Pubblicato il 22/05/2026Tempo di lettura: 6 mins

Leggere Il mondo senza inverno di Bruno Arpaia (Guanda editore, 240 pagine, 18€) è come leggere i rapporti del World Economic Forum, ma capendoli. I rapporti dell’IPCC, dei maggiori istituti di ricerca mondiali e qualsiasi altro documento scientifico, infatti, sono solo un elenco noioso di numeri e dati. Imprescindibili per capire il mondo, e sono forse quelli più importanti che potremmo mai avere a disposizione. Conosciamo gli scenari climatici che ci aspettano in funzione delle azioni di politica economica ed energetica che implementeremo. Sappiamo tutto, c’è scritto tutto in questi testi. Ma quello che manca è: come si vivrà in un mondo dove non siamo riusciti a stare sotto 1,5°C o 2°C di aumento di temperatura media per fine secolo? Quali emozioni proveremo? Come cambierà il modo di produrre cibo e quindi di goderne a tavola? Cosa succederà a posti del cuore che saranno sommersi dal mare o arsi dalla siccità?

Tutto questo non c’è nei documenti che scrive l’IPCC (anche se si sforzano di essere sempre più colorati), temi che invece trovano ampio spazio nel nuovo libro di Arpaia, scritto dieci anni dopo Qualcosa là fuori, dove tutto ebbe inizio – per altro consigliatissimo. La scienza, nelle sue innumerevoli declinazioni per essere comunicata, ha necessariamente bisogno delle emozioni, dei sentimenti. Delle storie. Non a caso Bruno Arpaia era tra gli insegnanti del Master in comunicazione della scienza di Milano a tenere un interessantissimo (secondo me) corso su come raccontare la scienza attraverso la letteratura.

copertina libro arpaia

Se volete capire come si vivrà in un mondo senza inverno, questo libro fa al caso vostro. E no, non vi farà venire solo ansia e angoscia verso il futuro, anche se l’autore usa degli scenari climatici forse un po’ troppo estremi rispetto a quelli che più probabilmente raggiungeremo. Ma comunque non c’è da stare tranquilli perché, nonostante i passi avanti che abbiamo fatto, siamo ancora lontani dagli obiettivi fissati dall’Accordo di Parigi.

Le vicende riprendono esattamente dove erano arrivate alla fine del primo libro (che non vi sveleremo) e continuano a intrecciarsi fra loro. La marcia senza fine da un’Italia inaridita e mezza sommersa ha portato finalmente i nostri protagonisti a destinazione, una destinazione molto nordica. Qui il mondo sembra essere migliore, ci sono case, macchine, cibo. Tutto quello che la Napoli dei nostri protagonisti aveva dimenticato. Però le minacce climatiche si sommano ora a quelle tecnologiche, dove l’intelligenza artificiale non è stata governata adeguatamente e dove sono stati creati dei superumani, con capacità di calcolo eccezionali.

Serve poco per capire che i profughi che arrivano dal sud Europa, dopo un viaggio estenuante, non potranno godere degli stessi diritti degli altri cittadini. Cittadini che quassù sono infatti di serie A, B e C. L’ufficializzazione della discriminazione sociale. I chip sottocutanei tengono traccia di qualsiasi cosa facciano le persone, sanno se ci sono malattie o bisogni particolari. Il governo controlla ossessivamente tutti. E come in molte finte democrazie e dittature, anche nel lontano Nord si è creata una sacca di resistenza. Lo scopo è penetrare nei sistemi informatici che hanno il controllo di tutto, dove sullo sfondo il clima è sempre peggiore. La siccità cresce e le riserve d’acqua iniziano a scarseggiare. Marta, Sara, Miguel, Ahmed, Erik, sono tra i personaggi della storia. Che prendono voce di tanto in tanto rubando la scena al piano narrativo in terza persona. Cosicché si possono conoscere meglio le paure, le ansie e le speranze di tutti.

Sullo sfondo, c’è sempre il clima, ormai straniero in patria.

Poi, nemmeno un’ora dopo, accadde tutto in fretta. Sentirono suonare le sirene e Ahmed corse a digitare sulla sua console per sbarrare le finestre con le imposte interne.

«Presto, aiutatemi!»

«Che c’è, cosa succede?»

«Un uragano, e sembra pure forte, presto!»

«Un uragano, qui?»

«Sì, ora capita spesso, e all’improvviso. Però pensate a chiudere, vi ho detto!»

Ma il vento a raffiche già graffiava i muri, scuoteva le persiane, fischiava tra un palazzo e l’altro, faceva vibrare le insegne, i lampioni e i cartelli stradali, s’insinuava nella tromba delle scale. Era un rimbombo sordo, accelerato, che inghiottiva tutti i rumori. Miguel si aggrappò a Marta, Sara si rannicchiò in un angolo del divano […]. Sembrava che il palazzo oscillasse avanti e indietro come in un terremoto.

«Ma quanto durerà?» urlò Marta per farsi sentire.

«E chi lo sa? Dipende…» rispose Ahmed, anche lui urlando, mentre ricontrollava le chiusure.

Dagli spiragli delle imposte intravidero le sciabolate gialle e azzurre dei lampi e il serpente di un fulmine che palpitava per qualche attimo e poi si abbatteva da qualche parte con uno schiocco assordante. Infine cominciò a piovere, a lavaroni, a canteri, come se il cielo, carico di rabbia, si sfondasse, mentre il vento furioso incalzava la pioggia e la spingeva in mulinelli e cortine d’acqua, trascinava cornicioni, insegne divelte e pezzi di lamiera, spazzava le strade deserte e le fogne rivomitavano l’acqua che spiantava i tombini.

Gli eventi meteo estremi sono ormai ricorrenti. Tifoni e uragani possono arrivane nel giro di cinque minuti senza avvisaglie. Il mondo è cambiato e la cosa peggiore è che ormai è tutto rinnovabile, tutta l’energia non è più prodotta da combustibili fossili, ma il guaio è che siamo arrivati tardi. Abbiamo aspettato troppo tempo. Ed è questo uno dei messaggi impliciti del libro. Risolvere la crisi climatica non è come risolvere un altro problema. Non posso oggi, lo faccio domani. No. Se lo faccio domani, o dopodomani, c’è rischio che non si faccia più in tempo. Ed è quello che accade ai nostri personaggi. È tutto rinnovabile, ma l’inerzia climatica è così elevata che troppo tempo dovrà passare prima di tornare, se mai si tornerà, ai livelli di CO2 e di temperatura almeno degli anni 2000. Non si riesce nonostante la tecnologia abbia fatto balzi in avanti enormi nel giro di pochissimi decenni. E questa è una frecciatina ai “tecno-ottimisti”, che credono che tanto arriverà qualcosa che ci salverà definitivamente. Intanto il tempo passa.

Il tempo, la tecnologia, il clima, la scienza. Questi sono gli elementi chiave della nuova società corrotta che dipinge Arpaia. Potrebbe sembrare inevitabile cadere in depressione dopo aver letto il libro. È tutto sbagliato, non funziona più niente, nemmeno la democrazia. Eppure, no. L’urgenza non viene travolta dal pessimismo cosmico e l’angoscia è portatrice di speranza. La sensazione che ti resta addosso è una voglia di rimboccarsi le maniche e dire: allora, cosa c’è da fare per evitare di avere un mondo senza inverno? Sarà per la resistenza contro il sistema a cui si uniscono i personaggi o per il desiderio mai soddisfatto di raggiungere la meta (anche qui come nel primo libro). Difficile a dirsi. Fatto sta che funziona. Se tra altri dieci anni Arpaia vorrà scrivere un terzo capitolo, speriamo che lo faccia in un mondo dove le emissioni si siano ridotte parecchio. Nel frattempo, l’IPCC ha eliminato lo scenario climatico 8.5, cioè quello che prevedeva un aumento di 4,4°C circa per fine secolo. Allo stesso tempo, però, abbiamo superato 1,5°C nel 2024 anche se ancora non in modo definitivo. Insomma, difficilmente non ci sarà materiale per un altro romanzo, tuttavia forse il futuro sarà meno indefinito. Vedremo.

Ricostruire la musica perduta con l’analisi digitale: il caso Giovanni Battista Riccio

Pubblicato il 22/05/2026

Marina Toffetti è docente di Teorie musicali e di Analisi delle forme musicali e delle tecniche compositive all’Università di Padova, dove dirige da diversi anni un gruppo di ricerca che si dedica alla ricostruzione di partiture barocche: il gruppo ha fatto risorgere la musica di Giovanni Battista Riccio, compositore del primo Barocco veneziano.