Quando pensiamo alla medicina, la immaginiamo come una pratica relativamente recente (almeno quella che funziona) e appannaggio solo della nostra specie. Ma la ricerca del benessere, o, per lo meno, il tentativo di alleviare il dolore o combattere una malattia è qualcosa di molto più antico e molto più diffuso anche negli animali non umani di quanto siamo disposti ad ammettere.

Gli animali, infatti, si curano. Lo fanno in modi diversi, con strumenti diversi e con gradi variabili di consapevolezza, per quanto il termine possa sembrare audace applicato al di fuori del genere Homo.

A volte si tratta di comportamenti innati, scritti nel genoma come risposte automatiche a certi stimoli. Altre volte sono comportamenti appresi, trasmessi all’interno del gruppo di generazione in generazione, una forma di cultura farmacologica ante litteram. La distinzione non è sempre netta.

I primati e il dolore

I primati sono particolarmente abili nell’automedicazione. Da decenni si studiano i comportamenti in questo senso nelle grandi scimmie africane, scimpanzé, bonobo, gorilla. Solo più di recente è stato scoperto che il fenomeno avviene anche fuori dall’Africa.

Pongo pygmaeus, l’orango, è stato osservato masticare le foglie di una pianta, Dracaena cantleyi, fino a ricavarne una pasta biancastra che poi spalma sulle parti dolenti del proprio corpo, esattamente come facciamo noi con creme e balsami medicati.

Il rimedio funziona: la pianta contiene sostanze capaci di inibire la produzione di citochine, le molecole che il corpo rilascia in caso di infiammazione. Le popolazioni umane locali usano la stessa pianta per gli stessi scopi da generazioni. Se l’orango l’abbia scoperto autonomamente o lo abbia imparato osservando gli esseri umani, non lo sappiamo. Ma il rimedio è efficace, e l’animale evidentemente lo sa.

Ritornando in Africa, nel 2022, un gruppo di ricercatrici e ricercatori ha documentato per la prima volta qualcosa di ancora più sorprendente: scimpanzé nel Parco Nazionale di Loango, in Gabon, che catturavano insetti al volo e li applicavano sulle proprie ferite aperte, o su quelle di altri membri del gruppo. In quindici mesi di osservazione, il comportamento è stato registrato 76 volte. 

Non è chiaro se gli insetti abbiano proprietà antimicrobiche o antidolorifiche, ma il pattern comportamentale è sempre lo stesso: quando un membro del gruppo è ferito, si ripetono le stesse identiche azioni e metodologie per curarlo. Qui, la cosa più interessante è pero l’allomedicazione, ovvero il fatto che non ci si limiti ad alleviare il dolore proprio, ma si estenda la pratica agli altri (non è chiaro se per empatia o per salvaguarda dei propri simili).

Non solo i primati

Ma se da animali filogeneticamente parlando molto vicini a noi questi comportamenti ci stupiscono relativamente, quando riguardano specie molto distanti, le cose cambiano. Alcuni uccelli urbani, come il passero (Passer domesticus) o il ciuffolotto messicano (Carpodacus mexicanus), sono stati osservati mentre incorporavano mozziconi di sigaretta nei loro nidi. La nicotina, infatti, repelle i parassiti, in particolare gli acari. Comportamenti innati o appresi? Probabilmente entrambi, a seconda della specie.

E il fenomeno non si limita ai vertebrati.

Come documentato da Simone-Finstrom e Spivak nel 2012, le api mellifere aumentano la raccolta di resine vegetali, che hanno proprietà antimicrobiche, con cui costruire i loro nidi, quando l’alveare è sotto attacco fungino. In questo caso si parla di una vera e propria “immunità sociale”, cioè che va al di là dell’automedicazione del singolo e mira a preservare la fitness di tutta la colonia.

Istinto o consapevolezza?

C’è un termine preciso per questo fenomeno: zoofarmacognosia, coniato negli anni ’90, che indica lo studio dei comportamenti con cui gli animali selezionano e utilizzano sostanze bioattive per prevenire o trattare patologie. È una disciplina giovane e ancora controversa: dimostrare che un animale si sta deliberatamente medicando, e non sta semplicemente seguendo una preferenza alimentare o un riflesso, è infatti abbastanza complicato.

Come si può capire dove finisce il comportamento adattativo che massimizza le probabilità di sopravvivenza e dove inizia la vera intenzione terapeutica? La risposta più onesta è che non lo sappiamo con certezza e forse il confine è più labile di quanto vorremmo.

Quello che però sappiamo è che questo tipo di comportamento si fa più complesso, più articolato, più difficile da spiegare con il solo istinto, man mano che ci avviciniamo alla nostra specie. E quando arriviamo ai nostri parenti estinti più prossimi, cioè i Neanderthal, la situazione si fa decisamente interessante.

Neanderthal: non i bruti che immaginiamo

Per molto tempo i nostri cugini neandertaliani sono stati relegati al ruolo “bruti preistorici”. Ma questa immagine è stata sistematicamente smontata dalle scoperte degli ultimi quarant’anni. Le evidenze di comportamenti prosociali, anche inerenti alla cura delle patologie e del dolore, hanno contribuito in modo significativo a questo cambio di prospettiva.

Il caso più discusso è quello di Shanidar 1 (e altri suoi conspecifici), un individuo maschile ritrovato negli anni Cinquanta in una grotta dell’Iraq settentrionale. Quest’uomo era sopravvissuto a traumi multipli che coinvolgevano un braccio (probabilmente amputato o atrofizzato), lesioni alla testa, danni alla gamba. Questo tipo di ferite, in un contesto di sussistenza difficile, senza cure, avrebbero quasi certamente portato alla morte. Invece è vissuto fino a un’età avanzata per gli standard neandertaliani. Quindi qualcuno lo aveva accudito, aiutato, difeso, compensando la sua ridotta capacità di procurarsi cibo.

Non si sta parlando solo di tentativi di terapia, bensì di inclusione praticata dal gruppo verso i suoi membri più fragili. Parliamo di senso di comunità, empatia, solidarietà. 

Ma i Neanderthal non si limitavano a prendersi cura dei loro simili feriti: cercavano anche di alleviare i propri malanni. L’analisi del tartaro dentale di individui ritrovati nel sito di El Sidrón, in Spagna, ha rivelato tracce di piante dal sapore amaro e prive di valore nutritivo, come pioppo, achillea, camomilla, che contengono principi attivi antinfiammatori e antiparassitari. Non le mangiavano quindi per nutrirsi, ma perché stavano male e sapevano che con quelle sarebbero stati meglio.

E poi c’è il dente di Chagyrskaya

Uno studio pubblicato di recente su PLOS One ha descritto un molare neanderthal rinvenuto in una grotta della Siberia meridionale, datato  circa 59.000 anni fa. Il dente presenta una cavità che non è il risultato naturale della carie ma è stata ottenuta intenzionalmente, con uno strumento appuntito di pietra, fino a raggiungere la camera pulpare. In poche parole: qualcuno ha operato quel dente con un utensile, lavorando su una superficie di pochi millimetri, probabilmente per drenare un ascesso o rimuovere tessuto necrotico e alleviare il dolore.

Lo stesso dente mostra anche tracce di utilizzo di stuzzicadenti, segno di un’attenzione prolungata e ripetuta alla salute orale. Non un gesto impulsivo, quindi, ma a tutti gli effetti un approccio mirato a risolvere un problema di salute fastidioso. È la più antica evidenza di trattamento invasivo della carie mai documentata nella storia umana e a eseguirla non è stato Homo sapiens.

Homo sapiens e la valigetta del medico 

Qualche migliaio di anni dopo (e qualche migliaio di chilometri più a ovest) un uomo attraversava le Alpi con un equipaggiamento che includeva molto più di armi e vestiti. Ötzi, il celebre uomo del Similaun, vissuto circa 5.300 anni fa e ritrovato nel 1991 nei ghiacciai al confine tra Italia e Austria, portava con sé due tipi di fungo: Fomes fomentarius, utile per accendere il fuoco, e Piptoporus betulinus, con proprietà antiparassitarie e lassative, e con nessun tipo di valore nutrizionale. 

L’analisi del suo intestino ha rivelato la presenza di uova di Trichuris trichiura, un parassita di cui Ötzi era infestato di cui quasi certamente tentava di liberarsi con il suo “kit di pronto soccorso” fungino.

Empatia, tra ereditarietà e cultura

Con Ötzi siamo già nell’Età del Rame: è un individuo che riconosceremmo come familiare, vicino. Ma il filo che lo collega all’orango di Borneo, agli scimpanzé di Loango, al Neanderthal di Chagyrskaya è continuo: non c’è un momento preciso nell’evoluzione  in cui la natura diventa cultura, in cui l’istinto di conservazione diventa intenzione di curarsi, in cui il comportamento adattativo diventa farmacognosia e medicina. C’è un gradiente, lungo milioni di anni, fatto di tentativi, fallimenti e trasmissioni di scoperte, come per tutto ciò che riguarda la tecnologia e il progresso umani.

Cosa ci dice tutto questo?

Ci dice che la ricerca del benessere non è un’invenzione umana ma una pressione evolutiva, perché un animale sano sopravvive, si riproduce, trasmette i suoi geni e le sue conoscenze.
Chi trovava un rimedio efficace aveva un vantaggio effettivo, chi lo trasmetteva al gruppo moltiplicava quel vantaggio a livello di branco e di specie.

La medicina, intesa come volontà di alleviare le sofferenze proprie e dei nostri conspecifici, non è quindi nata né nelle scuole di Ippocrate né nei laboratori moderni, ma nella pressione della selezione naturale, affinandosi nel tempo attraverso l’osservazione, l’imitazione e la trasmissione culturale.

Ma c’è un altro aspetto, forse più importante, sul quale queste storie ci fanno riflettere: sia lo scimpanzé che applica un insetto sulla ferita del compagno, o il gruppo neanderthaliano che accudisce Shanidar 1, non sono più solo mera sopravvivenza individuale. Si tratta di cura dell’altro, di attenzione alla fragilità altrui come valore collettivo. 

L’origine della medicina e l’origine della solidarietà sociale sono probabilmente la stessa cosa, vista da due angolazioni diverse. Homo sapiens, quindi, non ha inventato la compassione, ma l’ha ereditata, perfezionata, e, si spera di questi tempi, non ancora dimenticata.