Perché la crisi climatica non ci smuove? Perché continuiamo a posticipare l’inevitabile? Perché ignoriamo chi verrà dopo di noi? Perché cambiare ci costa così tanto? Perché distruggiamo il più prezioso dei beni comuni: la nostra casa, la Terra? Perché crediamo ancora nella crescita infinita, su un pianeta che ha limiti ben precisi? Perché neghiamo l’evidenza? Perché non ci fidiamo della scienza?
Otto domande, a cui negli otto capitoli corrispondenti del recente saggio Scongeliamo i cervelli, non i ghiacciai (Solferino, 2025) vuole rispondere Matteo Motterlini, docente di Filosofia della scienza all’Università Vita-Salute San Raffaele di Milano dove è direttore del Centro di Ricerca di Epistemologia Sperimentale e Applicata. Mostrando come le risposte abbiano radici nel nostro modo di pensare: il problema, prima ancora che ecologico, è cognitivo. A livello sia individuale sia collettivo. Ma per disinnescare le trappole mentali che ci bloccano, attivando strategie comunicative efficaci, dobbiamo in primo luogo riconoscerle.
Un cervello magnetizzato sul presente
Nei primi capitoli, Motterlini spiega come la nostra inerzia di fronte alla crisi climatica sia legata ad alcune caratteristiche impresse nel nostro cervello fin dai tempi del pleistocene: la tendenza a reagire principalmente di fronte agli stimoli immediati. Il problema è che questo cervello “dell’età della pietra” deve vivere oggi in un ambiente totalmente diverso. Per esempio è sempre lui che ci guida ancora a preferire cibi ricchi di grassi e zuccheri, molto efficienti dal punto di vista dell’apporto calorico e quindi ottimi quando alimentarsi in misura sufficiente era una lotta quotidiana (ovvero nella maggior parte della storia dell’umanità): ma che oggi, nelle società in cui il cibo è facilmente disponibile, stanno provocando un’epidemia di obesità.
Allo stesso modo la tendenza a reagire a breve termine, utile quando il problema era sfuggire in fretta a un predatore, diventa oggi una trappola mentale.
Il problema della ricerca della gratificazione a breve termine, spiega inoltre Motterlini, è aggravato oggi dal fatto che viviamo nell’era del “capitalismo limbico”, che sfrutta a fini di lucro la nostra fame di gratificazioni immediate: siamo continuamente esposti a sistemi che interferiscono con il sistema della ricompensa, una struttura del nostro cervello molto antica che ci orienta verso ciò che dà piacere e ci allontana da ciò che procura dolore. I social, i videogame, i giochi d’azzardo e simili stimolano infatti il rilascio di dopamina, neurotrasmettitore implicato nel circuito della ricompensa. Il risultato è che siamo sempre più drogati di gratificazioni immediate, sempre più intrappolati nel presente.
Ancora: sono ben noti meccanismi cognitivi quelli che ci rendono miopi di fronte al futuro. L’illusione del futuro ci porta a procrastinare: così come rimandiamo continuamente l’iscrizione alla palestra o il momento di iniziare la dieta. E tuttavia, ci ricorda Motterlini, il cervello dell’uomo ha sviluppato anche la capacità di pianificare il futuro, un vantaggio evolutivo sostanziale: a questo dobbiamo agganciarci, anche concretamente, pianificando misure. Per esempio vincolandoci oggi a decisioni che verranno attuate progressivamente nel futuro. Diventando così, per chi verrà dopo di noi, “buoni antenati”.
Che cosa pensiamo quando non pensiamo al cambiamento climatico?
Sono diversi i meccanismi cognitivi che ci spingono a ignorare il cambiamento climatico: percezione del rischio distorta (il fenomeno per cui temiamo più gli squali delle zanzare, ma queste – vettori di malattie come la malaria – sono in realtà ben più pericolose); sindrome del cambiamento dei parametri di riferimento, per cui i cambiamenti progressivi vengono accettati come “nuova normalità”, e ogni generazione ridefinisce verso il basso la propria idea di normalità ambientale; bias dello status quo, per cui si preferisce una situazione nota, anche se esistono alternative chiaramente migliori; illusione ottimistica, per cui si tende a pensare che non si sarà coinvolti nei problemi, che riguardano sempre “gli altri”.
A questi bias, però, si può rispondere con specifiche strategie comunicative: la nostra percezione del cambiamento climatico, ricorda infatti Motterlini, dipende in larga misura dalla narrazione che lo accompagna.
Appoggiandosi e diversi esperimenti specifici, l’autore mostra quali strategie comunicative possano essere efficaci a incoraggiare un coinvolgimento attivo. “Per cambiare il mondo, dobbiamo cominciare dalla narrazione che facciamo di noi stessi e degli altri. Una narrazione che non parli solo di rinunce e di costi, ma di comunità e di un futuro condiviso”.
Qualche proposta che può funzionare
Sviluppare modelli di governance basati sulla collaborazione, sulla partecipazione attiva e sulla responsabilità condivisa: sempre basandosi su una ricca messe di esperienze e studi basati su casi reali, Motterlini descrive e propone alcune linee strategiche che promettono di poter essere efficaci. Nell’”ecosistema di soluzioni” sono coinvolti governi nazionali, aziende, comunità, cittadini. Gruppi espressi dalla società civile, come Greenpeace o Fridays for Future. Aziende pionieristiche che anticipano i tempi.
Certo, gli ostacoli da affrontare sono e restano enormi: oltre a quelli cognitivi, innestati nel cervello di ciascuno di noi, Motterlini non trascura di offrire un’ampia panoramica sulle forze, anche economiche, che negano l’evidenza del riscaldamento climatico, sui tentativi di manipolare l’opinione pubblica, sui rischi legati alla confusione dell’intrecciarsi di tante voci contrastanti, sui populismi, sull’eccesso di informazione, che in un’ultima analisi diventa illusione di essere informati (e non reale informazione).
Questa crisi, avverte Motterlini, riguarda, insieme, scienza e democrazia. “Affrontare la crisi del clima significa allora rafforzare le pratiche democratiche. Non solo per definire politiche ambientali più giuste ed efficaci, ma per ottenere quel consenso pubblico senza cui nessuna trasformazione è davvero possibile”.
Torna quindi, a conclusione del saggio, un tema estremamente caro a Scienza in rete: oggi riaffermare il valore della scienza è forse l’atto più radicale per difendere la democrazia, afferma Motterlini. “In un’epoca in cui negare il cambiamento climatico è presentato come libertà di opinione, questo è l’unico modo per tenere viva la possibilità di capirsi, ascoltarsi e decidere insieme come cambiare rotta.”
Affrontare il cambiamento climatico, conclude Motterlini, deve bilanciare il rischio di una possibile catastrofe futura con il costo delle misure preventiva. Farlo con responsabilità impone di basarci sulle migliori conoscenze a nostra disposizione: quelle che ci offre la scienza. Ed ecco come delinea l’alternativa:
“A questo punto abbiamo due strade.
La prima: non ci fidiamo della scienza. Esitiamo, rimandiamo, usiamo il dubbio come alibi per restare immobili. Ma se la scienza ha ragione – e tutto lascia pensare che ce l’abbia – pagheremo il prezzo più alto: un clima fuori controllo, ecosistemi collassati, incendi, siccità, crisi alimentari, milioni di sfollati climatici. Senza possibilità di ritorno.
La seconda: scegliamo di fidarci. Cambiamo rotta, riduciamo le emissioni, accettiamo qualche sacrificio nel nostro stile di vita in cambio di città più vivibili, aria più pulita, foreste, oceani e ghiacciai preservati. Poi, magari, scopriamo che la scienza aveva un po’ esagerato.
E allora? Allora avremo salvato il pianeta.
Per errore”.
Se lo stile brillante e il ricorso frequente al racconto di esperimenti concreti dà vivacità a un saggio denso ma scorrevole, una ricca bibliografia dà modo al lettore interessato di approfondire i temi trattati nei diversi capitoli.






