è già misurabile: in Italia, dopo il terzo giorno consecutivo di ondata di calore, ogni giornata in più sopra i 30 gradi si associa a una riduzione di 0,56 punti percentuali nei tassi di occupazione provinciali. Non è una proiezione ma una relazione osservata nei dati, e riguarda chi lavora all’aperto o in ambienti non climatizzati: edilizia, agricoltura, logistica, turismo, parte della manifattura. Sul fronte sanitario l’Italia ha una delle esposizioni più alte al mondo alla mortalità legata alle temperature, con circa il 10 per cento dei decessi correlato a caldo o freddo, la quota più alta d’Europa. Si obietta spesso che un clima più mite dovrebbe salvare vite riducendo i morti da freddo: la ricerca più recente, su 854 città europee, dice il contrario, perché l’aumento dei decessi per calore supera sistematicamente quella riduzione, in tutti gli scenari.

La crisi climatica, inoltre, aumenta le disparità. La riduzione media del prodotto pro capite al 2050 è del 3,7 per cento, ma le regioni meridionali e le isole perdono fra il 5 e il 15 per cento mentre alcune aree alpine registrano perfino guadagni relativi: il divario Nord-Sud viene riaperto e allargato dal clima.

Il clima abbatte il PIL e gonfia il debito sovrano

Tutto questo ha chiari risvolti sul Prodotto interno lordo e sul debito. La Banca centrale europea ha già incorporato questi meccanismi nei propri scenari di stress: in quello chiamato “Disastri e stagnazione politica” una sequenza ravvicinata di ondate di calore, siccità e alluvioni in Europa porterebbe il PIL a contrarsi fino al 4,7 per cento entro il 2030, una magnitudo paragonabile alla crisi finanziaria del 2008.

Ci sono poi le ripercussioni sul credito. Oltre il 34 per cento dei prestiti bancari dell’area euro alle imprese non finanziarie, più di 1.300 miliardi di euro, è destinato a settori ad alto rischio di scarsità idrica, e il 75 per cento delle esposizioni creditizie verso le imprese dipende in modo rilevante da almeno un servizio ecosistemico. Il rischio climatico, osservano i ricercatori, non è confinato a pochi comparti ma attraversa l’economia come fattore di rischio finanziario sistemico. E in un Paese di piccole e medie imprese va aggiunto che proprio le PMI dei settori energivori o esposti al clima, manifattura, agricoltura, edilizia, hanno meno margini delle grandi per assorbire l’aumento dei costi del carbonio o per investire in tecnologie pulite.

Sommati, questi danni si scaricano sul PIL. Al 2050 il prodotto interno lordo italiano risulta più basso, rispetto a un’Italia senza cambiamento climatico, dell’1,6 per cento nell’ipotesi più contenuta dello scenario favorevole e fino al 6 per cento nell’ipotesi più severa di quello tendenziale. Il numero sembra piccolo, e non lo è, perché l’Italia cresce poco: nello scenario tendenziale la crescita media prevista fra il 2025 e il 2050 è dello 0,61 per cento l’anno, con i danni climatici scende allo 0,52. Il clima si mangia il 15 per cento della nostra crescita, e nelle ipotesi peggiori il 41 per cento.

La crescita che il clima si mangia

In un Paese che cresce poco, anche una perdita piccola in valore assoluto pesa moltissimo. Crescita media annua del PIL, 2025-2050

Senza danni climatici    Con danni climatici (stima centrale)    Con danni climatici (ipotesi sfavorevole)

Scenario favorevole (SSP2-RCP4.5)
la crescita si riduce del 6% (fino al 16%)

Scenario tendenziale (SSP3-RCP7.0)
la crescita si riduce del 15% (fino al 41%)

Lo stesso danno pesa in modo diversissimo a seconda di quanto un Paese cresce. Perdere un decimo di punto, per l’Italia, significa perderne una fetta enorme in proporzione.

Fonte: Calcaterra, Cammeo, Borghesi, Carraro, Tavoni, Rischio climatico in Italia, 2026

Meno crescita significa meno gettito a parità di aliquote e un debito che pesa di più su un’economia più piccola: secondo gli scenari controfattuali e realistici presi in considerazione, senza danni climatici il rapporto debito/PIL scenderebbe entro il 2050 dall’attuale 140 per cento circa al 90-103 per cento. Includendo invece i danni climatici la discesa si ferma e la mediana resta fra il 115 e il 138 per cento, quasi dove siamo oggi. Trent’anni di risanamento cancellati dal clima. E attenzione: negli scenari più estremi il rapporto debito/PIL potrebbe sfondare addirittura quota 200 per cento, mettendo a repentaglio l’intero sistema, e con esso la stabilità economica e fiscale della popolazione.

Lo spread climatico

Quanto in più lo Stato paga sul proprio debito per effetto del solo rischio climatico, al 2050. Punti base di interesse aggiuntivo

Danni moderati    Danni elevati

Scenario favorevole (SSP2-RCP4.5)

Scenario tendenziale (SSP3-RCP7.0)

Passando da danni moderati a danni elevati il costo aggiuntivo non raddoppia: triplica.

Il punto base è un centesimo di punto percentuale. Per intenderci, lo spread fra titoli italiani e tedeschi oscilla in questi mesi intorno agli 80-85 punti base, e su un debito di oltre 3.000 miliardi ogni frazione di punto è denaro sottratto ogni anno a scuole, ospedali e strade.

Fonte: Calcaterra, Cammeo, Borghesi, Carraro, Tavoni, Rischio climatico in Italia, 2026

Carlo Carraro, rettore emerito di Ca’ Foscari e fra gli autori del rapporto, indica la conseguenza che riguarda tutti: quando cresce il costo del denaro per il debito pubblico, cresce a cascata quello di ogni finanziamento a famiglie e imprese. Un mutuo più caro, un prestito aziendale più caro. Il clima arriva anche in banca.

Quello che abbiamo già fatto non basta

Lo studio è un invito a cambiare marcia, anche se è anche giusto riconoscere che finora non siamo stati con le mani in mano. Fra il 1990 e il 2024 le emissioni italiane di gas serra sono scese di circa il 30 per cento, da 521 a 363 milioni di tonnellate di CO2 equivalente, in linea con la dinamica europea, e nello stesso periodo il PIL dell’Unione è cresciuto di oltre il 60 per cento. È un disaccoppiamento reale fra crescita ed emissioni, che in Italia si è tradotto in una riduzione dell’intensità emissiva dell’economia.

Il progresso però non è uniforme e negli ultimi anni è diventato volatile: nel 2024 le emissioni italiane sono calate del 3,6 per cento, nel 2025 sono tornate a crescere dello 0,3. Le rinnovabili hanno superato nel 2024 i 130 terawattora, il 49 per cento circa dell’elettricità prodotta, ma fra il 2013 e il 2023 i consumi finali da fonti rinnovabili sono cresciuti del 9 per cento in Italia contro una media europea sopra il 38, e siamo al 19,6 per cento a fronte di un obiettivo 2030 quasi doppio. I trasporti restano il buco nero: unico settore in cui le emissioni sono aumentate rispetto al 1990, oggi valgono un quarto del totale nazionale e per oltre il 90 per cento arrivano dalla strada.

C’è infine un nodo sociale che deciderà la praticabilità politica di tutto il resto. Dal 2028 il prezzo del carbonio del sistema ETS si estenderà ai carburanti delle nostre auto e al riscaldamento degli edifici, in un Paese dove 2,4 milioni di famiglie vivono in povertà energetica. Il Piano sociale per il clima destinerà all’Italia 7,02 miliardi di euro: il modo in cui verranno spesi deciderà se la transizione sarà percepita come un progetto collettivo o come una tassa sui poveri.

Costa più far finta di niente che difendersi

Il rapporto, che si rivolge esplicitamente a chi decide, mette in fila le due principali voci di spesa: la mitigazione e l’adattamento, entrambe necessarie. Per la mitigazione, ovvero la progressiva ma decisa riduzione delle emissioni climalteranti, il riferimento è il Piano nazionale integrato energia e clima (noto come PNIEC): 824,7 miliardi di euro di investimenti cumulati fra il 2024 e il 2030 nello scenario coerente con gli obiettivi, contro 650,3 nello scenario a politiche correnti, quindi un fabbisogno aggiuntivo di 174,4 miliardi in sei anni. Per l’adattamento alle nuove condizioni idrogeologiche e meteo determinate dal clima che cambia, il riferimento è la stima pubblicata dalla Commissione europea nel gennaio 2026: 10,1 miliardi di euro l’anno per l’Italia, lo 0,4 per cento del PIL, seconda in valore assoluto solo alla Francia.

Elaborazione dalla Tabella 5.1 del rapporto. Le due voci non sono sommabili: la mitigazione è un totale su sei anni, l’adattamento un fabbisogno annuo.
Ambito Voce Miliardi di € Orizzonte
Mitigazione Trasporti 528,8 2024-2030
Mitigazione Residenziale 93,6 2024-2030
Mitigazione Settore elettrico 81,8 2024-2030
Mitigazione Terziario 62,3 2024-2030
Mitigazione Reti elettriche e accumuli 42,0 2024-2030
Mitigazione Totale scenario PNIEC 824,7 2024-2030
Mitigazione di cui fabbisogno aggiuntivo 174,4 2024-2030
Adattamento Infrastrutture (alluvioni, trasporti, edifici) 4,53 annuo
Adattamento Ecosistemi (suolo, incendi, coste) 2,13 annuo
Adattamento Cibo (agricoltura, zootecnia, pesca) 1,85 annuo
Adattamento Salute (stress termico, acque reflue) 1,43 annuo
Adattamento Totale 10,11 annuo

Il divario da colmare è noto da anni: il 94 per cento dei comuni italiani è esposto a frane, alluvioni o erosione costiera, la messa in sicurezza del territorio richiederebbe fra 26 e 30 miliardi, le infrastrutture idriche oltre 60 miliardi per ridurre perdite di rete superiori al 40 per cento, cioè quasi metà dell’acqua immessa negli acquedotti. Il problema è che la spesa pubblica italiana per gli eventi climatici è concentrata quasi tutta sulle emergenze, cioè sul dopo. Paghiamo i danni invece di evitarli, mentre secondo la Banca Mondiale ogni euro investito in prevenzione ne genera fra 4 e 7 di danni evitati, con stime che in certi casi arrivano a 10, e le soluzioni basate sulla natura, riforestazione, ripristino di zone umide, infrastrutture verdi, possono risultare fino a cinque volte più convenienti delle alternative puramente ingegneristiche.

Si aggiunga il buco assicurativo: circa il 95 per cento dei danni da eventi estremi in Italia non è coperto, contro un quarto della media europea. Di nuovo, il conto ricade su famiglie, imprese e finanza pubblica. E, come osserva il rapporto, «se il rischio non è adeguatamente “prezzato”, cioè incorporato nei costi sostenuti da famiglie e imprese, diventa più difficile orientare comportamenti e investimenti verso soluzioni più resilienti. Il risultato è un sistema che tende a reagire agli eventi, piuttosto che anticiparli».

Ricapitolando, da una parte servono 10 miliardi l’anno di adattamento e 174 in sei anni di mitigazione/transizione, in larga misura investimenti destinati a produrre ritorni. Si potrebbe dire che la vera e più importante spesa in difesa deve essere questa. «Ritardare l’azione significa aumentare il costo economico del riscaldamento globale», spiega Matteo Calcaterra del CMCC e primo autore del rapporto. Mitigazione e adattamento non sono soltanto strumenti di tutela ambientale ma leve di stabilità macroeconomica e finanziaria.

Il che rovescia il modo in cui di solito si discute di queste spese. Non sono un costo da sostenere quando i conti lo permettono: sono la condizione per la sicurezza fisica ed economica del Paese. Le soffocanti ondate di calore, gli incendi che si autoalimentano, le centrali ferme sui fiumi d’Europa e il Po sotto la soglia di sicurezza sono fra i tanti segnali di allarme che ci manda il clima. Non chiediamoci per chi suona la campana. La campana suona per noi.

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